Una proposta di legge promossa da Oxfam chiede di vietare in Italia l’importazione e la pubblicizzazione dei prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori occupati, superando un sistema di etichette che continua a risultare opaco e facilmente aggirabile.
Basta con i prodotti degli insediamenti israeliani sugli scaffali italiani. Non è accettabile che datteri, vino, avocado, agrumi o altri prodotti coltivati o trasformati nei territori palestinesi occupati arrivino nei supermercati europei con etichette generiche, incomplete o fuorvianti. Non è accettabile che si chieda al consumatore di fare l’investigatore davanti allo scaffale, cercando di capire se un pacco di datteri Medjoul o una bottiglia di vino “Made in Israel” provengano in realtà da insediamenti che il diritto internazionale considera illegali.
Ma il problema non è solo l’etichettatura di questi prodotti, il problema è che quei prodotti non dovrebbero proprio entrare nel mercato europeo.
La proposta di Oxfam
Il punto è che l’Unione Europea ha già provato la strada dell’etichetta, chiedendo di distinguere tra Israele e territori occupati. Ha stabilito che “Made in Israel” non può essere usato per prodotti provenienti dagli insediamenti. Ha previsto codici postali e controlli doganali. Ma il risultato, secondo il dossier di Oxfam Il commercio con gli insediamenti illegali, è fallimentare: le regole sono applicate in modo incoerente, i controlli sono blandi e gli esportatori possono aggirare il sistema mescolando prodotti delle colonie con prodotti coltivati entro i confini israeliani riconosciuti, oppure usando indirizzi fittizi in Israele.

È questo il senso della proposta di legge depositata alla Camera e promossa da Oxfam insieme a una coalizione di associazioni: vietare in Italia l’importazione e la pubblicizzazione di beni e servizi provenienti dagli insediamenti israeliani nel Territorio palestinese occupato. Il comunicato sostiene che è impossibile stabilire quanta parte di questi scambi sia riconducibile ad aziende che operano nei territori occupati, proprio perché le regole europee sull’etichettatura e sulla differenziazione territoriale possono essere aggirate. Contemporaneamente è stata avviata una raccolta firme.
Il vino
Un esempio clamoroso riguarda il vino. Il dossier ricorda che, secondo la Corte di giustizia dell’Unione europea, i prodotti israeliani provenienti dai territori occupati non possono essere etichettati semplicemente come “Made in Israel”. Eppure questa regola, nella pratica, resta largamente disattesa.
Il rapporto cita uno studio sui vini prodotti negli insediamenti israeliani e reperibili nei mercati europei: il 90% delle bottiglie analizzate era etichettato erroneamente come “Made in Israel” o riportava indicazioni analoghe e fuorvianti. Solo il restante 10% aveva un’etichetta corretta o parzialmente corretta. I vini degli insediamenti etichettati in modo scorretto risultavano presenti soprattutto in Regno Unito, Belgio, Germania, Francia, Polonia, Paesi Bassi e Danimarca. Se nove bottiglie su dieci provenienti dagli insediamenti sono presentate come israeliane, significa che l’etichetta non tutela il consumatore ma lo inganna.

I datteri
Lo stesso meccanismo riguarda i datteri Medjoul coltivati nella Valle del Giordano, ovvero nei territori occupati illegalmente. In Italia i supermercati continuano a proporre datteri israeliani senza indicare in modo chiaro che provengono dai territori occupati. Un tema su cui Il Fatto Alimentare ha pubblicato diversi articoli. Alle frontiere i controlli sull’origine dei prodotti alimentari non sono una priorità e le aziende degli insediamenti hanno tutto l’interesse a evitare l’etichettatura corretta per non perdere dazi preferenziali e non subire boicottaggi.
Il sistema funziona anche e perché paradossalmente i datteri Medjoul restano fuori dall’obbligo europeo di indicazione dell’origine previsto per molta frutta secca ed essiccata a partire dal 2025. L’UE ha infatti imposto l’indicazione obbligatoria dell’origine per fichi secchi, uva secca e altri frutti essiccati del codice 0813, ma non per i datteri, classificati separatamente alla voce 0804 10. Il risultato è che un consumatore può trovare datteri confezionati senza sapere se siano stati coltivati negli insediamenti occupati illegalmente dagli israeliani. Per fortuna gli altri produttori per evitare di essere confusi indicano con una certa evidenza sulle confezioni la provenienza (Marocco , Algeria, Arabia, Egitto).
© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos, Il Fatto Alimentare
giornalista redazione Il Fatto Alimentare



Non c’è dubbio che se potessi identificare i prodotti dei territori occupati li boicotterei.
Ci sono però almeno due problemi.
