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Un lettore valorizza gli standard degli allevamenti di polli europei. Risponde Elisa Bianco del Ciwf

Polli allevamentiRiceviamo e pubblichiamo questa lettera del nostro lettore Pietro Greppi a proposito delle condizioni negli allevamenti che commercializzano avicoli. Il lettore evidenzia i pregi del sistema e approfondisce l’argomento nel suo blog, al seguente link. Di seguito, riportiamo la riposta di Elisa Bianco, responsabile per l’Italia del settore alimentare del Ciwf, che ribadisce alcuni concetti, non sempre chiari agli allevatori.

Le leggi che controllano le produzioni avicole sono, nella stragrande maggioranza dei casi, pienamente rispettate su tutto il territorio nazionale. In Italia queste norme regolamentano l’intera filiera produttiva avicola, il benessere degli animali, l’igiene, la prevenzione delle malattie e la salubrità degli alimenti. Gli standard europei sulla qualità degli alimenti sono i più elevati al mondo, per cui ogni Paese terzo che voglia esportare prodotti alimentari in Ue deve sottostare a norme più stringenti e adottare un doppio binario produttivo. La nuova strategia europea sulla qualità degli alimenti From farm to fork tutela la salute e il benessere degli animali allevati attraverso la prevenzione delle malattie: soprattutto l’influenza aviaria.

allevamento biologico galline ovaiole
In passato, la mortalità negli allevamenti delle fattorie a gestione famigliare era decisamente maggiore, per l’impossibilità di prevenire le patologie aviarie

Le associazioni animaliste sostengono che le malattie infettive degli avicoli domestici siano causate dagli allevamenti protetti*, ma non è vero. Sono proprio questi allevamenti che, attraverso opportuni piani di prevenzione ed eradicazione delle principali malattie virali, batteriche e parassitarie, riescono a garantire il più alto livello di salute degli animali. Oggi un allevatore che rispetti le regole e i risultati della ricerca sul benessere animale, ha la ragionevole certezza di portare alla fine ogni ciclo produttivo con poche perdite. In passato, negli allevamenti rurali e nelle fattorie, la mortalità degli animali era decisamente superiore, per l’impossibilità di applicare adeguate misure preventive sulle principali patologie aviarie. Oggi la dieta degli animali è equilibrata, il loro benessere è rispettato e le malattie sono tenute sotto controllo tramite l’igiene, le vaccinazioni e soprattutto con l’intervento di antibiotici solo se insorge qualche malattia nell’allevamento.

Grazie alla capacità produttiva e all’efficienza degli allevamenti protetti, il prezzo dei prodotti dell’avicoltura riferito al salario medio si è mantenuto praticamente costante nell’ultimo secolo, ma nei Paesi dove gli allevamenti protetti non sono ancora diffusi, le carenze alimentari registrate nel XIX secolo sono purtroppo ancora in parte presenti. Per questo motivo la Fao nel 2019 ha stipulato un accordo con l’International Poultry Council, che rappresenta globalmente il 95% dei produttori avicoli, per diffondere nel mondo sempre più produzioni avicole sostenibili e soddisfare così i fabbisogni nutritivi della popolazione mondiale in forte crescita.

aviaria, uccelli migratori
È scientificamente provato che la diffusione delle patologie aviarie si deve soprattutto ai flussi migratori degli uccelli selvatici

