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Il Crea in campo: no a Sugar tax ed etichette a semaforo. Basta l’educazione alimentare! Ne siamo sicuri?

CheeseLa controversa questione dell’Oms e dell’Onu che avrebbero attaccato il made in Italy, non sembra volersi placare. Anche perché la notizia – fortemente esagerata – di un’istituzione internazionale schierata contro i prodotti d’eccellenza italiani a suon di tasse ed etichette raccapriccianti solletica l’indignazione dei lettori. Con un po’ di ritardo sulla vicenda, venerdì 27 luglio il Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria ed ente responsabile della stesura delle Linee guida per una sana alimentazione italiana, alle dirette dipendenze del Ministero delle politiche agricole, alimentari, forestali e del turismo) pubblica la sua posizione “sulle recenti proposte di tassazione di prodotti come olio di oliva, parmigiano e prosciutto”.

Nel documento, firmato da Salvatore Parlato, presidente del Crea, insieme ai nutrizionisti Andrea Ghiselli e Laura Rossi, si dichiara la contrarietà dell’ente a qualsiasi tassa su alimenti e bevande poco salutari, in quanto iniziative “diseducative” e “incoerenti con gli obiettivi dell’educazione alimentare”. Secondo il Crea, non bisogna concentrarsi su singoli alimenti, perché è la dieta nella sua globalità che deve essere corretta ed equilibrata, nelle quantità e nelle frequenze dei singoli prodotti, così da permettere anche il consumo di alimenti troppo grassi o salati come molte delle nostre Dop.

Nel comunicato è ribadito anche il “no” istituzionale alle etichette nutrizionali semplificate, come quelle a semaforo britanniche o il Nutri-Score francese, che inducono “in errore il consumatore con una troppo facile categorizzazione degli alimenti in buoni o cattivi”. La soluzione per contrastare obesità e malattie croniche legate agli stili di vita come diabete e patologie cardiovascolari secondo l’ente è una sola: fare campagne di informazione ed educazione alimentare finalizzate alla promozione di una sana alimentazione. In quest’ottica, il Crea anticipa alcuni punti delle prossime Linee guida che, forse, dopo 15 anni verranno pubblicate entro dicembre. Il concetto base è che una dieta salutare deve essere basata su frutta, verdura, cereali e legumi; il consumo di carne, formaggi e alimenti molto calorici deve essere moderato; l’assunzione di zucchero, sale, alcol e grassi va limitato.

Siamo d’accordo anche noi con il Crea quando afferma che una corretta educazione alimentare e una chiara informazione al consumatore sono strumenti importantissimi. Così come va bene il modello dietetico raccomandato dalle Linee guida, basato su un’alimentazione costituita per la maggior parte da cereali, frutta e verdura, con un consumo moderato di formaggi e salumi, grassi e salati. Il problema è che la strategia del Crea, e quindi del Ministero delle politiche agricole, alimentari, forestali e del turismo per contrastare sovrappeso, obesità e malattie a esse correlate è basata solo ed esclusivamente su campagne educative.

carne vs verdura grigliata
Nelle linee guida redatte dal Crea si afferma che la dieta sana deve essere basata su alimenti di origine vegetale e si deve limitare il consumo di carne

Secondo i dati più recenti dell’Istituto superiore di sanità più di un terzo della popolazione adulta italiana è in sovrappeso (35,8%) e quasi una su dieci è obesa (9,8%). Va peggio per i bambini: secondo una ricerca europea, l’Italia è il terzo Paese del continente per tasso di sovrappeso e obesità infantile (42%). E si sa che un bambino obeso molto probabilmente sarà un adulto obeso. Di fronte a questa situazione, la massima istituzione in ambito della nutrizione fa appello all’educazione alimentare! Peccato che negli ultimi anni il Crea non sia mai intervenuto sui temi salienti dell’educazione alimentare a dispetto del suo compito istituzionale. Una delle ultime campagne prodotte quasi 10 anni fa – quando ancora esisteva l’Inran – è stata quella del sito internet “Sapermangiare.mobi”, ormai scomparso.

