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La mozzarella del “Caseificio Pugliese” è fatta con latte piemontese! È tutto regolare? Risponde l’avvocato Dongo

mozzarella caseificio puglieseMia madre ha acquistato al supermercato una mozzarella dell’azienda Caseificio pugliese. Non osservando bene l’etichetta ha scelto questa mozzarella pensando fosse della Puglia (come suggerito dall’enorme logo aziendale)… immaginate il suo stupore quando ha letto “prodotta a Torino”. È tutto corretto ?

M. C.

 

Abbiamo rivolto la domanda al produttore che così ha risposto.
La denominazione “Caseificio Pugliese” che ci contraddistingue trae spunto proprio dalle origini della Famiglia Radicci, trasferitasi in Piemonte quarant’anni orsono da Gioia del Colle (BA), portando con sé la tradizione casearia pugliese. Il Caseificio, cioè la Società, ha ritenuto dunque appropriata la denominazione “Pugliese”, perché queste sono effettivamente le origini del patrimonio di conoscenze dei suoi fondatori che, ancora oggi, la gestiscono nel segno della tradizione. Il relativo marchio, come previsto dagli artt. 7 e seguenti del Codice della Proprietà Industriale, assolve appunto alla funzione di distinguere un Produttore ed il suo prodotto da quello degli altri. Quindi, la denominazione sociale che da decenni caratterizza l’azienda appare del tutto coerente sia con l’attività svolta (di Caseificio, appunto) sia con le origini della Famiglia Radicci (Pugliese).

 

mozzarella caseificio puglieseDalla denominazione sociale va distinta invece la denominazione del prodotto. La normativa italiana (ed anche internazionale) censurerebbe la vendita di una “Mozzarella Pugliese”, ove non fosse prodotta in Puglia o con latte pugliese. La nostra Società, come è possibile verificare proprio sulla pagina del sito internet da Lei indicata, commercializza invece prodotti identificati dal tipo di prodotto e non dalla provenienza, (“Fior di Latte in Sfoglia”, “Treccina di Latte”, “Stuzzichine di Latte”…). Infatti in nessun caso viene riportata una specifica indicazione geografica. Anzi, il sito specifica proprio che la qualità (molto apprezzata) del latte piemontese si è sposata all’antica tradizione casearia delle Puglie.

 

Qualsiasi eventuale fraintendimento viene poi meno essendo inserita all’interno del nostro logo, unitamente alla denominazione “Caseificio Pugliese”, anche l’indicazione “Lauriano-Torino” quale sede degli stabilimenti di produzione del Caseificio (il che è riportato anche nell’etichettatura con le ulteriori e più specifiche indicazioni sulla produzione). Né sono presenti sulla confezione diciture tipicamente connesse alla provenienza, del tipo “made in” o similari che non siano rispondenti alla realtà. Il Caseificio Pugliese pubblicizza chiaramente che i suoi prodotti sono realizzati in Piemonte, a Lauriano (TO), con latte piemontese, e fa di tale circostanza uno dei segni distintivi di qualità (anche nel proprio sito on-line).
Simona Radicci

 

mozzarella caseificio puglieseEcco il parere dell’avvocato Dario Dongo esperto di diritto alimentare.

La situazione esposta presenta in apparenza alcune ambiguità. Come esposto dall’azienda che abbiamo interpellato il marchio “Caseificio Pugliese” risulta essere stato registrato in tempi remoti, quando l’attenzione verso l’utilizzo di riferimenti territoriali era ancora scarsa, nei termini di legge. Si tratta di un marchio storico, come quello di “Oleificio Firenze” la cui legittimità di utilizzo – anche sulle etichette di olio ottenuto dalla molitura di olive di origine diversa – è stata riconosciuta dal Consiglio di Stato, lo scorso anno.

 

La sensibilità del consumatore italiano verso l’origine degli alimenti è elevata, per questo mi permetto di condividere un paio di elementi di riflessione. Il Caseificio Pugliese (come del resto l’Oleificio Firenze) indica in etichetta la sede dello stabilimento (se pure non obbligatoria nel caso dei formaggi, le cui etichette potrebbero riportare anche solo il bollo sanitario), e dice chiaramente sul sito web che si usa latte piemontese per la preparazione di alimenti legati alla tradizione e al know-how pugliesi. L’Unione d’Italia ha avuto luogo da oltre un secolo e mezzo, ed è forse giunta l’ora di andare oltre i desueti campanilismi di provincia per imparare tutti a riconoscere il valore del “made in Italy”, ovunque realizzato nel nostro territorio nel rispetto delle regole vigenti per il bene della nostra economia. Basti seguire l’esempio dei nostri cugini d’Oltralpe, la cui bandiera commerciale si va affermando con successo quasi sproporzionato rispetto alla qualità di prodotti che hanno ben poco da invidiare ai nostri, dai vini ai formaggi.

