incendio foresta

Oltre 200.000 ettari di terreno in fumo  in Indonesia a causa di giganteschi incendi, alimentati dalle piantagioni di palma da olio.

L’impatto sull’ecosistema dell’olio di palma il cui utilizzo da parte delle aziende alimentari è massiccio è un argomento su cui Il Fatto Alimentare si sofferma da anni, tanto che nel 2014 diede vita a una campagna contro l’utilizzo generalizzato e totalizzzane in ambito alimentare. A distanza di tempo, sebbene a livello italiano la forte pressione dei consumatori abbia fatto sì che fosse eliminato in svariati prodotti, nei Paesi produttori la coltivazione di palme da olio continua a essere motivo di emergenze ambientali.

Gli incendi in Indonesia

L’Indonesia è uno dei maggiori produttori al mondo di olio di palma ed è anche un territorio interessato da anni da giganteschi incendi. Secondo i dati del ministero delle Foreste indonesiano, da inizio 2026 oltre 202.000 ettari di terreno sono andati in fumo a causa dei roghi. Gli incendi dell’arcipelago hanno creato una foschia che si è estesa fino alle Filippine, Singapore e la Malesia, tanto che le autorità locali di tali Paesi hanno emesso allerte sanitarie per la loro comunità. In alcuni casi, infatti, gli indici di inquinamento atmosferico sono saliti a livelli estremi, talora fino a 75 volte superiori rispetto al livello raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, e con essi sono aumentati vertiginosamente anche i ricoveri ospedalieri. Intervistato dalla BBC, Dwi Sujatmoko, un pompiere volontario, ha raccontato che il fumo presente nell’aria assomiglia a quello dei lacrimogeni: colpisce subito il naso e poi arriva agli occhi.

Forest Fires Investigation in PT GAL, Central Kalimantan
L’Indonesia è uno dei maggiori produttori al mondo di olio di palma ed è anche un territorio interessato da anni da giganteschi incendi.

Torbiere in fumo

La maggiore area bruciata è stata registrata nel Kalimantan occidentale che corrisponde alla parte indonesiana del Borneo, un’isola divisa con la Malesia e il Brunei. Ciò che rende particolarmente preoccupanti gli incendi nel Borneo è il fatto che ad andare in fumo è uno degli ecosistemi di torbiere tropicali più grandi del mondo. Le torbiere tropicali – che consistono in una vera e propria fascia di foresta pluviale e palude – rappresentano dei giganteschi serbatoi naturali di carbonio svolgendo così un ruolo importante nella regolazione del clima. La loro vegetazione assorbe la CO2 e rilascia ossigeno nell’atmosfera attraverso la fotosintesi: il suolo, saturo d’acqua, rallenta la decomposizione della vegetazione morta trattenendo l’anidride carbonica.

È sempre alla BBC che la ricercatrice Nisa Naita spiega che più è profonda la torba, maggiore è la riserva di carbonio. Nel Kalimantan sono stati trovati depositi di torba che superano i 20 metri di profondità: una torbiera così profonda ospita più di 6.000 tonnellate di carbonio per ettaro. Questa caratteristica fa facilmente immaginare la pericolosità in caso di incendio: il rischio è il rilascio nell’atmosfera di tonnellate di CO2, monossido di carbonio e metano. A peggiorare ulteriormente la situazione già critica, c’è il ritardo dell’inizio della stagione delle piogge tanto che lo stesso ministero delle Foreste ha avvisato che gli incendi potrebbero proseguire fino ai primi di novembre.

Forest Fires in Tanjung Taruna, Central Kalimantan
Il ritardo della stagione delle piogge potrebbe prolungare gli incendi fino a novembre

Gli incendi e l’olio di palma

Le cause degli incendi devono essere cercate nel cambiamento dell’uso del territorio: vaste aree di foresta pluviale e di torbiera sono state disboscate per far posto alle piantagioni e a vari progetti di sviluppo su larga scala. C’è chi però accusa le autorità indonesiane di non fare abbastanza contro gli attori industriali. Si legge sulla BBC che, al contrario, sono spesso accusate le comunità indigene – che tra l’altro sono occupate in operazioni anti incendio in tutta l’isola – a causa dei metodi tradizionali che prevedono degli incendi controllati al fine di eliminare la vegetazione.

Quello che è certo è che la maggior parte degli incendi ha avuto origine all’interno di zone date in concessioni alla coltivazione della palma da olio. Le fiamme avrebbero infatti devastato almeno 14.146 ettari di terreno destinato a piantagioni di palma da olio, seguiti da 12.120 ettari in concessioni minerarie e 10.485 ettari di piantagioni di legno da cellulosa.

Il fatto che gli incendi avvengano all’interno di una concessione – il fuoco sarebbe impiegato come metodo rapido ed economico per disboscare tanto che si è soliti chiamarlo tecnica “slash and burn” (taglia e brucia) –, non collega automaticamente la responsabilità all’azienda, ma è importante sapere alcuni dati, anche per poter riflettere su un eventuale coinvolgimento. Tra il 2001 e il 2015, le piantagioni di palma da olio sono cresciute di 22 milioni di ettari, con un incremento dell’impronta del 167% a livello globale. Inoltre nel Borneo, il 50% della perdita di foreste avvenuta tra il 2005 e il 2015 è direttamente legato alla diffusione della palma da olio. In Indonesia questa coltura, scoperta dall’industria alimentare negli anni ’90, copre oltre 20 milioni di ettari di terreno e foreste, piantagioni dove i lavoratori guadagnano in media 5 euro al giorno.

© Riproduzione riservata Foto: AdobeStock

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