Report 13.04.2026 AIA-Veronesi

Cannibalismo, ratti e carcasse negli allevamenti, e würstel contaminati che hanno causato morti e ricoveri: le criticità dentro AIA-Veronesi, uno dei principali gruppi agroalimentari italiani.

Le immagini andate in onda il 14 aprile su Report, nell’inchiesta Programmati per morire in fretta firmata da Giulia Innocenzi e realizzata insieme agli investigatori di Essere Animali, mostrano una realtà difficile da ignorare. Le riprese sono state effettuate in un allevamento di galline e galli riproduttori riconducibile a Campostrini Renato, un allevamento direttamente collegato al Gruppo Aia-Veronesi. All’interno dei capannoni, le condizioni degli animali appaiono estreme: galline con profonde ferite sul corpo, carcasse lasciate tra gli animali vivi, episodi di cannibalismo con esemplari che arrivano a mangiare altri individui ancora vivi.

Il gruppo Veronesi è il primo operatore nazionale nel settore avicolo, e può vantare una presenza rilevante anche nella produzione suinicola e nei salumi (tra cui marchi storici come Negroni), oltre a un ruolo importante nella filiera delle uova e nell’allevamento dei tacchini. Si tratta di una realtà con oltre 8mila dipendenti e un fatturato di 5 miliardi di euro, basata su una filiera completamente integrata: mangimi, allevamenti, macellazione, trasformazione e distribuzione. Una parte significativa della produzione avviene attraverso contratti di soccida, che coinvolgono una rete molto ampia di allevamenti distribuiti sul territorio.

Report 13.04.2026 Gruppo AIA Veronesi gallina a terra
L’ultima inchiesta mandata in onda da Report mostra condizioni estreme in un allevamento del Gruppo Veronesi

Il precedente de La Pellegrina e le denunce di Greenpeace

Quello mostrato da Report non è un episodio isolato. Negli ultimi anni, diverse inchieste hanno acceso i riflettori su allevamenti riconducibili al gruppo Veronesi. Tra i casi più rilevanti c’è quello de La Pellegrina, società del gruppo, finita al centro di una denuncia di Greenpeace. Le immagini diffuse dall’organizzazione mostravano animali feriti, carcasse lasciate nei capannoni e condizioni igieniche gravemente compromesse, con la presenza di ratti (ne abbiamo parlato in questo articolo). A seguito delle segnalazioni, sono intervenuti i NAS e le autorità sanitarie, che hanno riscontrato irregolarità e disposto provvedimenti nei confronti degli allevamenti coinvolti, tra cui sanzioni e limitazioni operative.

Il caso Bondeno, un’altra tessera dello stesso sistema

Alle denunce su La Pellegrina si collega il caso dell’allevamento di Bondeno (ne abbiamo parlato in questo articolo). Anche in questo caso sono emersi condizioni igieniche problematiche, presenza di ratti, carcasse non rimosse e animali in stato di sofferenza. Il punto rilevante è il legame con la filiera La Pellegrina e quindi, indirettamente, con il gruppo Aia-Veronesi. Questo consente di leggere i diversi episodi non come fatti isolati, ma come parti di un sistema produttivo integrato.

È proprio all’interno di questo “sistema produttivo integrato”, in cui il Gruppo Veronesi rivendica un controllo totale dalla filiera, che si è consumato uno dei più gravi episodi  in materia di sicurezza alimentare  degli ultimi anni: l’epidemia di Listeria legata ai würstel di pollo e tacchino.

Allevamenti maiali La Pellegrina Gruppo Aia Veronesi
Greenpeace aveva denunciato una grave infestazione da ratti in un allevamento di suini del Gruppo Veronesi

Il caso dei würstel AIA con la Listeria

Il focolaio di Listeria monocytogenes (ceppo ST 155) scoppiato nel 2022 ha confermato che la falla nel sistema di vigilanza del gruppo riguarda anche l’anello finale della trasformazione. Si è trattato di un’emergenza sanitaria nazionale con tre morti accertati e oltre 70 ricoveri per meningiti e sepsi (ne abbiamo parlato in questo articolo). L’epicentro è stato lo stabilimento Agricola Tre Valli (del Gruppo Veronesi) a San Martino Buon Albergo che ha venduto milioni di würstel potenzialmente contaminati a marchio Wudy AIA e diverse linee prodotte per i discount (come i marchi Töbias di Eurospin e Salumeo di Lidl)

