Tacchini in un allevamento intensivo

Il rapporto della Commissione europea fotografa un sistema con densità fino a 65 kg per metro quadrato, dermatiti plantari e mutilazioni.

Il 9% circa dei tacchini maschi muore prima di arrivare al macello. Per le femmine la mortalità è del 4-5%. Non si tratta di episodi isolati, ma di percentuali considerate ‘normali’ nel sistema produttivo italiano. È uno dei dati più significativi contenuti nel rapporto della Commissione europea (DG SANTE 2024-7990) che ha analizzato il settore del tacchino in Italia nel 2024. Un documento tecnico, poco discusso nel dibattito pubblico, che però fotografa una situazione ben lontana dall’idea di filiera ‘virtuosa’.

L’Italia è uno dei principali produttori europei di carne di tacchino. Ogni anno vengono macellati da 27 a 30 milioni di volatili e il consumo medio si aggira intorno ai 4 kg pro capite l’anno. Il pollo, la prima carne avicola consumata in Italia, invece arriva a 21 kg. Il settore è altamente concentrato: c’è il Gruppo Veronesi con il marchio Aia, poi Amadori e Fileni, che arrivano al 90% della produzione nazionale. Quando la filiera è così centralizzata, il modello adottato diventa la regola.

Il rapporto della Commissione europea

Ed è proprio questo modello che il rapporto della Commissione Europea ha preso in esame. Nei capannoni visitati dagli ispettori la densità a fine ciclo raggiunge 60-65 kg di animali per metro quadrato. Un valore elevatissimo. Vuol dire tre maschi da 20 kg in un metro quadrato, o sei o più femmine da 9 kg. Le femmine vengono macellate dopo circa 14 settimane, i maschi dopo 20 quando pesano 20 kg. Vuol dire che animali molto grandi devono vivere per mesi in spazi molto ridotti dove muoversi diventa un problema. Il documento descrive un sistema in cui le lesioni da contatto sono un problema strutturale.

La qualità della lettiera è considerata un parametro chiave proprio per prevenire dermatiti plantari e ustioni al garretto (hock burns). Nei macelli visitati, gli operatori monitorano sistematicamente la dermatite attraverso sistemi automatici di classificazione, insieme ad altri indicatori come lesioni cutanee e borsiti sternali. La Commissione riporta che nella maggior parte dei gruppi si osserva un’alta prevalenza di dermatite plantare durante tutto l’anno, con variazioni stagionali più marcate nei mesi invernali.

Tacchini in un allevamento intensivo
Nei capannoni visitati dagli ispettori la densità a fine ciclo raggiunge 60-65 kg di animali per metro quadrato

Le criticità del monitoraggio

Il passaggio più significativo, però, è quello che riguarda il macello. Nell’impianto visitato dagli ispettori europei viene utilizzato un sistema automatico di classificazione della dermatite plantare che assegna punteggi da 0 a 4, dove 4 indica lesioni gravi fino alla necrosi. Non si tratta quindi di una valutazione generica o soggettiva, ma di un monitoraggio strutturato e tecnicamente definito. E cosa mostrano questi dati? Il rapporto parla di un’alta prevalenza di dermatite plantare nella maggior parte dei gruppi, durante tutto l’anno, con variazioni stagionali più marcate nei mesi invernali. Non un caso isolato, non un lotto problematico: una condizione diffusa.

Il punto più critico, però, è un altro: nonostante questi dati siano raccolti e analizzati, non innescano automaticamente misure correttive o sanzioni. Le informazioni restano all’interno dei sistemi di monitoraggio aziendale e non esistono soglie vincolanti che comportino conseguenze concrete per gli allevatori in presenza di livelli elevati di lesioni.

Tacchini mutilati

Il rapporto segnala inoltre la diffusione delle mutilazioni praticate in incubatoio. Il debeccaggio è effettuato sistematicamente su maschi e femmine tramite tecnologia laser, mentre una quota significativa delle femmine è sottoposta anche a declawing, cioè al trattamento delle unghie per impedirne la ricrescita. Solo il 30-40% delle femmine ne è esente. Si tratta di pratiche preventive finalizzate a ridurre ferite e aggressioni in gruppi numerosi e allevati ad alta densità, più che a migliorare il benessere in senso positivo.

Anche quando il rapporto prova a descrivere gli strumenti di ‘miglioramento’, il quadro non cambia molto. Gli arricchimenti ambientali, che dovrebbero ridurre stress, aggressività e comportamenti anomali, compaiono quasi come una nota a margine. In alcuni allevamenti visitati dagli ispettori sono stati osservati materiali come cestini con paglia o cartoni per uova, ma con una proporzione che colpisce: circa un cestino ogni mille animali, spesso presente solo per un periodo limitato e non reintegrato nel tempo. È il classico caso in cui una misura “esiste” formalmente, ma non incide realmente sulla vita quotidiana degli animali. In capannoni con migliaia di tacchini pesanti e compressi, un oggetto ogni mille capi ha più valore simbolico che funzionale.

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L’88% dei tacchini presenta white striping nella muscolatura del petto in qualche grado

White striping anche tra i tacchini

C’è poi un elemento che il rapporto europeo non approfondisce direttamente, ma che rappresenta un indizio macroscopico del modello produttivo: il white striping nel petto di tacchino. La missione DG SANTE non entra nel merito delle miopatie muscolari, ma la letteratura scientifica internazionale è chiara. In uno studio su linee pure di tacchini, l’88% degli animali presentava white striping in qualche grado, e lavori successivi descrivono il fenomeno come altamente prevalente, con valori riportati tra il 60% e l’88% a seconda della popolazione analizzata. Non si tratta di un semplice difetto estetico della carne: è una miopatia degenerativa associata alla selezione genetica per crescita rapida e resa elevata del petto. È il segno, visibile al banco del supermercato, di una pressione produttiva che non si ferma alla superficie della pelle, ma arriva dentro il muscolo.

Non mancano elementi positivi, come la drastica riduzione dell’uso di antibiotici negli ultimi anni, con un calo molto significativo rispetto al passato e l’abbandono di alcune molecole critiche. Ma questo risultato non modifica le criticità strutturali evidenziate: densità elevate, mortalità significativa, lesioni diffuse e un sistema di controlli che raramente si traduce in sanzioni.

Un sistema malato

Letto insieme al parere EFSA sul benessere dei tacchini (ne abbiamo parlato in questo articolo), il documento della Commissione europea sull’Italia è allarmante anche se non emergono scandali. Il rapporto non descrive singole irregolarità, ma un equilibrio produttivo in cui densità elevate, mortalità significativa e lesioni diffuse rappresentano il funzionamento del sistema. Quando fino al 9% degli animali muore durante l’ingrasso, quando le zampe vengono classificate fino alla necrosi e quando questi dati non producono conseguenze operative, il problema non è la mancanza di informazioni. È l’assenza di regole che mettano un limite economico alla sofferenza. In questo vuoto normativo, il profitto resta l’unico parametro realmente misurato.

© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos, Il Fatto Alimentare

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