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L’influenza aviaria è un campanello d’allarme: per tutelare biodiversità e salute basta allevamenti intensivi

Poultry farm business for the purpose of farming meat or eggs for food from, White chicken Farming feed in indoor housingSolo poche settimane fa l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) denunciava di aver registrato un numero ‘senza precedenti’ di casi di influenza aviaria in uccelli selvatici e domestici durante la stagione estiva (ne abbiamo parlato qui). Il Regno Unito si sta preparando per quella che potrebbe essere l’ondata peggiore della sua storia, istituendo delle ‘zone di prevenzione’. Gli Stati Uniti sono vicini al record storico di abbattimenti di polli e tacchini in una sola stagione. L’epidemia di influenza aviaria ad alta patogenicità (HPAI) scoppiata nel 2021 e mai terminata ha già causato la morte di centinaia di milioni di capi negli allevamenti, ma ha fatto anche strage tra gli uccelli selvatici. Per questo due scienziati, esperti di virologia e microbiologia, hanno lanciato un appello dalle pagine della rivista Science: “Le nazioni devono assumersi la responsabilità di proteggere gli animali selvatici dalle malattie antropogeniche, in particolare quelle che originano dalle popolazioni di animali da allevamento in costante crescita

Il ceppo di influenza aviaria ad alta patogenicità che sta colpendo soprattutto Europa e Nord America è nato proprio in un allevamento, in particolare un allevamento cinese di oche, nel 1996. Da lì, si è diffuso rapidamente tra gli allevamenti avicoli asiatici e nel 2005 ha fatto il salto agli uccelli selvatici, causando periodiche ondate in Asia ed Europa. Fino ad arrivare all’epidemia del 2021, che non è ancora terminata. Anzi, quest’anno, denunciano gli autori, il virus ha colpito duramente anche gli uccelli marini e, per alcune di queste specie, l’influenza aviaria avrà un impatto significativo su popolazioni già minacciate dalla perdita di habitat e dal cambiamento climatico.

aviaria, uccelli migratori
L’epidemia di influenza aviaria iniziata nel 2021 è proseguita nella stagione estiva, colpendo duramente gli uccelli selvatici

La responsabilità, secondo gli scienziati, è da ricercare nell’esplosione del numero di animali da allevamento, che rappresentano una minaccia crescente per la salute delle specie selvatiche e per quella delle persone. Negli ultimi 50 anni, la popolazione del pollame è passata da 5,7 a 35 miliardi di capi, i maiali allevati sono quasi raddoppiati, passando da poco più di mezzo miliardo a quasi un miliardo, mentre i bovini sono cresciuti da 1 miliardo a 1 miliardo e mezzo. In questo gigantesco serbatoio, le malattie infettive possono evolversi e poi fuoriuscire, con conseguenze devastanti, a volte per le persone, a volte per gli animali selvatici.

L’aviaria non è l’unica malattia ad aver fatto questo salto. Tra il 2016 e il 2017 la peste dei piccoli ruminanti, che colpisce ovini e caprini, è stata trasmessa dal bestiame alla saiga, l’antilope delle steppe della Mongolia, uccidendo l’80% della popolazione di questa specie minacciata. La peste suina africana, che nel 2022 è arrivata anche in Italia (ne abbiamo parlato in questi articoli), dal 2007 si è diffusa in Asia ed Europa attraverso il commercio di maiali e carne suina, finendo per contagiare i cinghiali selvatici. Nel Nord America il batterio Mycoplasma gallisepticum, patogeno responsabile della micoplasmosi nei polli, è stato trasmesso a fringuelli e altri uccelli canori, mentre la tubercolosi bovina è stata diffusa dal bestiame ad altri mammiferi selvatici in tutto il mondo.

L’attuale ceppo di influenza aviaria ad alta patogenicità è emerso in un allevamento di oche in Cina nel 1996

Purtroppo, lo vediamo anche nell’approccio al contenimento dell’influenza aviaria e della peste suina africana, le malattie infettive che colpiscono gli animali da allevamento sono viste soprattutto come un problema economico e come un potenziale rischio per la salute umana, senza pensare alla tutela delle specie selvatiche e della biodiversità. Le dimensioni ‘senza precedenti’ dell’attuale epidemia di influenza aviaria mettono in luce la necessità di sviluppare strategie per evitare lo spillover di altre malattie – in particolare vaiolo ovino, influenza suina e la malattia di Newcastle del pollame – dagli allevamenti agli animali selvatici.

I due scienziati, però, ritengono che sia indispensabile anche ripensare il nostro sistema alimentare, riducendo la dimensione e la densità degli allevamenti, limitando i trasporti di bestiame tra impianti e restringendo i contatti tra animali allevati e selvatici. Questi sforzi dovranno essere necessariamente accompagnati da una transizione dalle proteine animali a quelle vegetali, per ridurre la domanda di carne, latte e uova.

© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos, AdobeStock, iStock

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Roberto La Pira

  Giulia Crepaldi

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4 Commenti

  1. Perché mangiare tanta carne? Danneggiamo noi stessi (ma è una scelta) e se non bastasse, anche gli animali che il male lo subiscono.

  2. L’attuale Aviaria in Italia HPAI è di tipo H5N1 di cui abbiamo parlato in un precedente articolo: “I maggiori esperti di malattie infettive al mondo “trattengono il fiato” come “in attesa di un vulcano che sta per eruttare”. L’H5N1 rappresenta un virus influenzale dalle proporzioni bibliche con una mortalità che è 100 volte quella del Covid-19 (50% di mortalità, cioè una persona su due muore). Stimano che ci saranno nel mondo almeno un miliardo di morti e un collasso dell’intera società (immediato crollo del sistema sanitario, blocco di internet e energia, mancanza di cibo). Gli scienziati continuano a ripetere da oltre 20 anni che non è una questione di se ma di quando, perché è certo che prima o poi arriverà, potrebbe essere anche oggi.”

    Se l’opinione pubblica fosse a conoscenza di questo rischio di spillover gli allevamenti intensivi di polli verrebbero chiusi subito e per sempre.

    https://ilfattoalimentare.it/prossima-pandemia-libro.html

    • Informo che anche ipotizzando la chiusura degli allevamenti l’influenza aviaria perdurerebbe in quanto è prerogativa del selvatico esserne affetto o portatore sano.
      Mai si è verificata una infezione da domestico a selvatico, mai.
      Quindi il rischio di spillover resterebbe comunque.
      In ogni caso, un vaccino veterinario per l’influenza aviaria esiste e almeno una casa farmaceutica (tedesca) è in grado di produrlo.
      Stranamente la UE ne vieta l’utilizzo.

  3. Non posso che condividere.
    Gli animali selvatici sono vittime, e non untori.

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