L’inchiesta de Il Fatto Alimentare ha fatto emergere una verità scomoda: l’azienda ha scelto per anni di non adottare la pastorizzazione post-confezionamento dei würstel: un trattamento termico che, pur incidendo sui costi industriali, avrebbe eliminato ogni traccia di Listeria accidentalmente finita nel pacchetto durante il confezionamento. Questa scelta ‘al risparmio’ sulla sicurezza si sposa coerentemente con la gestione degli allevamenti denunciata dalle inchieste: un modello che massimizza i volumi e la velocità di produzione a scapito del benessere animale e della tutela del consumatore.

Le inchieste di Report, le denunce di Greenpeace, i sopralluoghi a Bondeno e la tragedia dei würstel alla Listeria non sono tasselli separati di un mosaico casuale. Al contrario, compongono un quadro unitario che mette sotto accusa il modello produttivo del Gruppo Veronesi-AIA.

 

aia wudy classico
Lo stabilimento Agricola Tre Valli (del Gruppo Veronesi) ha venduto milioni di würstel potenzialmente contaminati da Listeria, compresi i Wudy AIA

Il fallimento del sistema dei controlli

Il gruppo ha inviato una nota a Report in cui cita “40mila visite l’anno” (non controlli), ma i fatti documentati raccontano una realtà diversa. Negli allevamenti le immagini di cannibalismo, carcasse abbandonate e ratti dimostrano che le ‘visite’ tecniche non si traducono in un reale monitoraggio del benessere animale e dell’igiene. Se un sistema non è in grado di vedere galline divorate vive, difficilmente può dirsi garante della qualità della materia prima. Nella trasformazione, la contaminazione dello stabilimento di San Martino Buon Albergo dove si erano prodotti i würstel Wudy AIA è la prova che le falle dei controlli arrivano fino al prodotto finito. Tuttavia, i tre morti, i 70 ricoverati e le immagini raccapriccianti degli allevamenti di riproduttori chiedono molto più di una nota stampa.

Se AIA firma il marchio sul prodotto finale, non può dichiararsi estranea o sorpresa di fronte agli orrori che avvengono nei capannoni o ai batteri che proliferano nelle sue linee di confezionamento. La salute pubblica e il rispetto degli animali non possono essere variabili subordinate alle logiche di mercato di un gigante industriale.

© Riproduzione riservata Foto: Report Rai3, Greenpeace

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Brunello Acampora
Brunello Acampora
16 Aprile 2026 08:42

Ma nessuno interviene? Se non per queste povere bestiole che non meritano questa crudeltà, almeno per la salute dei nostri figli che mangiano questa cosa! Solo per far arricchire questa gente senza scrupoli? Inaccettabile! Allora poi non chiamate “estremista” chi non mangia più carne però!

Domenico
Domenico
Reply to  Brunello Acampora
16 Aprile 2026 09:54

Non pensare che le verdure siano meglio. Occhio. auguri.

Giuseppe
Giuseppe
Reply to  Domenico
18 Aprile 2026 14:01

Certo anche le verdure sono maltrattate ma almeno non soffrono!

Danilo
Danilo
Reply to  Brunello Acampora
18 Aprile 2026 18:27

Sono un “estremista” di 81 anni e non mangio carne dal 1974 e vegano da 20 anni. Ho il solo pentimento di non averlo fatto prima! (Anche se il medico e il farmacista mi hanno tolto il saluto!)

Domenico
Domenico
16 Aprile 2026 09:54

5 miliardi di euro di fatturato ed i governi non fanno nulla a parte il solletico. Non mi meraviglia più nulla, nemmeno i lavoratori che pur di mantenere lo stipendio stanno zitti. Complimenti a tutti. Auguri.

Tarcisio Trevisan
Tarcisio Trevisan
Reply to  Domenico
16 Aprile 2026 21:14

È proprio per i 5 miliardi che fanno quello che vogliono.