Il primo lo hanno scritto anche altri in precedenti articoli: in questi campi molti lavoratori sono palestinesi. Gli israeliani fanno i padroni! Certo, boicotto il prodotto illegale, ma è probabile che se per questo qualcuno finirà in miseria, saranno i lavoratori palestinesi. Questo è un problema grosso!
Avremmo bisogno che ci fossero organizzazioni e persone SUL POSTO che facciano da controllori e garanti, sia per bloccare prodotti dei territori occupati COLTIVATI da ISRAELIANI (ed invece magari salvare quelli dove lavorano palestinesi, almeno in percentuale significativa), sia per farci arrivare quelli invece coltivati da palestinesi nei loro territori (ammesso abbiano quantità da poterli esportare, e dubito). Ma qui c’è il secondo problema, per il quale ho citato il caso sopra: i rischi. Rischi di corruzione e rischi di essere uccisi. Non è certo un territorio dove gli sta pensiero ad usare la violenza e fino alla tortura ed uccisione, lo fanno tutti i giorni!!! Giornalisti compresi (adesso non più, ma solo per il motivo che non li fanno entrare!).
Non ho compreso dall’articolo in che modo la proposta sarebbe in grado di impedire l’arrivo dei prodotti, perché è ovvio che anche la sola etichettatura di origine, se fosse corretta, sarebbe in grado di permettermi la scelta (il boicottaggio), il problema sono le furbate ed i controlli, ma come non va adesso, in che modo DOPO sarebbe efficace?
Fermo restando che, lo ripeto, se il mio boicottaggio alla fine danneggia più che altro i palestinesi, forse non è il sistema migliore. Come si dice, a volte il meglio è nemico del bene, bisogna fare buon viso a cattivo gioco.
La scelta di un prodotto alimentare in base all’origine è l’unico sistema per fare scelte consapevoli.
Questo problema si risolve facilmente: non compriamo nulla che provenga da Israele. Se i governi non applicano sanzioni lo passiamo fare noi. Non acquistiamo prodotti provenienti da paesi che usano la forza per ottenere vantaggi economici
Mi ha anticipato. Visto come si comporta in Palestina, considero Israele uno stato terrorista, per cui TUTTO il made in Israele è da boicottare, Non ho bisogno di capire se il prodotto proviene dai territori occupati. Non è da adesso che Israele occupa territori, disattende le risoluzioni ONU. E’ vero che però di recente la sua azione si è incattivita a vette indicibili. Lo ha detto lo stesso suo Presidente…
Sono d’accordo,
inoltre questa presa di posizione da parte di questa redazione sembra solo pura e propria propaganda. Non è il primo articolo di questo genere che si legge.
La violazione del diritto internazionale da parte degli insediamenti israeliani nei territori occupati è un dato di fatto sancito da numerose risoluzioni dell’ONU (come la 2334 del Consiglio di Sicurezza) e dalla Corte Internazionale di Giustizia.
La stessa Unione Europea non riconosce la sovranità d’Israele sui territori occupati dal 1967 e impone l’obbligo di specificare nell’etichetta dei prodotti se provengono da tali colonie, proprio per garantire la trasparenza ai consumatori.
Per definizione poi, la propaganda è uno strumento strutturato ed esercitato da chi detiene il potere (politico, economico o militare) per manipolare il consenso. Quando una testata giornalistica o una ONG come Oxfam accendono i riflettori su una violazione dei diritti, stanno esercitando il diritto di critica e di cronaca nei confronti del potere, non il contrario. Informare non significa fare propaganda.
Aggiungo che il documento di Oxfam, di cui riportate il link, è un lungo report, non una nota superficiale
Un conto è informare, un altro è fare propaganda politica travestita da informazione alimentare.
Invitare al boicottaggio di prodotti israeliani significa colpire indistintamente lavoratori, aziende, ricerca e persone che spesso non hanno nulla a che vedere con le decisioni dei governi.
Da una testata seria mi aspetterei equilibrio, non attivismo ideologico.
Barbara, mostrare l’intera filiera di un prodotto non è attivismo, è informazione.
Quando si parla di datteri o vino provenienti da insediamenti illegali, non si colpisce indistintamente un’intera nazione. Si parla di tracciabilità, legalità e diritti dei consumatori, in linea con le direttive dell’Unione Europea.
Le aziende che operano nei territori occupati beneficiano direttamente della confisca di terre e risorse idriche locali: omettere questo legame commerciale e legale per evitare temi “scomodi” significherebbe censurarsi. Una testata che si occupa di cibo ha il dovere di raccontare cosa c’è dietro al prezzo di ciò che mettiamo nel carrello, lasciando poi la scelta al consumatore.
