Pollo fritto fast food

Un’indagine su McDonald’s, KFC e Burger King di Essere Animali rivela la realtà dietro i prezzi bassi: “pulcinotti” giganti, zoppicanti, affetti da deformità e ustioni.

Il pollo che finisce nei nugget, nei wrap e nei panini di molte catene fast food – McDonald’s, KFC, Burger King e altre – è quasi sempre un broiler. Un animale selezionato per raggiungere il peso di macellazione in 35-45 giorni. Non si tratta di un animale adulto ma di un pulcinotto cresciuto a velocità industriale. In poco più di un mese il suo petto diventa enorme, sproporzionato rispetto allo scheletro che stenta a stare in piedi. La selezione genetica punta tutto su resa e rapidità di accrescimento con conseguenze disastrose documentate anche in un recente documento dall’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare).

Si parla di zoppie e difficoltà di deambulazione, dermatiti plantari, ustioni alle zampe e ai garretti (hock burns), con una mortalità che arriva al 5% circa. Molti di questi animali trascorrono la maggior parte del loro tempo seduti, incapaci di sostenere il peso del corpo e per questo la maggior parte presenta ustioni.

Pollo fritto fast food
I polli usati dai fast food sono pulcinotti cresciuti in fretta che non si reggono in piedi

L’edizione 2025 di The Pecking Order (presentata da Essere Animali) mostra che solo il 7% delle aziende italiane sta facendo progressi cercando di abbandonare le razze a crescita rapida, le altre continuano ad acquistare solo polli Frankenstein con un petto enorme, che costano quanto due litri di latte fresco. Mentre in Paesi come Francia, Danimarca e Svezia le aziende stanno adottando standard più elevati e trasparenti, in Italia il divario continua a crescere. Su sette grandi catene di ristorazione analizzate nel nostro Paese (Autogrill, Burger King, IKEA, KFC, McDonald’s, Starbucks e Subway), solo IKEA ha pubblicato un impegno per eliminare le principali problematiche di benessere animale. Le altre catene se ne fregano bellamente.

Le strisce bianche 

Il Fatto Alimentare ha dedicato numerosi articoli al fenomeno caratteristico delle striature bianche (white striping) visibili a occhio nudo nei petti di pollo crudi. Non si tratta di una malattia pericolosa per gli avventori, ma di un segnale di crescita accelerata e alterazione del muscolo presente nella maggior parte dei broiler. Quando si ordina pollo fritto o nugget, i dettagli non si vedono perché la carne è impanata, sminuzzata, lavorata. Ma la materia prima resta quella.

Quando si ordina pollo fritto o nugget non si vedono le strisce bianche e le ustioni

Ustioni e lesioni invisibili 

Un altro problema ricorrente sono le ustioni e le lesioni scure sui garretti dovute al contatto prolungato con lettiere umide e sporche. Oppure la dermatite plantare, che colpisce la pianta delle zampe. Il cliente che ordina vede solo un prodotto croccante venduta a un prezzo stracciato. Dai dati ufficiali del Ministero della Salute, esaminati da Il Fatto Alimentare, praticamente tutti i polli allevati industrialmente sviluppano ustioni da contatto sotto le zampe, causate dall’umidità e dalla scarsa igiene della lettiera e dal poco movimento. In uno studio su circa 185mila polli di allevamenti lombardi, il 50% aveva bruciature molto evidenti su metà della pianta della zampa, il 25% aveva lesioni che raggiungevano le dita, e solo il restante 25% riportava lesioni lievi. Questi dati che sono ben noti a McDonald’s e alle altre catene vengono del tutto ignorati.

Il prezzo basso non è neutrale

Un panino al pollo venduto a pochi euro non è solo il risultato di efficienza logistica. È il frutto di una scelta precisa: acquistare animali che hanno vissuto in un modo disgraziato, con altissime rese e cicli produttivi rapidissimi. Passare a razze a crescita lenta comporterebbe più tempo di allevamento, meno densità, costi maggiori (stimati intorno al 18-19% in più) ma un livello di benessere per i polli decisamente superiore.

Pollo fritto fast food
Il cliente di McDonald’s, KFC o Burger King raramente si chiede quanti giorni ha vissuto il pollo fritto nel piatto

Pollo Frankenstein

Il cliente di McDonald’s, KFC o Burger King raramente si chiede quanti giorni ha vissuto il pollo fritto del panino. Se poteva camminare. Il marketing parla di “pollo 100% italiano”, “filiera controllata”, “qualità garantita” non di pulcinotti disgraziati. Non dice che gli animali sono ustionati e i muscoli striati per lo stress della crescita esplosiva.

Eppure è proprio lì che si gioca la differenza tra un modello produttivo che considera il benessere animale e uno che lo ignora e mette in prima fila il profitto. Il punto non è demonizzare chi mangia nugget o crocchette. Ma essere consapevoli che dietro un prezzo stracciato e una carne tenerissima c’è un pollo Frankenstein. Finché il cliente non si porrà la domanda, difficilmente le catene avranno un incentivo forte a cambiare.

© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos

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