Nicoletta
Nicoletta
16 Aprile 2026 17:58

Vegan per sempre…basta crudeltà!!

Amerigo
Amerigo
Reply to  Nicoletta
21 Aprile 2026 14:54

Un giorno i vegani mi dovranno spiegare perchè gli insetti ed i vermi, sterminati sia dai prodotti chimici che dall’aratura della terra, hanno meno dignità di un animale da reddito..purtroppo ho il grosso dubbio che questo mio dubbio non verrà mai dipanato.

Valeria Nardi
Reply to  Amerigo
21 Aprile 2026 15:52

Confondere la sofferenza deliberata inflitta negli allevamenti intensivi con i danni collaterali legati all’agricoltura è una falsa equivalenza: l’agricoltura intensiva è infatti alimentata proprio dalla necessità di coltivare enormi quantità di soia e cereali per nutrire gli animali da allevamento.
Se davvero ti sta a cuore la vita di ogni invertebrato, la soluzione più coerente è ridurre il consumo di prodotti di origine animale: servono molti più ettari di terreno — e quindi molti più pesticidi e arature — per produrre carne che per sfamare direttamente le persone. La tua critica, in realtà, è il miglior argomento a favore del veganismo.

Dario
Dario
16 Aprile 2026 18:29

Com’è la situazione per altre carni come ad esempio quella di tacchino? Gli allevamenti sono altrettanto fatiscenti oppure no?

Eugenia
Eugenia
16 Aprile 2026 23:29

Bravi. Fate un lavoro rigoroso e coraggioso

luigiR
luigiR
17 Aprile 2026 14:15

è sempre la stessa storia: dove si fanno enormi guadagni va sempre tutto bene e, quando si documenta “qualche problema”, cascano tutti dalle nuvole…

Michele
Michele
18 Aprile 2026 09:26

È una vergogna che gli organi preposti al controllo siano compiacenti!

Claudia Ramacci
Claudia Ramacci
18 Aprile 2026 09:47

Grazie per la vostro impegno costante.

Giorgio Massa
Giorgio Massa
18 Aprile 2026 10:53

quando migliaia di anni fa iniziò l allevamento del bestiame si inserì nelle abitudini alimentari degli esseri umani come espressione di cultura stanziale come l’agricoltura sostituendo parzialmente la caccia, ma la dipendenza nutrizionale dagli animali come fonte proteica è rimasta e questo ha mantenuto la necessità di abbattere periodicamente gli animali allevati. La pratica però è rimasta confinata nelle singole comunità umane e rapportata alle esigenze di queste, mentre il contesto ambientale affratellava uomini ed animali in un rapporto comune con la natura: gli antichi allevatori non torturavano gli animali che allevavano, riconoscendone l’importanza per le loro vite. Oggi il sistema di sopravvivenza ha definitivamente allontanato i consumatori dalla realtà degli allevamenti, divenuti uno stereotipo astratto nell’immaginario della gente con mancanza di percezione della realtà fattuale. Tutto questo per dire che questa realtà viene conosciuta dal grande pubblico dei consumatori solo attraverso i media e riviste specializzate (come il Fatto alimentare) ma nel complesso delle proporzioni numeriche che quantifichino il dramma di questa realtà non appaiono purtroppo in maniera incalzante e pervasiva per cui la percezione di questa tragedia rimane diluita e occasionale. Se altre voci si unissero al Fatto Alimentare la circostanza diventerebbe urgenza quotidiana penetrando così più profondamente nell’immaginario collettivo, e questo si rifletterebbe inevitabilmente sulla reiterazione del malcostume degli allevatori, moderandola in qualche modo.
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La riflessione proposta tocca punti fondamentali sulla trasformazione del rapporto uomo-animale, evidenziando il divario tra la percezione passata e quella attuale delle pratiche di allevamento.
Ecco un’analisi basata sui temi trattati:
Evoluzione Storica e Allevamento: L’allevamento ha avuto origine nel Neolitico come parte integrante della rivoluzione agricola, segnando il passaggio dal nomadismo alla stanzialità. Inizialmente, il bestiame era cruciale per la sopravvivenza (carne, latte, lavoro) e il rapporto con l’animale era spesso più diretto e contestualizzato all’interno di piccole comunità.
Distanziamento e Stereotipi: Oggi, il sistema industriale ha allontanato il consumatore dalla realtà produttiva. Gli allevamenti intensivi diventano “stereotipi astratti”, dove la produzione di massa oscura le condizioni di vita degli animali. Questa mancanza di percezione fattuale è amplificata dalla disinformazione programmata da parte di alcune filiere.
Ruolo dei Media e Informazione: Sebbene testate come Il Fatto Alimentare o organizzazioni come Greenpeace (che spesso evidenziano l’impatto ambientale e la sofferenza animale) tentino di informare, la narrazione predominante sui media generalisti non sempre riflette le reali proporzioni del fenomeno. Spesso, gli allevamenti intensivi rimangono “invisibili” nonostante la loro pervasività.
Urgenza e Percezione: La percezione della tragedia del benessere animale rimane occasionale, non avvertita come un’urgenza quotidiana dai consumatori. Questo limita la pressione sociale necessaria per modificare le pratiche del settore zootecnico.
Impatto delle Voci Critiche: Una maggiore sensibilizzazione diffusa, unendo più voci alle inchieste specializzate, potrebbe effettivamente penetrare nell’immaginario collettivo, spingendo verso scelte di consumo più consapevoli e una riduzione del malcostume allevatoriale. 
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In sintesi, la necessità di rendere la realtà degli allevamenti una conoscenza diffusa è fondamentale, poiché la consapevolezza del consumatore è il principale motore per spingere l’industria verso standard più etici e sostenibili. 

