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Pomodori marocchini, banane peruviane, carote danesi. Il biologico che arriva da lontano è così vantaggioso?

Sabato sono andata a fare la spesa nel solito supermercato e nello scegliere la frutta e la verdura la mia attenzione si è concentrata sulla provenienza. Finita l’abbuffata di “primizie” per la tavola delle feste, con stranezze ortofrutticole di ogni genere, di ogni nazionalità e stagionalità, nel banco riservato agli ortaggi bio ho scoperto – con una certa sorpresa – peperoni e pomodori arrivati dal Marocco, carote dalla Danimarca e banane da Perù.

Ma come, mi sono chiesta, biologico dovrebbe fare rima – almeno nella nostra percezione, se non nella lettera della legge che disciplina il settore – con stagionalità, territorio locale, piccoli produttori, oltre che con l’assenza di pesticidi e controlli da parte di enti certificatori che garantiscono il rispetto delle normative sull’agricoltura organica?

Quanto sono coerenti con l’idea di ecologia e sostenibilità ortaggi che hanno attraversato l’Europa da nord a sud o che arrivano dal nord Africa fino a Milano? E che dire delle banane bio che hanno addirittura superato l’oceano?

In realtà, per essere fedele ai principi ispiratori dell’agricoltura organica, chi preferisce acquistare prodotti bio dovrebbe semplicemente rinunciare a mangiare pomodori a gennaio e portare in tavola broccoli, cavolfiori e finocchi. Senza farsi allettare da verdure proprie della bella stagione che arrivano da molto lontano.

Peccatuccio veniale? Può darsi: da noi il bio, pure in crescita negli ultimi anni di pari passo con una maggiore consapevolezza verso le tematiche ambientali, resta un settore di nicchia. Non così altrove, però, dove è in esplosione. Nei paesi anglosassoni, per esempio, esiste la grande catena di supermercati Whole Foods, leader mondiale del commercio al dettaglio nel settore, con oltre 310 punti vendita in Usa, Canada e Regno Unito.

Supermercati davvero spettacolari, per la qualità e l’abbondanza dei prodotti freschi. Con scelte dei generi sugli scaffali molto rigorose: a chi scrive, per esempio, è capitato di sentirsi dire che «Whole Foods non vende integratori per la salute che contengono ingredienti ricavati da specie animali a rischio di estinzione». E allora: che succede dove il bio è un settore “pesante” nella borsa della spesa dei consumatori?

Qualche giorno fa, David Agren in un articolo sul New York Times del 30 dicembre, ha fatto ponderate riflessioni sul tema del boom del biologico e la coerenza con i principi ispiratori, intitolato “L’agricoltura bio forse sta perdendo di vista i suoi ideali”.

Il giornalista parte proprio dai pomodori bio, il prodotto che forse più di altri fa pensare all’estate, al sole, al caldo, ma che ormai siamo abituati a trovare in ogni stagione. Il problema è che a gennaio nei supermercati americani i pomodori, i peperoni e il basilico certificati come bio dal Dipartimento dell’agricoltura spesso arrivano dal deserto messicano e sono coltivati con sistemi di irrigazione intensiva.

I coltivatori della Baja California, cuore dell’export bio, descrivono la loro fatica tra i cactus come “piantumare la spiaggia”. Per dare un’idea dei numeri, la cooperativa Del Cabo ogni giorno manda negli Usa  sette tonnellate e mezzo di pomodori e basilico con aerei e camion, per soddisfare la domanda di prodotti bio in ogni stagione dell’anno. 

Insomma: anche se l’etichetta dice “bio”, il concetto di prodotto non solo privo di sostanze chimiche, ma anche cresciuto localmente da piccoli produttori e nel rispetto dell’ambiente, è un po’ perso. Paradossalmente proprio perché il bio ha sempre più successo tra gli americani: l’enorme aumento della domanda di alimenti più sani o meno contaminati, che oltretutto non tiene conto della stagionalità, sta facendo crescere sì l’offerta, ma a scapito di quelli che dovrebbero essere i postulati dell’agricoltura organica, per sua natura “piccola”. 

Così, in Messico – insieme al Cile e all’Argentina il principale fornitore per il mercato bio Usa –  la crescita esplosiva della coltivazione di pomodori biologici sta mettendo a rischio la falda acquifera. In alcune zone, i pozzi sono a secco e questo vuol dire che i piccoli coltivatori non possono irrigare i raccolti.

Non solo: gli stessi pomodori finiscono in una catena distributiva globale per arrivare fino a New York, ma anche a Dubai, producendo emissioni che contribuiscono non poco al riscaldamento globale del pianeta.