Non capisco il suo commento. Sicura di avere compreso l’opinione di Roberto? Ha una posizione ancora più dura dell’articolo…
Ah…gli israeliani sul vino ingannano ? Strano. Personcine così perbene…
I prodotti provenienti dalle cosiddette “colonie” israeliane cioè dai Territori della Cisgiordania, in quanto prodotti da aziende israeliane sono israeliani e a mio giudizio devono poter avere libera circolazione in Italia e ovunque, poiché ogni forma di boicottaggio di Israele e della sua economia, targata BDS o meno, è iniqua per non dire criminale. È l’ ennesima firma di ingiusto isolamento nei confronti di uno Stato democratico, manifestazione di un antisionismo che è espressione attuale e piena di antisemitismo. Chi propone questo boicottaggio è in definitiva antisemita.
È necessario operare una netta distinzione tra il dibattito sulle opinioni personali, l’antisemitismo e l’applicazione del diritto internazionale.
Il nocciolo dell’articolo e delle campagne condotte da organizzazioni come Oxfam non risiede in un pregiudizio ideologico, bensì nel rispetto della legalità internazionale. Secondo le Nazioni Unite e la Corte Internazionale di Giustizia, gli insediamenti nei territori occupati della Cisgiordania sono considerati illegali e in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra. Pertanto, la tracciabilità e l’etichettatura trasparente di questi prodotti rappresentano un diritto fondamentale dei consumatori, i quali devono poter scegliere consapevolmente se sostenere economie nate su territori occupati, a prescindere dal proprio orientamento politico.
La critica alle politiche di un governo non può e non deve essere automaticamente assimilata all’antisemitismo. Confondere l’opposizione alle azioni di uno Stato con il pregiudizio contro un intero popolo rischia di svuotare di significato la lotta reale e doverosa contro l’antisemitismo.
Oggi più che mai, di fronte alle denunce di numerose organizzazioni per i diritti umani e alle tesi presentate dinanzi ai tribunali internazionali — che accusano Israele di stare effettuando un vero e proprio genocidio ai danni della popolazione palestinese —, la richiesta di trasparenza commerciale e l’utilizzo di strumenti pacifici come il boicottaggio economico o la chiara etichettatura d’origine non sono atti di discriminazione, ma forme di pressione e di espressione democratica volte a chiedere il rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani.
Tutte le forme
Tutte le sanzioni e i boicottaggi sono ingiusti e inutili sia per i governi che li praticano che per quelli che li subiscono. Sono ingiusti quando colpiscono artisti, musicisti, sportivi ecc.. quando colpiscono l’arte, la cultura, la musica..e quando alla fine, quando efficaci, colpiscono i popoli di entrambe le parti e non certo i governi.
Forse per dare un giudizio più corretto, lei dovrebbe trasferirsi una settimana in Palestina, meglio se con finto passaporto di palestinese, per essere trattato da palestinese. Le consiglio però di portarsi dietro solo un piccolo zaino, poiché probabilmente dovrà continuamente spostarsi secondo le indicazioni dell’IDF o semplicemente per trovare acqua, cibo, medicinali, carta igienica, e peraltro non li troverà… Poi torni qui e ci racconti come è andata.
Israele non da adesso ma da decenni applica comportamenti vietati dal diritto internazionale, il quale peraltro non è altro che applicazione di buonsenso ed umanità. E se ne frega allegramente.
Se essere umani è essere antisemiti, me ne farò una ragione. I metodi israeliani sono tanto più assurdi vista la storia degli ebrei.
Sono d’accordo,
inoltre questa presa di posizione da parte di questa redazione sembra solo pura e propria propaganda. Non è il primo articolo di questo genere che si legge.
La violazione del diritto internazionale da parte degli insediamenti israeliani nei territori occupati è un dato di fatto sancito da numerose risoluzioni dell’ONU (come la 2334 del Consiglio di Sicurezza) e dalla Corte Internazionale di Giustizia.
La stessa Unione Europea non riconosce la sovranità d’Israele sui territori occupati dal 1967 e impone l’obbligo di specificare nell’etichetta dei prodotti se provengono da tali colonie, proprio per garantire la trasparenza ai consumatori.
Per definizione poi, la propaganda è uno strumento strutturato ed esercitato da chi detiene il potere (politico, economico o militare) per manipolare il consenso. Quando una testata giornalistica o una ONG come Oxfam accendono i riflettori su una violazione dei diritti, stanno esercitando il diritto di critica e di cronaca nei confronti del potere, non il contrario. Informare non significa fare propaganda.
Ah ecco. Immagino che quindi la risposta a Roberto l’aveva sbagliata, era per David.. Qui almeno ha un senso