In Italia i tacchini sono la carne più consumata dopo i polli, ma negli allevamenti non esistono regole. Gli animali raggiungono fino a 20 kg in pochi mesi. Il rapporto EFSA che tutti vogliono ignorare.
Nella classifica degli animali “dimenticati” il primo posto spetta al tacchino. È la carne avicola più venduta dopo il pollo con 4 kg proi capite l’anno, ma a dispetto della logica non esiste una normativa sul benessere e negli allevamenti le condizioni sono spesso disastrose. Per questo l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha pubblicato pochi giorni fa un report, passato quasi del tutto inosservato, che riporta i gravi problemi nella vita di questi animali.
Un animale enorme in pochi mesi
Il documento focalizza subito il problema: oggi il tacchino cresce in modo estremamente rapido per cui le femmine arrivano a 9–10 kg in poco più di tre mesi, mentre i maschi superare i 20 kg in cinque mesi.
Si tratta di un incremento ponderale di 90–140 grammi al giorno! Per capire la portata di questi numeri basta fare un confronto con i polli. Un pollo da carne (broiler) arriva in media a 2,5 kg in 6 settimane, e aumenta di 50-60 grammi al giorno. Il tacchino diventa un animale fino a otto volte più pesante per cui i problemi di mobilità, postura e saluteche si riscontrano già nei polli sono solo amplificati.

60-65 kg per metro quadro
Il documento dice chiaramente che quando una crescita così rapida non è accompagnata da spazi adeguati e da una gestione accurata, aumenta il rischio di problemi locomotori, crea lesioni e stress. Non si tratta di un effetto collaterale ma di una conseguenza prevedibile. EFSA non si limita a parlare di “densità” in senso astratto, ma stima lo spazio minimo necessario affinché un tacchino possa stare in piedi, sdraiarsi, muoversi, mangiare e bere, aprire le ali, compiere comportamenti di comfort (stirarsi, pulirsi, fare bagni di polvere). Negli allevamenti gli animali vivono in spazi angusti. In un metro quadrato possono esserci 3 maschi adulti, oppure 6 femmine e raggiungere un peso complessivo di 60–65 kg. In queste condizioni, la superficie a disposizione è minima e aprire le ali senza urtare altri animali e praticamente impossibile. Il risultato è una restrizione del movimento, problemi di riposo e l’impossibilità di esprimere comportamenti naturali. Efsa raccomanda come superficie 0,49 m² per un tacchino di 7 kg e 0,82 m² per un tacchino di 25 kg. Numeri che sono molto distanti dalla realtà.
Lettiera, zampe e lesioni
Con densità così elevate, il contatto e la permanenza con al lettiera ha un’importanza rilevante. La lettiera diventa però però una criticità se è umida, mal gestita e ricca di ammoniaca come spesso succede. Per questo motivo è normale riscontrare al macello animali con dermatiti alle zampe, lesioni cutanee, zoppie e problemi respiratori. Studi europei mostrano che una quota elevatissima di tacchini arriva al macello con lesioni alle zampe, in alcuni casi su supera il 50%. Non si tratta quindi di episodi isolati ma di un problema strutturale.

Troppo peso, poca mobilità
Come nei polli da carne a crescita rapida, anche nel tacchino quando il peso aumenta la mobilità diminuisce e il rischio di lesioni da contatto esplode. Con una differenza fondamentale: il tacchino è molto più grande, più pesante e vive più a lungo. Per questo il documento dell’EFSA invita gli allevatori a ridurre la spinta alla crescita e concentrarsi sulla salute e sul benessere animale perché il corpo di questi animali ingrassati in modo esagerato non regge il modello produttivo.
Le mutilazioni
L’ altro aspetto sconosciuto sono le mutilazioni nelle prime ore di vita quando gli animali hanno un giorno appena. È lì che si interviene sul becco e, in molti casi, anche sulle unghie. Il debeccaggio – la riduzione della punta del becco superiore – viene effettuato il primo giorno, spesso con tecnologia laser. L’obiettivo dichiarato è ridurre ferite e aggressioni tra animali allevati in gruppi numerosi e ad alta densità. Per le femmine, in una parte significativa della produzione, si aggiunge il declawing: un trattamento applicato alle tre dita anteriori che impedisce la ricrescita degli artigli. Non tutte le femmine vengono sottoposte a questa procedura – il rapporto europeo indica che circa il 30–40% ne è esente – ma la pratica è comunque diffusa e viene effettuata in due dei sei incubatoi presenti in Italia. Anche in questo caso la finalità è preventiva: limitare i danni tra animali costretti a convivere in spazi ristretti.
C’è poi un intervento ancora meno conosciuto: la rimozione dello “snood”, l’appendice carnosa che pende sopra il becco dei maschi. Questa operazione viene effettuata manualmente su animali di un giorno in buona parte degli allevamenti. Tutte queste operazioni che causano dolore e stress servono a limitare i danni conseguenti ad ambienti sovraffollati, non certo a rimuovere le cause. La soluzione vera non è mutilare gli animali, ma aumentare lo spazio disponibile, introdurre arricchimenti ambientali, migliorare la gestione e ridurre la densità. La nota positiva è che negli allevamenti biologici tutto ciò non avviene.
Un sistema di allevamento per fare soffrire
Il rapporto EFSA non focalizza l’attenzione sugli abusi, ma descrive un sistema di allevamento in cui la sofferenza è una certezza. Poco spazio, affollamento estremo, crescita forzata, lesioni alle zampe, mutilazioni, genetica sbilanciata. E mentre l’Europa discute di benessere animale, milioni di tacchini continuano a crescere enormi e troppo in fretta, in una zona grigia dove le regole non sono ancora arrivate.
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Giornalista professionista, direttore de Il Fatto Alimentare. Laureato in Scienze delle preparazioni alimentari ha diretto il mensile Altroconsumo e maturato una lunga esperienza come free lance con diverse testate (Corriere della sera, la Stampa, Espresso, Panorama, Focus…). Ha collaborato con il programma Mi manda Lubrano di Rai 3 e Consumi & consumi di RaiNews 24



Gent.mo Dott. La Pira, innanzitutto grazie per il suo lavoro. Circa il tema degli allevamenti intensivi credo si debba agire su un doppio binario. Il primo è quello normativo, di rigore nei controlli, di gestione trasparente dei fondi e dei sussidi al settore. La responsabilità ricade sulla politica e sulla società nel suo insieme. Il secondo binario è quello delle scelte personali. Le scelte di consumo contano. eccome. Si possono orientare le proprie scelte riducendo l’acquisto di carne a favore di vegetali, ci si può approvvigionare da allevatori locali, nei mercatini locali.. anziché acquistare pollo e tacchino a prezzi stracciati nella GDO. Roba per ricchi e intellettuali ? Assolutamente no. Si può tranquillamente optare per comprare meno carne in termini assoluti e pagarla di più sapendo da dove proviene. ne guadagniamo in salute senza penalizzare il bilancio famigliare. cordiali saluti