Il presidente Parlato, più volte invitato a esprimere valutazione su problemi come l’olio di palma e le etichette a semaforo, non ha mai prodotto un documento. C’è di più, a dispetto delle promesse iniziali, da quando  l’ex-Inran è stato assorbito dal Crea le poche iniziative di educazione alimentare portate avanti in Italia sono pressoché esaurite, a eccezione di progetti come “Frutta e verdura nelle scuole”, spesso criticato da genitori e insegnanti per la scarsa qualità dei prodotti consegnati ai bambini, che talvolta sono troppo acerbi oppure marci e ammuffiti. Possiamo dire con una certa serenità che in Italia le istituzioni preposte hanno dimenticato cosa sia l’educazione alimentare, e che i pochi interventi al riguardo sono ambigui e il più delle volte collegati agli interessi delle lobby.

La realtà è che in Italia, come in molti altri Paesi europei, la sola educazione alimentare, per quanto imprescindibile, non è più sufficiente per ottenere un impatto significativo sulle cattive abitudini, ormai consolidate, di troppe persone. L’opinione comune è che sia necessario utilizzare altri strumenti per dare una spintarella e un segnale ai cittadini meno ricettivi. Quindi ben vengano le etichette a semaforo o altri sistemi per segnalare al consumatore in maniera chiara e semplice le caratteristiche nutrizionali degli alimenti, ma anche imposte come la Sugar Tax che possono aiutare a ridurre il consumo di bevande e cibi ad alto contenuto calorico ma scarso valore nutritivo. Allo stesso tempo, come raccomanda l’Oms, sarebbe opportuno intervenire sulla pubblicità del cibo spazzatura diretta ai bambini e pensare a incentivare il consumo di alimenti sani, magari usando proprio i proventi di un’eventuale tassa sullo zucchero.

Il Crea, con questo comunicato, si allinea alla posizione istituzionale di difesa a oltranza dei prodotti di eccellenza italiani, a prescindere dalle loro caratteristiche nutrizionali e dalla tutela della salute pubblica. Sembra che qualsiasi valutazione nutrizionale venga piegata e ammorbidita a uso e consumo del comparto agroalimentare nostrano, in modo che le giuste raccomandazioni alimentari non disturbino troppo il settore agroindustriale. D’altronde le priorità del Crea diventano più chiare quando dichiara che “gli strumenti individuati per fronteggiare le cattive abitudini alimentari non potranno che favorire le produzioni di qualità che contraddistinguono il nostro Made in Italy”; insomma, lottiamo contro l’obesità, ma senza disturbare i prodotti Dop.

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  Sara Rossi

Sara Rossi
giornalista redazione Il Fatto Alimentare

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9 Commenti

  1. La scelta di non classificare con sistemi semplicistici gli alimenti in “buoni” e “cattivi” mi trova assolutamente d’accordo.
    Da anni ormai la ricerca ha evidenziato che sono i pattern alimentari (e non i singoli alimenti) a essere più o meno adeguati a prevenire le malattie cronico degenerative (in genere correlate all’obesità) e non i singoli alimenti o nutrienti.
    Tutti i tentativi che sono stati fatti per “estrarre” dalla dieta mediterranea gli alimenti o i nutrienti “buoni” sono miseramente falliti. E’ l’intero modello (con tutti gli elementi anche non nutrizionali) che lo caratterizzano a funzionare.
    Siamo bombardati da anni da liste di alimenti salutari e altri invece pericolosi/tossici. E’ un modo decisamente poco scientifico e culturalmente inaccettabile di trasferire informazioni all’utenza.
    Ben vengano invece un’educazione ad un comportamento alimentare biologicamente corretto attraverso Linee Guida per la popolazione.
    E’ un passaggio apparentemente più complicato, ma decisamente più intelligente e probabilmente più utile.

    prof Lorenzo M Donini, MD
    Sapienza University, Rome (Italy)
    Experimental Medicine Department
    Medical Pathophysiology, Food Science and Endocrinology Section
    Food Science and Human Nutrition Research Unit

    • Roberto La Pira

      Il suo discorso può anche essere corretto ma nella realtà “l’educazione a un comportamento corretto alimentare” non esiste. Il Crea, il Ministero della salute e quello delle politiche agricole non fanno nulla e alla fine l’indirizzo è affidato alla pubblicità con i risultati che si vedono. Per cui continuare a spingere sull’educazione alimentare vuol dire prendere in giro la gente

