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Nuovi studi confermano la pericolosità dei PFAS: queste sostanze chimiche compromettono il sistema immunitario fin dalla nascita e contaminano ormai l’intero pianeta, dalle Svalbard alla Patagonia.

I perfluoroalchili o PFAS danneggiano il sistema immunitario. E lo fanno a partire dalla vita fetale, con ripercussioni che si vedono per anni, proseguendo poi in quella adulta. Il riscontro, contenuto in due studi usciti a poca distanza l’uno dall’altro, rafforza i dati che associano questi composti ubiquitari a effetti negativi per la salute, e diventa ancora più preoccupante se si considerano altre due ricerche contemporanee, che spiegano perché gli PFAS vengano definiti contaminanti eterni o perenni: ne sono state trovate quantità significative tanto alle isole Svalbard, nelle renne artiche, quanto nei pinguini di Magellano, in Patagonia.

Due casi di vita reale

I dati che mettono in relazione gli PFAS con alterazioni del sistema immunitario fino dalla nascita sono quelli di 11.000 bambini nati in una zona della Svezia – quella del municipio di Ronneby, nel Blekinge – dove c’è stata una contaminazione durata una trentina d’anni, causata da esercitazioni di un reggimento di pompieri e dalla dispersione nell’ambiente delle schiume antincendio. Un terzo degli abitanti ha bevuto acqua contaminata senza saperlo, per anni.

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Quando c’è una significativa esposizione ai PFAS, il funzionamento del sistema immunitario ne risente

Per capire le conseguenze sulla salute dei bambini, e in particolare sull’asma provocata da reazioni allergiche e quindi da una specifica vulnerabilità del sistema immunitario, i ricercatori dell’Università di Lund hanno suddiviso i bambini, seguiti tutti dalla nascita (avvenuta nel periodo 2006-2013) fino ai 12 anni, a seconda del livello di esposizione delle madri. I ricercatori hanno considerato a esposizione molto elevata le donne che avevano avuto la residenza continuativa per cinque anni nella zona contaminata; hanno classificato come elevata l’esposizione se il periodo di residenza era stato di un anno prima del parto e hanno ritenuto a esposizione moderata chi aveva vissuto in città, ma in quartieri non interessati, assumendo infine come controllo un altro gruppo residente in un comune vicino non coinvolto.

Il risultato, riportato su PLOS One, è stato che i figli delle donne più a rischio avevano il 44% di asma in più rispetto a quelli delle donne di controllo, mentre per esposizioni più blande non c’era un legame evidente.

Pandemia e PFAS

Anche il secondo studio, pubblicato su Environmental Research arriva da una situazione reale, e del tutto particolare, figlia della pandemia e di una contaminazione. Nel 2018 in una zona del sud del Michigan sono stati scoperti elevati livelli di PFOA (670 nanogrammi/litro – ng/L) e PFOS (740 ng/L) e concentrazioni particolarmente elevate di PFAS totali (1600 ng/L). Nell’estate del 2020 alcuni degli abitanti della zona sono stati reclutati per un monitoraggio che è andato avanti fino al 2021, ma nel frattempo è arrivata la pandemia, e molti di loro sono stati vaccinati. Da qui l’idea dei ricercatori dell’Università locale di controllare la risposta alla vaccinazione – e, in particolare, la presenza di anticorpi specifici contro la proteina Spike usata come antigene nel vaccino anti Sars-CoV 2 – come parametro della funzionalità del sistema immunitario.

I ricercatori hanno costituito il campione con una settantina di persone vaccinate, verificando nel loro sangue la presenza sia degli anticorpi anti Spike sia dei nove PFAS principali, analizzati singolarmente o nel loro insieme. Gli studiosi hanno trovato questi ultimi in più del 70% delle persone esaminate, mentre i dati hanno mostrato un’associazione negativa tra gli anticorpi e la presenza dei PFAS: una maggiore concentrazione di questi ultimi riduceva quella delle IgG anti Sars-CoV 2. Le relazioni più forti erano con PFOA, PFOS e PFHpS, tre tra gli PFAS più diffusi. Il risultato conferma quindi che, quando c’è una significativa esposizione, il funzionamento del sistema immunitario ne risente e probabilmente è compromesso.

Dalle Svalbard alla Patagonia

Preoccupano poi anche i risultati di due studi condotti su animali-sentinella: le renne artiche delle isole Svalbard, e i pinguini di Magellano.

Nel primo una ricercatrice dell’Università di Trondheim è rimasta quattro anni alle isole Svalbard per capire quale fosse la concentrazione di PFAS e di alcuni metalli pesanti nelle renne (Rangifer tarandus platyrhynchus), e come questa fosse cambiata negli ultimi decenni. Ha approfittato di un programma governativo che prevedeva la soppressione di 68 animali in tre anni per avere accesso agli organi che normalmente sfuggono ai dosaggi come il fegato o i reni. Ha dosato la concentrazione di piombo, mercurio, cadmio e quella di 13 PFAS appunto nel fegato e nei muscoli degli animali e poi ha confrontato i dati con quelli ottenuti negli anni dai peli e dalle feci. Il risultato, riportato su Environmental Science & Technology, ha fatto emergere un fatto inatteso e potenzialmente grave.

Se infatti la tendenza dei metalli pesanti negli ultimi anni è stata alla diminuzione, per gli PFAS c’è stato un aumento enorme, che al momento non ha spiegazioni, e che in certi casi è stato del 900% (da circa 0,6 nanogrammi per grammi a 5,48 ng/g). Secondo i ricercatori norvegesi non ci sono ancora cause note per un aumento di questa portata, ma ciò che è certo è che le popolazioni locali, nella cui dieta da sempre sono presenti le renne, non dovrebbero mangiare più di 11,5 grammi di fegato a settimana per non correre rischi.

Gli PFAS e i loro sostituti

Un team internazionale di ricercatori statunitense-argentino ha condotto la seconda ricerca dall’altra parte del mondo, in Patagonia, dove ha utilizzato un gruppo di 54 pinguini di Magellano (Sphenicus magellanicus) come veicolo passivo per raccogliere campioni dalle acque, dall’aria e dal suolo. Come illustrato su Environmental Sustainability, durante tre stagioni (tra il 2022 e il 2024) i ricercatori hanno attaccato alle zampe degli anelli di silicone dotati di sensori per due-nove giorni e gli animali hanno così raccolto campioni anche da zone inaccessibili, che mai si sarebbero riuscite a raggiunte.

Il risultato è stato che gli PFAS erano presenti nel 90% degli anelli. E non è tutto: si sono trovati anche alcuni dei composti che stanno iniziando a essere introdotti come sostituti degli PFAS classici come GenX: probabilmente, anche questi non sono innocui come si dice e resistono a lungo, o almeno tanto da essere trasportati per migliaia di chilometri, fino a raggiungere gli angoli più isolati del pianeta. Un altro buon motivo per intervenire sugli PFAS (e, se necessario, sui sostituti) a livello internazionale prima possibile.

© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos

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