Per la prima volta l’Italia sperimenta la vaccinazione contro l’influenza aviaria negli allevamenti commerciali. Il progetto pilota nelle province di Verona e Mantova.
Negli ultimi anni la strategia basata su biosicurezza, sorveglianza e abbattimenti ha consentito di contenere la’impatto dell’influenza aviaria sugli allevamenti, ma non di impedirne il ritorno. Ora l’Italia prova a percorrere una strada diversa: a maggio 2026 è partito il primo piano pilota nazionale di vaccinazione contro l’influenza aviaria a cominciare dagli allevamenti avicoli situati nelle province di Verona e Mantova. Si tratta di una nuova strada che potrebbe contribuire a ridurre il ricorso agli abbattimenti di massa di milioni di animali e le pesanti conseguenze economiche e produttive.
Influenza aviaria: una minaccia per allevamenti e filiere
L’influenza aviaria è una malattia causata da virus influenzali di tipo A che colpiscono soprattutto uccelli migratori, che rappresentano il principale serbatoio naturale del virus e favoriscono la diffusione negli allevamenti. I ceppi ad alta patogenicità del virus appartenenti al sottotipo H5 sono responsabili delle recenti epidemie in Europa e sono particolarmente temuti perché possono diffondersi rapidamente e provocare una mortalità molto elevata tra gli animali. Sono rari i casi di infezione negli esseri umani e riguardano prevalentemente persone esposte professionalmente ad animali infetti.

La malattia continua a essere monitorata con grande attenzione. Oltre all’impatto sull’economia del settore avicolo, infatti, preoccupa la possibilità che il virus continui a evolversi e ad adattarsi a nuove specie, motivo per cui la sorveglianza e il controllo sono considerati una priorità a livello internazionale.
Il piano pilota di vaccinazione
Il primo piano pilota italiano di vaccinazione contro l’influenza aviaria ad alta patogenicità è promosso dal Ministero della Salute in collaborazione con le Regioni Veneto e Lombardia. Per il momento il programma coinvolge un numero limitato di allevamenti selezionati nelle province di Verona e Mantova. La sperimentazione interessa tacchini da carne e galline ovaiole, ed è coordinata dal Ministero con il supporto scientifico dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe).
I vaccini impiegati sono autorizzati dall’Agenzia europea per i medicinali (EMA) e hanno dimostrato efficacia contro i ceppi virali circolanti e sono compatibili con i sistemi di sorveglianza che consentono di distinguere gli animali vaccinati da quelli infetti. Si tratta di vaccini vettorizzati o a subunità, che non utilizzano la tecnologia a mRNA.
Più che una sperimentazione del vaccino in sé, il progetto rappresenta una prova sul campo dell’intero sistema di vaccinazione. L’obiettivo è verificare se questa strategia possa essere applicata negli allevamenti commerciali, valutandone non solo l’impatto sulla riduzione della circolazione del virus e dei focolai, ma anche gli aspetti organizzativi, logistici ed economici legati a una possibile adozione su larga scala.

Il piano consentirà di raccogliere dati preziosi sui costi di gestione, sui controlli e sull’integrazione della vaccinazione con le misure già in uso, come la biosicurezza e la sorveglianza epidemiologica. Se i risultati saranno positivi, l’esperienza italiana potrebbe diventare un modello a livello nazionale ed europeo.
Il vero nodo: il commercio internazionale
Il principale ostacolo alla sua diffusione resta quello commerciale. Molti Paesi extraeuropei mantengono infatti restrizioni all’importazione di animali e prodotti provenienti da allevamenti vaccinati contro l’influenza aviaria. “Le limitazioni al commercio internazionale rappresentano oggi il principale ostacolo all’estensione della vaccinazione” spiega Calogero Terregino, direttore del Centro di referenza nazionale/Laboratorio di referenza europeo (EURL) per l’influenza aviaria presso l’IZSVe. Per questo motivo i prodotti ottenuti dagli allevamenti coinvolti nel piano pilota potranno essere commercializzati esclusivamente sul territorio nazionale.
Sono tuttavia in corso negoziati con i principali Paesi importatori e attività coordinate dall’Organizzazione mondiale per la salute animale (WOAH) per armonizzare le regole e ridurre le barriere commerciali non giustificate da motivazioni sanitarie. L’esperienza della Francia, che ha introdotto la vaccinazione su scala nazionale già tre anni fa, dimostra che queste criticità possono essere superate attraverso specifici accordi bilaterali.
Le domande aperte e i timori dei consumatori
Come accade per ogni nuova strategia sanitaria applicata agli allevamenti, anche il piano pilota di vaccinazione contro l’influenza aviaria non è esente da interrogativi e perplessità. Secondo Terregino, uno dei principali equivoci riguarda proprio la natura dei vaccini utilizzati. “Non si tratta di prodotti sperimentali né di vaccini a mRNA. Sono vaccini sviluppati con tecnologie consolidate e già impiegate da anni sia in medicina veterinaria sia, in alcuni casi, in medicina umana”. Le innovazioni introdotte negli ultimi anni riguardano soprattutto la capacità di aggiornare più rapidamente i vaccini in funzione dell’evoluzione del virus e di migliorarne l’efficacia.

Tra i dubbi sollevati da alcuni consumatori e gruppi di opinione vi sono anche quelli legati alla sicurezza dei vaccini e ai possibili effetti indiretti sulla filiera alimentare. In alcuni casi vengono richiamati precedenti come la crisi della BSE (la cosiddetta ‘mucca pazza’) e il tema dei prioni, sebbene si tratti di fenomeni biologicamente diversi e non correlati ai vaccini utilizzati contro l’influenza aviaria.
I vaccini utilizzati non comportano rischi né per gli animali né per la salute umana. Si tratta infatti di prodotti per i quali è stato valutato il profilo di sicurezza ed efficacia. Gli unici effetti indesiderati osservati sono stati rari e generalmente limitati a reazioni locali nel punto di inoculo, spesso associate a errori nella conservazione o nella somministrazione del vaccino. Anche sul fronte alimentare le autorità sanitarie ribadiscono che non esistono rischi per i consumatori: carne e uova provenienti da animali vaccinati sono considerate sicure e non contengono vaccini né loro componenti.
La sfida dei prossimi anni
In una prospettiva One Health, che integra salute animale, salute umana e tutela dell’ambiente, la vaccinazione potrebbe contribuire a ridurre la quantità di virus presente negli allevamenti e nell’ambiente, limitando il rischio di diffusione verso altri allevamenti, la fauna selvatica e, seppur raramente, l’uomo. Se nei prossimi anni il sistema riuscirà a ridurre il numero di focolai, gli abbattimenti di massa e i costi delle epidemie, integrandosi con biosicurezza e sorveglianza, il piano italiano potrebbe rappresentare un passaggio decisivo verso una gestione più sostenibile dell’influenza aviaria in Europa.
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Redattrice de Il Fatto Alimentare, biologa nutrizionista con PhD in medicina molecolare e traslazionale e un master in “Cibo e Società: politiche e pratiche dei sistemi agro-alimentari”. Lavora come project manager per interventi di educazione alimentare a diversi livelli ed è consulente di ricerca presso l’Università di Milano-Bicocca. Nei suoi articoli si occupa principalmente di nutrizione, benessere ed educazione alimentare, con un approccio scientifico e attento alle implicazioni sociali del cibo.


