Una ricerca svela i meccanismi psicologici che ci spingono a preferire il cibo fresco, anche a rischio di contaminazioni batteriche.
Cura, attenzione e autenticità. Sono queste le qualità che attraggono maggiormente i consumatori, quando si tratta di un prodotto alimentare. Tuttavia, la spinta emotiva è talmente forte che si può determinare un cosiddetto effetto halo (da aura), in questo caso chiamato Food handmade halo, cioè per il cibo non ottenuto da macchine ma da mani umane, che consiste nella convinzione – non necessariamente fondata – che un certo alimento sia migliore solo perché confezionato sul momento e non industrialmente.
Lo studio in due parti
La forza dell’effetto halo è stata dimostrata in uno studio in due parti condotto dai ricercatori dell’Università del Massachusetts di Amherst insieme con i docenti del César Ritz Colleges di Brig, in Svizzera, che hanno reclutato oltre 340 persone e hanno sottoposto loro una serie di domande sulla possibilità di acquistare salumi tagliati freschi e confezionati, oppure già in un packaging industriale (i salumi, più che in altri cibi, possono celare un rischio piuttosto serio di contaminazioni batteriche come quella da Listeria).
Nella prima parte i partecipanti hanno risposto a domande relative al gradimento e alle intenzioni di acquisto delle due tipologie di salumi, per avere un riferimento non condizionato. Dopo una prima serie i ricercatori hanno avvisato i partecipanti sui possibili rischi di contaminazione associati al confezionamento a mano, soprattutto di tipo microbiologico.
Come riportato sull’International Journal of Hospitality Management, le risposte hanno fatto emergere una maggiore prudenza, dopo le informazioni sulla sicurezza, rispetto ai salumi tagliati freschi, ma non un’inclinazione più accentuata verso quelli già confezionati.

Più genuino?
Questo primo risultato già mostra quanto salda sia la convinzione che, a prescindere da altri elementi, i prodotti maneggiati direttamente siano in qualche modo più genuini e di qualità migliore, soprattutto perché oggetto di attenzioni che, invece, sono assenti in quelli industriali.
Nella seconda parte il packaging dei salumi confezionati è stato modificato, e sulle confezioni sono state poste scritte e disegni che richiamavano la cura dedicata alla preparazione, la naturalità dell’allevamento o il disegno della fattoria, il benessere animale e così via, e i risultati sono stati diversi rispetto a quelli della prima fase. L’aggiunta di fattori umanizzanti, ma non necessariamente umani, ha infatti modificato le inclinazioni dei partecipanti, che hanno mostrato un gradimento più elevato e una maggiore propensione all’acquisto, anche quando non erano menzionati in alcun modo esseri umani (per esempio allevatori o produttori). Questo ha confermato che ciò che conta non è necessariamente la presenza di persone o la possibilità di vedere di persona chi maneggia il cibo, ma la sensazione che, dietro quest’ultimo, ci siano cura e attenzione.
Il commento
Secondo gli autori, i risultati possono essere applicati a molti tipi di alimenti e al cibo di strada sfuso, sempre più diffuso e percepito come più sicuro se preparato sul momento, magari in una struttura precaria. I clienti non hanno quasi mai il tempo di informarsi sulla sua provenienza o sulla preparazione, e questo può mettere a rischio la loro salute, come dimostra l’aumento di tossinfezioni alimentari evidente in molti paesi.
Poiché, a parità di valore nutrizionale, un alimento già confezionato può essere migliore, da questo punto di vista (si pensi appunto ai salumi), una maggiore attenzione a ciò che si scrive sul packaging può aiutare il cliente a sentirsi rassicurato e a fare scelte meno emotive. Ciò non significa affatto che si debba spingere verso prodotti solo industriali, ma che talvolta, quando l’opzione industriale è migliore o paragonabile a quella venduta “a mano”, un giusto confezionamento può far diminuire l’elemento halo e aiutare a fare scelte più razionali.
Giornalista scientifica