Secondo Frederick L. Kirschenmann, del Leopold Center for Sustainable Agriculture dell’Università dell’Iowa, «i consumatori devono dubitare anche di fronte all’etichetta ‘bio’ perché di per sé non è sufficiente per essere davvero informati». Alcuni grandi marchi qualificano come bio anche prodotti ottenuti con pratiche che sono dannose per l’ambiente, come la monocoltura, che impoverisce i suoli, o, appunto, l’ipersfruttamento delle risorse locali di acqua.

Per potersi fregiare del marchio biologico del Dipartimento dell’Agricoltura, le aziende agricole negli Stati Uniti e all’estero devono essere conformi a una lunga lista di standard che, per esempio, proibiscono l’uso di fertilizzanti sintetici, pesticidi e fitormoni. Ma sono pochi i requisiti che riguardano la sostenibilità ambientale, anche se la legge (che risale al 1990) ha previsto  standard che dovrebbero proprio promuovere l’equilibrio ecologico, la biodiversità e la salvaguardia della ricchezza dei suoli e delle risorse idriche.

Gli esperti ritengono che in genere le aziende agricole bio tendono a essere meno dannose per l’ambiente rispetto a quelle convenzionali. Ma se nel passato «agricoltura biologica e agricoltura sostenibile coincidevano, ora non è sempre così», ha detto al New York Times Michael Bomford, ricercatore della Kentucky State University. Aggiungendo che il boom dell’agricoltura bio sta creando problemi anche alle falde acquifere della California.

Qualche ripensamento è già in atto: per esempio, Krav, il più importante organismo svedese di certificazione bio, concede il marchio solo se i prodotti sono coltivati in serre utilizzano almeno l’80 % di energia da fonti rinnovabili. E l’anno scorso il Consiglio nazionale per il settore bio del Dipartimento dell’Agricoltura ha rivisto la normativa, stabilendo che il latte può essere certificato solo se le vacche sono almeno in parte alimentate in pascoli aperti e non solo nei recinti.

Come è ovvio però, ogni tentativo di precisare meglio la definizione di “biologico” comporta inevitabili tira e molla tra agricoltori, produttori di generi alimentari, supermercati e ambientalisti. Così, per esempio, secondo Miles McEvoy, capo del Programma nazionale biologico del Dipartimento dell’agricoltura, «è difficile stabilire a priori quale sia il livello sostenibile di sfruttamento di una falda acquifera per una singola azienda, perché l’ipersfruttamento è comunque il risultato dell’utilizzo combinato di più produttori».

Mentre una volta l’ideale era mangiare solo prodotti locali e di stagione, oggi i consumatori che acquistano gli alimenti bio nelle grandi catene di supermercati americane si aspettano di trovare pomodori a dicembre e sono molto sensibili ai prezzi. Due fattori che incrementano le importazioni. Poche aree degli Stati Uniti possono produrre bio senza ricorrere a serre ad alto consumo energetico. Quanto al costo della manodopera, se un messicano di Baja California prende 10 dollari al giorno per raccogliere pomodori, un raccoglitore della Florida in alta stagione può arrivare a 80 dollari.

Molti coltivatori attribuiscono la scarsità d’acqua allo sviluppo turistico (alberghi e campi da golf), e in effetti  questo è stato uno dei maggiori problemi per le zone costiere del Messico. Ma anche l’agricoltura comporta un dispendio significativo di risorse. Per esempio, secondo uno studio durato un anno ad Ojos Negros, un’area del nord della Baja California, il boom delle piantagioni di cipolle bio destinate all’esportazione, cominciato un decennio fa, ha abbassato la falda acquifera di circa 40 cm all’anno.

La logistica nell’ottenere acqua e trasportare grandi volumi di prodotti deperibili favorisce inevitabilmente le grandi aziende agricole. E mentre per i produttori bio tradizionali frutta e verdura dalla forma insolita o con macchie sono solo varianti della natura, i lavoratori delle aziende agricole su vasta scala hanno ricevuto istruzioni di scartare i pomodori che non rispettano la forma, le dimensioni e le caratteristiche estetiche preferite dai clienti di Whole Foods. Questi prodotti di “seconda scelta” finiscono poi sui mercati locali.

Ma, allora, ha ancora senso parlare di frutta & verdura bio?

 

Mariateresa Truncellito

foto: Photos.com

 

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8 Commenti

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    Una volta sono andata allo spaccio di una grande azienda agricola bio di Roma e ho visto che le carote venivano dall’Abruzzo. Non le ho comprate…
    Se però per certe cose possiamo permetterci di santificare "a tutti i costi" il prodotto a km 0, il discorso non vale per la frutta esotica quale banane, ananas, avocado, mango, etc. A parte rare eccezioni, se vogliamo continuare a mangiare questi frutti dobbiamo necessariamente importarli, bio o non bio.

