Scontro tra politica e tecnologia: l’app Yuka finisce nel mirino per le sue valutazioni nutrizionali sui prodotti DOP italiani, tra accuse di penalizzare il made in Italy e difese basate su criteri scientifici.
Lo scorso marzo il presidente della Commissione agricoltura della Camera, Mirco Carloni eletto nelle liste della Lega per Salvini Premier, ha attaccato la app francese Yuka, accusandola di colpire il made in Italy. A essere contestato è il modo in cui Yuka valuta la salubrità dei prodotti alimentari: basandosi sul contenuto di grassi, sale e zucchero in rapporto a una porzione di 100 grammi, la app classifica come nocivi il Prosciutto di Parma, il Prosciutto San Daniele, il Parmigiano Reggiano, il Grana Padano, l’Aceto balsamico di Modena, la Mortadella di Bologna, che prende 0 punti su 100. Tutti questi prodotti, caratterizzati dal marchio DOP o IGP, risultano troppo ricchi di sale, grassi (vedi i salumi) o zucchero (vedi l’aceto).
Secondo Carloni tali valutazioni, fuorvianti e antiscientifiche, rischierebbero pesanti ricadute sulle filiere produttive e sulla salute dei cittadini, una preoccupazione che lo ha portato a depositare un’interrogazione al Ministro dell’Agricoltura Lollobrigida, a quello dell’Economia e delle Finanze Giorgetti e a quello della Salute Schillaci per conoscere quali iniziative il Governo vuole adottare per tutelare le filiere agroalimentari e limitare i danni che la app Yuka potrebbe portare al made in Italy.

La replica di Yuka
La rettifica dell’azienda non si è fatta attendere. Louise Decarsin, la responsabile legale di Yuka, ha sottolineato la falsità delle affermazioni di Carloni: “la valutazione di Yuka si basa, per la parte nutrizionale, sul Nutri-Score, oggetto di oltre 150 pubblicazioni scientifiche che ne confermano la validità dell’algoritmo e i benefici nel migliorare la salute dei consumatori. La parte della valutazione relativa agli additivi si fonda anch’essa su numerosi studi scientifici di riferimento, analizzati dal nostro team scientifico e citati direttamente nell’app, ed evidenzia effetti negativi di additivi autorizzati sul mercato europeo”. Oltre a osservare il fatto che le affermazioni di Carloni mettono in discussione la credibilità dell’azienda, Yuka ha voluto ribadire che sono scrupolosamente rispettati gli impegni presi davanti all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) nel 2022.
Un passo indietro
Nel 2022, infatti, la Confagricoltura presenta un esposto all’AGCM. L’accusa principale è che la app alteri la capacità di scelta dei consumatori, dividendo in modo semplicistico gli alimenti in “buoni” e “cattivi”, penalizzando alcune eccellenze alimentari italiane. In questo caso non c’è stata alcuna sanzione nei confronti di Yuka che ha però assunto degli impegni con l’AGCM, tra cui anche il compito di pubblicare delle informazioni essenziali sul metodo Nutri-Score, evidenziando gli elementi che sono presi in considerazione e quelli che non lo sono, il diverso peso attribuito agli elementi “positivi” e “negativi”, le specificità con cui sono trattati determinati prodotti come i formaggi.
Anche in Francia Yuka non ha vita facile, perché presa di mira dalla FICT, l’associazione dell’industria della carne lavorata a causa delle valutazioni sui nitriti presenti nei prodotti. Negli scorsi anni Yuka è stata portata in tribunale da diverse aziende produttrici di salumi per pratiche commerciali ingannevoli e diffamazione: dopo tre iniziali condanne da tre differenti tribunali del commercio francesi, Yuka ha sempre vinto in appello.

Come funziona Yuka
La app francese – disponibile in cinque lingue attiva in 12 Paesi (Regno Unito, Svizzera, Belgio, Spagna, Italia, Francia, USA, Canada, Australia, Irlanda, Germania e Lussemburgo) – si basa sull’algoritmo del Nutri-Score. Scansionando i codici a barre dei prodotti alimentari e dei cosmetici, la app restituisce un bollino verde – sinonimo di qualità –, giallo o arancione – con variabili considerate rischiose – o rosso – prodotto valutato come rischioso per la salute. Il punteggio finale da 0 a 100 è determinato da un algoritmo che tiene conto della qualità nutrizionale, della presenza di additivi e della certificazione biologica dei prodotti.
Quello che viene contestato a Yuka è anche il fatto che l’algoritmo sarebbe influenzato e di conseguenza proponesse alternative alimentari pilotate. Secondo la FICT, infatti, nel capitale di Yuka avrebbero messo soldi anche industrie che producono surrogati della carne. A quest’accusa, Julie Chapon, cofondatrice di Yuka, ribadisce la totale indipendenze della app, garantita anche dal fatto che nessuna azienda può pagare per comparire tra i suggerimenti.
Beatrice Mautino, nel libro È naturale bellezza, svela però un trucco adottato dalle aziende di cosmetici: “è sempre più frequente, infatti, che tra le richieste che i grandi marchi fanno alle aziende terziste che producono i cosmetici per loro, ci sia anche quella di utilizzare ingredienti che ottengono un buon punteggio su queste applicazioni”. In questo caso si tratterebbe di una sorta di finanziamento indiretto. Quello che è certo è che la app Yuka raggiunge 80 milioni di utenti di cui 8 milioni in Italia, numeri che inevitabilmente possono intimorire lobby come quella della carne.
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Premesso che uso sistematicamente Yuka, quando si è davanti allo scaffale è necessario ricordare che l’App valuta gli ingredienti dei prodotti, dopo di che bisogna sempre valutare al meglio il Cosa ed il Perché.
Negli alimenti, va da sè che bisogna valutare la porzione che si assume. Un alimento può essere pieno di grassi o salato, ma se ne mangi piccole porzioni, non muori di certo; per contro, se dei biscotti sono pieni di zuccheri, ne bastano 2 per sforare.
Mi viene da dire che Yuka aiuta di più il consumatore informato che è in grado di usare le valutazioni per poi decidere.
Ad esempio non mi serve Yuka per capire che non si mangiano 2 etti di Parmigiano in un colpo, ma ciò non toglie che consumo ugualmente il Parmigiano.
Ci sono tante eccellenze dell’agroalimentare (anche italiano) di cui si sa che non sono così salutari come certo marketing vorrebbe farci credere. Non sta certo alle aziende erigere barricate di fervore nazional-popolare per far gustare un bicchiere di vino “nascondendo” i tanti studi secondo i quali l’alcol contenuto nel bicchiere non allunga la vita come credeva il nonno. I consumatori vanno tutelati per principio, innanzitutto dalle leggi dello Stato, che deve guardare alla salute pubblica prima che al business. Poi sta ai consumatori scegliere se non porsi il problema oppure utilizzare tutti gli strumenti disponibili per scegliere consapevolmente. Se decido di farmi uno Spritz, preferisco farlo in maniera consapevole