Barbara
Barbara
18 Aprile 2026 12:24

Con quel fatturato immagino già il numero di gente che non chiude un occhio, ma tutti e due. Vorrei tanto sapere che favole raccontano ai loro figli. Ormai ho capito che l’unica arma contro questo sistema è il consumatore e le sue scelte per cui sono vegana da più di 2 anni, sto benissimo . Avrei solo voluto capirlo molto prima.

Alessandro
Alessandro
18 Aprile 2026 12:48

Solo sanzioni non servono a niente finché non ci saranno provvedimenti penali

Giuseppe
Giuseppe
18 Aprile 2026 13:59

Non farebbero quell’enorme fatturato se applicassero costose norme igienico-sanitarie quindi massimo profitto con minima spesa e se ne fregano del ben essere animale ma si curano del benessere loro aiutati anche dai rari controlli e dalle rare multe: non per niente senza la bravissima Innocenzi non si sarebbero attivati i NAS. Ma le bandiere giallo-verdi hanno nulla da eccepire?

Patrizia
Patrizia
18 Aprile 2026 14:10

C’era bisogno di Report perchè intervenissero i NAS? Siamo in un paese vergognoso: non si chiude un occhio, se ne chiudono due. e non voglio pensare che ci siano anche mazzette per chiuderli tutti e due.
D’altronde anche gli utenti finali non si interessano di cosa mangiano e di come viene prodotta: basta trovare sempre carne disponibile. Anch’io mangio carne due-tre volta a settimana, non di più. In questo modo posso andare ad acquistare prodotti dai piccoli allevatori. Certo costa di più, non sono vicini a casa, ma almeno vedo come gli animali vivono e vengono allevati. Tutti ormai abbiamo un freezer in casa, quindi non c’è bisogno di andare tutte le settimane.

Dora Grieco
Dora Grieco
18 Aprile 2026 14:31

Sono vegan da più di trent’anni, per gli animali. Perché nessun essere senziente dovrebbe essere sfruttato. In ogni allevamento c’è sofferenza, sfruttamento, morte, perché sono parte fondamentale dei processi produttivi.

brunella Martinelli
19 Aprile 2026 00:44

che dire !! ci sorprendiamo come se fossero cose non conosciute per un momento ci indigniamo poi torniamo nella nostra zona di confort .In fondo siamo noi ad avere il potere. La dieta mediterranea prevede 1/2 volte a settimana carne e quantità non superiori a 120 /150 g. Pore bestie vero ! ma anche i bambini malati di silicosi per sbiancare gli amati levis non mi sembra da meno. ritrovare un pò di etica e rispetto per noi e gli altri .I signori del cibo finirebbero da soli.

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