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Per i pesci di allevamento dal 1° giugno tornano le farine animali nei mangimi. Il parere di Dell’Orto

allevamento muccheL’Unione Europea ha deciso di autorizzare la presenza di farine animali nei mangimi dei pesci di allevamento, a distanza di 12 anni  dalla pandemia della “mucca pazza”. Dopo lo scandalo Bruxelles aveva bloccato l’utilizzo degli scarti di mammiferi macellati da utilizzare come materia prima per la razione alimentare dei mammiferi.

Il contagio della Bse, l’encefalite spongiforme bovina, fu devastante: 190mila casi accertati nel mondo e 225 morti ufficiali per la variante che attacca l’uomo. Due decessi furono registrati anche in Italia.

 

Nel 2013, superando un divieto severo applicato in tutta la UE a partire dalla deflagrazione del morbo, i capi da produzione potranno tornare a essere nutriti con alcune farine animali prodotte con scarti di macelleria. A sancirlo è il Regolamento UE 56 2013 firmato lo scorso 16 gennaio: via libera dal prossimo 1° giugno.

 

maialeL’impiego di proteine animali trasformate sarà limitato a maiali, pollame e pesci d’acquacoltura. È invece confermato il divieto di utilizzare farine e derivati per i bovini. Dovrà anche essere evitato il cannibalismo: quindi il maiale non mangerà maiale e il pollo non mangerà pollo.

Questo ripensamento  da parte della Commissione Europea si spiega con l’esigenza, soprattutto nei confronti dell’acquacoltura, di trovare un’alternativa ai mangimi finora utilizzati ricavati da farine e oli di pesce addizionate a proteine vegetali.

 

È il notevole sfruttamento degli allevamenti ittici, la cui resa nel 2010 ha superato per la prima volta quella dell’allevamento bovino, ad aver reso necessaria questa soluzione. Oggi nel mondo, l’acquacoltura “brucia” oltre un milione di tonnellate di mangime e la quantità è destinata a raddoppiare entro il 2020. Se a ciò si aggiunge che un buon 60% delle farine prodotte dalla pesca nell’Atlantico è razziato dalla Cina, l’esigenza dei paesi affacciati sul Mediterraneo diviene ancora più evidente.

 

acquacoltura«Siamo favorevoli all’impiego di farine animali nelle nostre vasche d’allevamento», commenta Pier Antonio Salvador, presidente dell’Associazione piscicoltori italiani. «Sarà importante tutelare l’animale, l’ambiente e il consumatore: rispettate queste premesse, forniremo un prodotto di maggiore qualità rispetto al pescato».

 

In effetti, il pesce d’acquacoltura, per la rigidità dei controlli sanitari, è esente da diverse contaminazioni ambientali (diossine, pcb e mercurio) e microbiologiche, più difficili da evitare nei mari e negli oceani, ed è anche più economico. La sua tracciabilità, inoltre, lo rende più sicuro.

 

Il dubbio risulta legittimo alla luce delle ultime notizie poco rassicuranti in materia alimentare. Di questa decisione della UE, discutibile è la tempistica, considerata la bufera generata dall’impiego non dichiarato di carne di cavallo al posto di quella bovina, non di per sé la scelta, a sentire gli addetti ai lavori.

 

acquacoltura«La decisione poteva essere presa già da qualche anno. I derivati sono risorse proteiche di alto valore biologico e contengono una buona quantità di minerali e vitamine idrosolubili», spiega Vittorio Dell’Orto, docente di nutrizione animale alla facoltà di Veterinaria dell’Università statale di Milano. «Non è in dubbio la sicurezza alimentare: le farine sono prodotte da scarti trattati ad alta temperatura, sterilizzati e disidratati».

 

L’affinamento delle metodiche ha portato il prodotto d’allevamento ad avere un sapore molto simile a quello del pesce selvatico. L’Italia è dunque favorevole a una regolamentazione meno stringente. Afferma Pier Antonio Salvador: «Presto ci siederemo attorno a un tavolo con gli organi preposti e le altre parti in causa per definire la migliore strategia tesa a individuare l’origine e il trattamento della mangimistica».

 

assortimento pesce crudoIn attesa che diventi più accessibile l’impiego di microalghe marine, eccezionale dal punto di vista qualitativo ma oltremodo caro, per gli itticoltori italiani non c’è altra scelta. Lungo la nostra penisola, infatti, sono già 800 gli allevamenti attivi, di cui 15 di natura biologica. Prevale la troticoltura, seguita dall’allevamento di spigole (branzini), orate e storioni. D’allevamento è anche la maggior parte del pesce importato sulle nostre tavole: salmone e merluzzo (Svezia e Danimarca), spigole, orate e molluschi come le cozze (Spagna).

 

Ciò nonostante, il via libera dell’Unione europea non è stato gradito da alcuni paesi, Francia in testa. «Sano principio e lodevole intenzione», scriveva Le Monde nei giorni scorsi, «a condizione che il potere pubblico e le filiere professionali siano in grado di garantire il rispetto scrupoloso delle norme sanitarie. Ora, dopo tanti scandali, l’episodio delle lasagne al cavallo romeno ha dimostrato che questo è tutto meno che garantito».

 

In sintesi: non è in dubbio la qualità del mangime, ma la sua origine. Riuscirà questa volta Bruxelles a garantirci prodotti dall’indubitabile provenienza?

 

Fabio Di Todaro

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Foto: Photos.com

 

 

  Redazione Il Fatto Alimentare

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2 Commenti

  1. Per quanto sia indiscutibilmente migliore e più naturale (oltre che più redditizia) la dieta a base di proteine animali per suini pesci e polli, rimane il problema della sicurezza del circuito: finchè in Uzbekistan si potranno macellare cavalli da corsa ricolmi di antibiotici ed etichettare come grassi cavalli da carne……
    In Italia il pericolo è parzialmente scongiurato grazie all’ampia disponibilità di scarti di macellazione, ma nel sistema Euro? Mah.

  2. ecco, non mi tornava un particolare, “lo scarto di MAMMIFERI”, perchè scarti di avicoli e pesce finisce già nei mangimi…..