Cambiamento climatico ed emergenza idrica alle isole Svalbard: la fusione del permafrost rilascia pirite e manganese rendendo l’acqua del rubinetto non potabile
Riscoperte negli ultimi anni come meta per le vacanze di un numero crescente di persone sempre meno disposte a tollerare le temperature torride dell’Europa del sud, le isole Svalbard, nell’immaginario collettivo, sono sinonimo di natura incontaminata e di acque fredde e pure. Pochi sanno che, in realtà, a quelle latitudini si assiste a un riscaldamento accelerato di cinque-sette volte rispetto alla media del resto del mondo, con incrementi autunnali anche di quattro gradi, negli ultimi anni, e che ciò comporta effetti drammatici sugli equilibri naturali della zona. Uno dei segnali più evidenti è lo scioglimento del permafrost.
Questo strato di ghiaccio, ghiaia, terriccio e licheni ha sempre isolato la roccia sottostante. La sua dissoluzione, oltre a liberare enormi quantità di gas serra, e in primo luogo di anidride carbonica, che vanno ad accelerare ulteriormente il riscaldamento del clima, espone la roccia all’azione degli agenti atmosferici. E da questo si innescano reazioni che hanno come esito finale un fatto imprevisto: la contaminazione delle acque potabili, in alcune zone ormai compromesse al punto che la popolazione è stata di recente energicamente invitata a non bere acqua del rubinetto, soprattutto a non farne bere ai bambini.

Veleni nel bicchiere
La situazione più grave è quella di un paese chiamato Longyearbyen, in cui risiedono circa 2.600 persone che fino a poco tempo fa contavano sull’acqua proveniente dal lago Isdammen, della zona di Aventdalen. Secondo la stampa locale (https://www.spitsbergen-svalbard.com/2025/03/03/longyearbyens-drinking-water-legionella-and-manganese.html ) nel bacino ora arriva acqua contaminata, a sua volta proveniente dalla roccia esposta a causa della perdita del permafrost. Nella zona la roccia è ricca di pirite, un minerale che, a contatto con l’aria, il sole e le piogge genera acidi che, a loro volta, sciolgono alcuni sali minerali (la città era un centro minerario), che finiscono poi nel lago. Per tale motivo dai rubinetti degli abitanti di è spesso scesa acqua con elevati livelli soprattutto di manganese, con concentrazioni che talvolta eccedevano i limiti di sicurezza.
Tuttavia, fino a poco tempo fa si trattava di eventi per così dire acuti. Da qualche mese, e in particolare dopo le ultime verifiche di poche settimane fa, il manganese ha invece raggiunto concentrazioni che sono fino a 25 volte quelle considerate massime dal Norwegian Institute of Public Health (https://www.fhi.no/en/) (50 microgrammi per litro). E al manganese si sono poi aggiunti alti livelli di solfati e nichel, anch’essi di origine apparentemente naturale, e cloro che era stato utilizzato in passato per purificare le tubature dopo una contaminazione da Legionella. Una miscela tossica, che ha spinto le autorità a emanare l’avviso e il divieto esplicito per i bambini entro un anno di età, che potrebbero riportare danni neurologici.
Le soluzioni
Le soluzioni sono tutt’altro che semplici, viste le temperature che, per quanto più elevate, impediscono a queste isole, che distano solo circa 1.300 chilometri dal Polo Nord, di effettuare lavori pubblici per gran parte dell’anno. Nell’immediato, un grande aiuto è giunto da un birrificio locale, che ha messo a disposizione un suo sistema di filtraggio che assicura piccole quantità di acqua potabile gratuite a tutti, ma per risolvere strutturalmente il problema occorreranno anni. Oltretutto, non è ancora stato deciso in che modo intervenire. Probabilmente lo si farà mettendo in sequenza un sistema di filtraggio e un desalinatore, e rifacendo tutto il sistema idrico, dopo aver sanificato le tubature, se lo stato norvegese fornirà i fondi necessari. Per il momento ci sono le bottiglie di acqua che arrivano via mare, e l’acqua del birrificio.
Nel frattempo, le autorità hanno avviato un’indagine per chiarire le cause dell’inquinamento: la politica tace pubblicamente, ma il passato minerario della cittadina lascia ipotizzare che anche i residui delle vecchie attività estrattive abbiano contribuito al disastro attuale. E anche i processi naturali non sono del tutto noti.
La questione, poi, riguarda tutto l’Artico. Ovunque (per esempio in Canada e in Alaska) si segnalano zone di scioglimento del permafrost più o meno estese, e ovunque potrebbero determinarsi fenomeni simili. Nonostante ciò, i programmi per estendere le estrazioni minerarie e lo sfruttamento delle zone che stanno diventando più accessibili, così come quelli per nuove perforazioni per trovare giacimenti di combustibili fossili sono in grande espansione.
Ma il prezzo di progetti che tengono conto solo del business e che puntano ancora su materiali e piani energetici novecenteschi potrebbe essere presto pagato dalle popolazioni costiere e non solo: attraverso ciò che arriva dai rubinetti.
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Giornalista scientifica