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    Andrea Meneghetti

    Scusate, ma mi sembra che ci sia troppa demagogia in questo articolo. Non è scientifico affrontare la produzione bio con questo approccio utopico. Appena potrò, vi invierò uno scritto sull’argomento, ma ogni modo tutta questa illusione non da la giusta misura ad una tecnica produttiva che non promette tutto ciò che viene in questo articolo dichiarato.

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    Roberto Corioni

    Alcune banali considerazioni:
    1)le banane bio, come per altro il te, il caffè e tanti altri prodotti della filiera equa e solidale non potranno MAI essere a km 0.
    2) l’utilizzo di acqua nel bio è fortemente limitato, rispetto al convenzionale, dal divieto di diserbo. E’ proprio grazie alla presenza di erbe, spontanee e no, che si mantiene un alto livello di umidità al terreno. Questo consente anche di non inquinare le falde.
    3) Si comprano prodotti da Danimarca e Marocco proprio per rispettare la legislazione bio. Alcune pratiche, imposte dai Regolamenti europei, consentono di coltivare solo se si hanno a disposizione terreni ampi e vergini, con rotazioni pluriennali (la monocoltura NON è assolutamente consentita). Solo in alcune regioni italiane questo è possibile, ed in misura sufficiente al mercato.
    4) L’idea che il produttore biologico debba essere per forza "piccolo" "locale" "di stagione" è vecchia ed inadeguata. Vorreste che l’ecologia ed il rispetto per l’ambiente fossero "piccoli" "locali" e "di stagione"?
    5) ha assolutamente senso continuare a parlare di bio, oggi! Purché se ne parli bene ed in modo informato, senza togliere credibilità ad un modo super controllato e soprattutto molto motivato!

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    Vado di fretta, vedrò di postare considerazioni più approfondite più tardi. Per ora, considero che vado di frequente per lavoro a Bruxelles, passando 4 frontiere (Svizzera, Francia, Lussemburgo e Belgio) e facendo 1.132 km.
    Per anni ho trascorso lâ

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    L’agricoltura biologica italiana esiste perché viene esportata prevalentemente in Germania ed in altri paesi UE. L’agricoltura biologica è già di per se più ecocompatibile rispetto al quella convenzionale, non vedo il problema di inviarla in altri mercati posti al di fuori dell’Italia; a meno che qualcuno non abbia in mente che il mercato sia una cosa pericolosa da combattere.

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    Altra cosa da sfatare che il cibo a Km0 costi di meno.
    Vediamo i dati ISMEA di dicembre tra la vendita all’origine e diretta del prodotto biologico. Prendiamo ad esempio le Patate:
    All’origine è 0,25 euro alla vendita diretta (quella dei mercatini coldiretti per capirci) è 1,00 euro. Un aumento (o ricavo) del 300%!!!
    Vediamo tra la differenza tra la vendita diretta e quella al supermercato: vendita diretta 1,00 euro e vendita al consumo 1,79 euro. La differenza tra i due è del 79%. Rispetto al supermercato ho risparmiato l’80% ma rispetto a quanto ingloba il contadino nei mercatini Coldiretti ho perso il 220%…furbi eh?

    I contadini che lo fanno..si

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    BENITO MANTOVANI

    Il quotidiano la Repubblica del 22 settembre 2011, con un articolo: â

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    al di là delle truffe più o meno ricorrenti nel settore del bio, il sottoscritto, che lavora come dipendente del Mipaf e si occupa spesso di biologico, entrando a fare controlli in strutture di logistica che smistavano prodotto bio verso ad esempio paesi del Nord Europa si è fatto spesso questa domanda: fermo restando il diritto per un norvegese o un danese, che ha un tenore di vita invidiabile, di mangiare prodotti non coltivabili a quelle latitudini e più sane dei prodotti convenzionali,, ha senso far percorrere migliaia di chilometri a frutta e verdura bio prodotta in Sicilia o Spagna? sicuramente ne giova anche la piccola o grande azienda produttrice, che riesce a piazzare prodotti altrimenti non renumerativi se prodotti come convenzionali,e sicuramente il mercato locale non è in grado di assorbire i quantitativi prodotti, ma l’inquinamento prodotto dai camion per raggiungere questi paesi fa venir meno la filosofia del prodotto bio come prodotto a basso impatto ambientale.posso comunque rassicurare che il prodotto è quasi sempre a norma, tranne rarissime eccezioni.