Le accuse di diffusione di epidemie rivolte dalle associazioni animaliste all’avicoltura protetta sono smentite dai fatti. È scientificamente provato che la diffusione dell’influenza aviaria è legata ai flussi migratori degli uccelli selvatici: i 15 milioni di animali abbattuti agli inizi del 2022 per mantenere il controllo dell’epidemia in Italia rappresentano meno del 2% della produzione annuale avicola in Italia. ll Global Livestock Environmental Assessment Model della Fao, che analizza l’impatto ambientale delle produzioni zootecniche, ha dimostrato che a parità di quantità di alimento prodotto, gli allevamenti avicoli protetti, grazie alla grande efficienza produttiva raggiunta, inquinano di meno e la loro produzione di gas a effetto serra è in continua diminuzione. In ogni caso i metodi di allevamento estensivi all’aperto e a lenta crescita, anche se sono pochi, convivono già da tempo a fianco, e non in antitesi, con gli allevamenti protetti. Approfondire meglio e più diffusamente la conoscenza degli allevamenti protetti consentirebbe di dare una visione corretta e completa della loro funzione sociale e vitale offrendo l’opportunità di verificare la differenza di contenuto rispetto ad alcune notizie strumentali che circolano da tempo. Pietro Greppi

Risponde Elisa Bianco responsabile per l’Italia del Settore alimentare del Ciwf (Compassion in World Farming)

Quando si parla di benessere animale, si fa generalmente riferimento alle cosiddette cinque libertà elaborate dal Farm Animal Welfare Council all’inizio degli anni Settanta: dalla fame, dalla sete e dalla cattiva nutrizione, dai disagi ambientali, da dolore, ferite e malattie, dalla paura e dallo stress, e libertà di esprimere i comportamenti tipici della specie. È importante osservare due aspetti di questa definizione: il benessere non ha a che fare solo con la salute fisica dell’animale, ma anche con quella mentale ed emozionale e viene fin qui definito prevalentemente come l’assenza di stati negativi, mentre pensando all’idea di benessere, viene naturale associare anche la possibilità di provare esperienze positive. È riduttivo, e potenzialmente fuorviante, assumere come indicatori di benessere unicamente fattori legati alla salute fisica (come l’assenza di malattie o basse mortalità) o alla resa produttiva. Al contrario, il benessere è fortemente influenzato dalla possibilità per gli animali di vivere esperienze soddisfacenti (come interagire positivamente con i propri simili ed esprimere i propri comportamenti naturali) e di non essere condizionati da fattori emozionali negativi come stress e paura, frequenti negli allevamenti intensivi dove gli animali spesso competono per l’accesso al cibo e hanno difficoltà a fuggire da soggetti aggressivi.

galline uova gabbia, allevamenti
Riguardo alle galline ovaiole si permette ancora l’allevamento in gabbia, nonostante le restrizioni di movimento siano in conflitto con il benessere

Se da un lato è vero che la normativa europea prevede standard minimi tra i più avanzati a livello internazionale, è però altrettanto vero che permangono importanti questioni di benessere non affrontate. Riguardo alle galline ovaiole, per esempio, si permette ancora l’allevamento in gabbia, nonostante le restrizioni di movimento legate al confinamento siano in palese conflitto con il benessere di questi animali. Anche la Direttiva sui polli da carne non affronta pienamente le principali problematiche di benessere, tra cui le alte densità di allevamento e l’utilizzo di razze a crescita rapida. Sono consentite, infatti, densità di allevamento fino a 42 kg/m2 (cioè fino a 18-22 polli/m2), quando già nel 2000, un report della Commissione Europea indicava come sopra i 30 kg/m2, anche in presenza di ottimi sistemi di controllo ambientale, si assiste a un’alta diffusione di serie problematiche di benessere, come scarsa qualità della lettiera (causa anche di lesioni a petto e zampe), scarse capacità motorie e alterazione delle espressioni comportamentali.

La direttiva sui polli, inoltre, continua a consentire l’utilizzo di razze che crescono molto velocemente. Come dimostrato anche da un recente studio condotto da Rspca, un’organizzazione inglese che promuove il benessere degli animali, l’alto tasso di crescita nei polli è associato al peggioramento delle condizioni di zampe e piumaggio, alla limitazione nell’espressione dei comportamenti naturali e all’insorgenza di problemi muscolari, cardiaci e respiratori, alcuni dei quali, oltre a causare sofferenza e dolore, hanno un impatto anche sulla qualità della carne. I polli da razze a rapido accrescimento presentano, infatti, un’incidenza maggiore del cosiddetto petto di legno, un indurimento del tessuto muscolare che si verifica quando le cellule dei tessuti muoiono a causa della mancanza di ossigeno. La carne risulta quindi più dura, meno saporita e poco gradevole per il consumatore.