 

Dario Dongo

©Riproduzione riservata

  Redazione Il Fatto Alimentare

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9 Commenti

  1. Non va nemmeno dimenticato che la maggior parte delle mozzarelle e degli altri prodotti caseari freschi di produzione pugliese è in ogni caso prodotta con latte dell’Italia settentrionale.
    Nella campagna 2012/2013 in Puglia si sono consegnate 361.000 ton di latte, contro le 4.777.000 in Lombardia, 1.742.000 in Emilia Romagna, 1.095.000 in Veneto, 939.000 in Piemonte ecc.
    La sola provincia autonoma (piccola e montuosa) di Bolzano produce più latte della grande e pianeggiante Puglia.
    Abbiano autocisterne di latte che quotidianamente ingolfano l’autostrada viaggiando dalla Pianura padana alla Puglia, dove il latte diventa mozzarelle che, quotidinamente, ri-raggiungono la Pianura padana con altri autocarri; la Puglia, di suo, ci mette il know how, le strutture e gli addetti qualificati, non la materia prima.
    Dal punto di vista economico ed ecologico, sarebbe più sensato tasportare il know how al nord una tantum (come ha fatto il Caseificio Pugliese) piuttosto che far viaggiare cisterne, autocarri e furgoni lungo la A14.

    Trovo anche che il marchio stesso del Caseificio Pugliese, con l’inequivoca rappresentazione di un paesaggio alpino o prealpino, è sufficiente a disambiguare. Qualcuno lo scambia per un paesaggio da Foggia a Lecce?

  2. Condivido, soprattutto l’ultima parte di quanto scritto da Roberto che in effetti è la prima cosa che ho pensato leggendo l’articolo.
    D’altra parte mi pare che si stia spingendo in modo ossessivo sulla questione dell’origine (non mi riferisco al Fatto Alimentare) con il risultato di generare nel consumatore una sorta di “ossessione” e caccia alle streghe di cui la domanda del lettore è un esempio.
    Nessuno invece si preoccupa di spiegare alla gente le cose come stanno davvero.
    Il risultato secondo me sarà che la gente, a cui ormai è stata indotta la “necessità” di avere prodotti realizzati con materie prime italiane finirà per spendere di più (le materie prime italiane avranno una domanda maggiore, ma l’offerta rimane quella che è pertanto aumenteranno i costi) per avere prodotti che non necessariamente sono di qualità superiore. E’ facile capire, in questo quadro, quali sono gli stakeholder che si avvantaggerebbero da questa situazione. Ed è semplice di conseguenza capire il motivo di tutte queste pressioni sull’origine…
    Non è questa la strada con cui valorizzare il “made in Italy”. Si dovrebbe piuttosto far capire ai consumatori che la qualità è data da altro: è data dalla serietà dell’azienda, dalle garanzie di sicurezza che questa serietà comporta, dalla ricerca di materie prime adatte al prodotto che si vuole ottenere, a prescindere dalla loro origine.

  3. Il caso in questione è uno di quelli a cui si riferisce l’articolo 26 comma 3 del Reg. UE 1169/12. In particolare se vi sono espressioni in etichetta che riconducano il prodotto ad un origine geografica diversa da quella della materia prima (in questo caso il latte), il produttore dovrà riportare chiaramente in etichetta l’origine della materia prima (latte del Piemonte). Dati i diversi casi di produzione, il Regolamento prevede che entro il 13 dicembre di quest’anno la Commissione adotti un atto esecutivo che descriva le modalità d’applicazioni e le eventuali deroghe. Purtroppo la Commissione è in ritardo e l’atto sarà probabilmente pubblicato il prossimo anno.

    • Io non so se davvero rientri in tale casistica: il comma 2 lettera a dell’articolo 26 parla di “informazioni contenute nell’etichetta nel loro insieme….”.
      Premesso che l’etichetta vera non l’ho mai vista, da quel che vedo qui, loro mettono già, nello stesso campo visivo il riferimento a Lauriano (TO). Quindi l’etichetta “nel suo insieme” fa in modo che il consumatore non dia per scontato che si tratti di latte pugliese. Mi rendo conto che questa sia comunque un’interpretazione soggettiva.
      In ogni caso però, per come interpreto io l’articolo 26, in quel caso l’indicazione da aggiungere non sarebbe l’origine dell’ingrediente primario (latte in questo caso) che non viene menzionata nel comma 2, ma del prodotto in se, ovvero la mozzarella.
      Infatti è nell’art. 3 semmai che sarebbe prevista l’indicazione dell’origine del latte (lettera b), presupponendo però che venga anche indicata l’origine dell’alimento. Ma non è questo il caso, perchè il “Pugliese” dell’etichetta non è l’indicazione dell’origine, ma il nome dell’azienda.

    • comma 3 intendevo, non art. 3…

  4. adriana piovano

    Penso che l’ avv. D.Dongo ,nella parte conclusiva del suo intervento, intendesse dire che i nostri prodotti italiani non hanno nulla da invidiare a quelli d’ Oltralpe.

  5. Piantiamola con la solita “menata coldirettiana”, nazional-local-autarchico-protezionista, che serve solo a distogliere l’attenzione dal know-how delle aziende sane e brave, e dai veri obbiettivi di qualità.

  6. Qui non si tratta di menata del WWF giallo, ma di rispettare un regolamento comunitario che tende a tutelare l’uso improprio di simboli evocativi di un paese per vendere un prodotto.

  7. Tutti conoscono l’eccellenza dei pugliesi nel produrre paste filate di qualità strutturale ed organolettica, lasciateglielo dire , tantopiù che l’etichetta citata pare onestamente dichiarare origine del latte e luogo di produzione. Se poi, come afferma anche Dongo i Pugliesi, di nome e di fatto, utilizzano in Piemonte latte piemontese, notoriamente buono e con rese casearie elevate in quanto ricco in proteine e particolarmente adatto alla produzione di paste filate, perché alimentare una polemica sul fatto che il casificio mette in evidenza il proprio “savoir faire”?