Parte della frutta e verdura proveniente dagli insediamenti israeliani nei territori occupati entra in Europa come prodotto “made in Israel”, aggirando regole commerciali e obblighi di trasparenza sull’origine.
Sebbene gli occhi del mondo non siano più puntati sulla Palestina, i soprusi continuano imperterriti a colpire il popolo palestinese e a derubare la sua terra. E spesso tutto ciò avviene con la complicità silente dei nostri governi. A tal proposito, è di recente pubblicazione il rapporto intitolato Importing Occupation a opera della ONG legale Global Echo che, attraverso l’analisi di oltre 30.000 documenti relativi a esportazioni israeliane verso l’Europa, ha messo in luce la pratica attuata da Israele di esportare merce prodotta nei territori occupati spacciandola come “made in Israel”.
L’indagine sui prodotti “made in Israel”
L’Unione europea è il principale partner commerciale e investitore straniero di Israele: ogni anno, circa il 28,8% di tutte le esportazioni israeliane è destinato all’UE. Tra i principali prodotti agricoli e alimentari che l’UE importa ci sono la frutta e la verdura fresca, come l’avocado, i datteri, le melagrane, gli agrumi, i manghi, i pomodori e le erbe aromatiche, beni che troppo spesso sono coltivati sulle terre sottratte ai palestinesi. Il rapporto Importing Occupation evidenzia infatti l’esistenza di un sistema organizzato, diffuso e di lunga data attraverso il quale i prodotti agricoli provenienti dalle colonie illegali sono esportati in Europa presentandoli falsamente come israeliani. Tutto ciò è sostenuto da un meccanismo finalizzato a violare gli accordi commerciali attraverso pratiche volte a nascondere o offuscare la vera origine della merce.
Global Echo ha individuato tre modalità abitualmente utilizzate: la prima consiste nell’indicare il luogo effettivo di produzione nei territori occupati dichiarando contemporaneamente i prodotti come israeliani; la seconda prevede di indicare un indirizzo fittizio che non ha alcuna relazione con la vera origine del prodotto; la terza contempla di mescolare i prodotti degli insediamenti con le merci provenienti da Israele dando luogo a spedizioni miste esportate come di origine israeliana.
La portata di questo fenomeno è immensa: delle quasi 6.000 spedizioni israeliane di frutta e verdura verso l’Europa tra il 2017 e il 2026 analizzate dalla ONG, oltre il 17% conteneva prodotti provenienti dalle colonie. In termini monetari si tratta di una quantità di merce dal valore di 13,09 milioni di euro. Questi dati mostrano come le merci degli insediamenti che entrano nei mercati europei in modo illecito non siano un’eccezione, ma piuttosto rappresentino una componente sostanziale del commercio agricolo israeliano verso l’UE.

Rapporti Israele-UE
Pratiche di occultamento dell’origine della merce come quelle appena descritte compromettono la corretta applicazione delle norme commerciali e politiche dell’Unione europea. Nel 1995 l’UE ha concluso con Israele un accordo di associazione volto ad agevolare e aumentare gli scambi commerciali: entrato in vigore nel 2000, esso ha istituito un’area di libero scambio che prevede l’esenzione totale dei dazi doganali per i prodotti industriali e la riduzione progressiva delle tariffe su molti prodotti agricoli.
A essere esclusi da tali benefici commerciali sono i territori occupati da Israele dal 1967, cioè Cisgiordania, Gerusalemme Est, Striscia di Gaza e Alture del Golan. In base all’accordo Israele-Ue, le merci originarie degli insediamenti israeliani non hanno diritto a un trattamento tariffario preferenziale, ma possono essere importate nell’UE. Ecco dunque spiegato il motivo per cui i produttori israeliani etichettano falsamente i prodotti coltivati nelle terre palestinesi: la possibilità di beneficiare di dazi doganali bassi.
Secondo Global Echo, l’occultamento sistematico dell’origine è però oramai un meccanismo integrato nel funzionamento stesso del mercato dell’UE. L’accordo di commercio definito da entrambe le parti presenta diversi punti deboli che gli attori statali e privati israeliani sfruttano regolarmente con la consapevolezza dell’Unione europea. Il rapporto di Global Echo sottolinea anche un altro aspetto di fondamentale importanza: la pratica di commercializzare prodotti coltivati nelle terre occupate come israeliani contribuisce in modo concreto alla sostenibilità economica e all’espansione del progetto di insediamento, compresa l’accelerazione dell’appropriazione di terreni nell’Area C della Cisgiordania.

Le deboli proposte dell’Europa
A Gaza dalla cosiddetta “tregua” sono stati uccisi circa 1.000 civili e in Cisgiordania si sta assistendo a una grave escalation di violenze, una situazione che ha portato alcuni Paesi europei a ritenere necessario una limitazione delle importazioni di beni provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati. Per ora quello che è stato fatto si è rivelato inefficace. Sebbene dal 2004 sia richiesto agli esportatori israeliani di fornire i codici postali identificativi del luogo di produzione, abbiamo visto come tale controllo sia facilmente raggirabile. Di conseguenza, anche la decisione della Corte di giustizia dell’UE, che ha stabilito nel 2019 che sulle etichette dei prodotti alimentari debba essere indicata la provenienza dalle colonie, appare sostanzialmente vana.
Francia e Spagna hanno sollecitato la Commissione europea ad adottare restrizioni a livello dell’UE, ma per ora non esiste alcuna misura concreta, solo iniziative portate avanti dai singoli Stati membri: Belgio, Spagna, Slovenia e Irlanda hanno introdotto, o stanno ultimando, provvedimenti volti a limitare le importazioni dagli insediamenti. Mentre l’Europa assiste inerte al ladrocinio di una terra, nel 2025 il gabinetto di sicurezza israeliano ha acconsentito la creazione di 19 nuovi insediamenti nella Cisgiordania occupata, arrivando così a 69 insediamenti approvati in soli tre anni.
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