Deforestazione, allevamento
Il comparto avicolo è fortemente dipendente dalle coltivazioni di soia per la produzione di mangimi, una delle cause principali di deforestazione

In generale, le condizioni in cui vengono allevati questi animali nei sistemi intensivi, tra alte densità, stress e utilizzo di genetiche che presentano un sistema immunitario più debole, pur potendo non essere la causa primaria dell’insorgenza di malattie infettive come l’influenza aviaria, rappresentano l’ambiente ideale per la loro diffusione su larga scala e fungono da ‘ponte epidemiologico’ tra la fauna selvatica e le infezioni umane. In termini di impatto ambientale, infine, è importante non focalizzarsi solo sull’efficienza del singolo animale, ma prendere in considerazione anche gli impatti più ampi del settore: il comparto avicolo globale, con i suoi 65 miliardi di polli allevati e macellati ogni anno, è fortemente dipendente dalle coltivazioni di soia per la produzione di mangimi, una delle cause principali di deforestazione.

Esistono tipologie di allevamento al coperto molto diverse tra loro e il solo fatto di essere “protetti” non garantisce di per sé una migliore qualità di vita agli animali, se lo spazio non è sufficiente o gli animali sono frustrati dall’impossibilità di esprimere i propri comportamenti naturali. Per indirizzare i sistemi alimentari verso strade più sostenibili e adatte a rispondere alle sfide del futuro, è sempre più necessario ridurre il consumo di proteine animali e prediligere prodotti da allevamenti più rispettosi degli animali, delle persone e del pianeta. Elisa Bianco

(*) Si intendono gli allevamenti di precisione, strutturati in modo da ottimizzare le risorse. Secondo questa concezione, in Italia non si dovrebbe parlare di allevamenti intensivi, ma solo di allevamenti protetti

La replica di Pietro Greppi

Polli e galline da allevamento “esistono” unicamente per “nostra volontà”. Se non avessimo la necessità di alimentare miliardi di persone, non esisterebbero né coltivazioni, né allevamenti. Gli allevamenti avicoli moderni hanno creato condizioni ottimali per la crescita sana e senza stress degli animali che non devono faticare per cercare cibo e acqua abbondanti, sicuri, controllati e ben distribuiti nell’area di allevamento, non devono difendersi dai predatori eliminato lo stress che ne derivava, l’allevamento è un riparo in senso lato. L’eliminazione delle gabbie è in corso e si completerà nel 2026 gradualmente perché i costi sono tutti a carico degli allevatori.

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Roberto La Pira

  Redazione Il Fatto Alimentare

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3 Commenti

  1. Ottima risposta! Il benessere animale non è solo protezione da fame e malattie! Quando si comincerà a pensare agli animali come esseri senzienti quali sono e non soltanto “oggetti” al nostro servizio, l’umanità farà un balzo in avanti di civiltà senza precedenti.

  2. Grande Elisa Bianco! Come si fa ad avallare allevamenti intensivi come quelli che il lettore ha indicato come specchi di virtù e benessere, sia animale che per il consumatore….!

  3. SE vogliamo rendere ‘meno intensivi’ ( eliminare … mission impossible) gli allevamenti intensivi non abbiamo altra scelta che ridurre ( eliminare … mission impossible) i nostri consumi di carne . Non e’ che possiamo fronteggiare una richiesta planetaria con il polletto ruspante o , peggio , con la fauna selvatica !!! Dobbiamo sempre e comunque partire con la riduzione dei consumi . Le normative seguiranno

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