  2. Se il mio “ragionamento è corretto” e la pratica non segue, la soluzione non è quella di raccontare frottole alla gente dicendo loro che esistono alimenti “buoni” e altri “cattivi”. Oltre a essere sbagliato è anche profondamente diseducativo e a lungo andare non può che dare risultati nefasti.
    Gli interventi “punitivi” o semplicistici possono avere un effetto apparentemente buono in termini molto brevi, ma vanno, qualora si intraprendesse questa strada (cosa che non auspico), inevitabilmente agganciati a interventi solidi e ben strutturati di educazione ad un corretto stile di vita.
    Abbiamo i professionisti che formiamo ogni anno, abbiamo le basi scientifiche per sostenere questi interventi e abbiamo anche le Linee Guida da divulgare. manca solo la volontà “politica” di affrontare il problema da un punto di vista culturale.

    prof Lorenzo M Donini, MD
    Sapienza University, Rome (Italy)

    • Roberto La Pira

      La tassa sullo zucchero e la classificazione di junk food non vuol dire raccontare frottole ma rientrano nell’educazione alimentare di cui lei parla e servono solo a contenere l’invasione del marketing alimentare. La volontà politica manca da 30 anni circa… ma se lei lo crede necessario possiamo aspettare ancora

  3. Il modello alimentare mediterraneo (unico modello che al momento ha dimostrato una reale capacità di prevenire le malattie cronico degenerative) non esclude alcun alimento. Dà a ognuno uno spazio di frequenze di consumo e di porzione ben preciso (vedi Bach-Faig A, et al L; Mediterranean Diet Foundation Expert Group. Mediterranean diet pyramid today. Science and cultural updates. Public Health Nutr. 2011 Dec;14(12A):2274-84. doi: 10.1017/S1368980011002515).
    E c’è spazio per tutto non fosse altro perché l’alimentazione è qualcosa di diverso dall’assunzione di nutrienti e molecole bioattive. Gli alimenti che il genere umano ha selezionato e fatto propri nella sua storia sono diventati veicoli di cultura, tradizioni, esperienze …
    Se la volontà politica manca, e se il mio “ragionamento è corretto”, compito di chiunque ed in particolare di chi opera nel settore è quello di far emergere questa volontà e non di favorire iniziative che contrastano con il ragionamento di cui sopra.

    Lorenzo M Donini

  4. Purtroppo l’ignoranza e la superficialità è più contagiosa e diffusa della cultura alimentare e nello specifico della nostra vera dieta Mediterranea.
    Concordo con il prof. Donini sull’efficacia dello stile di vita mediterraneo tradizionale, preso e seguito in toto e non i singoli alimenti isolati.
    Ma stante la situazione politica e sanitaria istituzionale degli ultimi decanni, non escluderei l’utilità di acuni richiami ad effetto nelle etichette delle preparazioni e bevande molto squilibrate, evidenziando le comoonenti critiche più dannosae, scegliendo il metodo più educativo ed informativo possibile.

  5. Io avrei la soluzione che ho suggerito anchr ad ad alcuni illustri scienziati citati Nell articolo ma se non sei veicolato da gruppi di interesse commerciale o sindacale… Non sei ascoltata!!!

  6. Matteo Giannattasio

    Mi chiedo se si raccontano “frottole alla gente” dicendo loro che sono cattivi, anzi direi pessimi, prodotti alimentari come le bevande analcoliche zuccherate (coca cola, aranciate, chinotti e quant’altro), gli yogurt addizionati di zucchero (gli yogurt “alla frutta” o addizionati di altro, per intenderci), le merendine industriali con il loro carico di zucchero e grassi saturi, il pane in cassetta addolcito con destrosio e addizionato di alcol, e la margarina con o senza grassi idrogenati. Questi prodotti, che io non mi sento di chiamare alimenti, non rientrano nell’autentica dieta mediterranea perchè invenzioni della nostra epoca, eppure qualcuno di questi lo si intrufola nelle diete mediterranee che si compilano attualmente, forse per fare un favore all’industria alimentare.

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