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Caporalato, pomodoro e lotta allo sfruttamento. Le carenze organizzative generano illegalità, ma il grosso del raccolto è meccanico

man picks a crop of tomatoes and puts them in a box in a vegetable garden. Harvesting in the field, organic productsIn Italia si raccolgono circa cinque milioni di tonnellate di pomodoro, il 90% destinato alla trasformazione. Trattandosi di un prodotto di facile deperibilità, la raccolta è concentrata in poche settimane e insieme a essa i problemi del caporalato e dello sfruttamento della manodopera, che però non riguardano solo la filiera del pomodoro. Le cronache focalizzano l’attenzione sul pomo rosso perché  interessa un territorio molto vasto, ma in realtà va detto che ormai buona parte della raccolta è automatizzata.

Anche le associazioni di categoria ammettono l’esistenza del problema: “Il caporalato è un fenomeno presente a macchia di leopardo in tutta Italia, che trova spazio dove c’è un substrato di illegalità, e non riguarda la sola filiera del pomodoro. – afferma Sandro Gambuzza della Giunta esecutiva di Confagricoltura – Si tratta di un problema da combattere per ragioni etiche, ma anche per tutelare le imprese che si comportano correttamente”. “Il caporalato non nasce certo oggi – aggiunge Romano Magrini, responsabile delle politiche del lavoro di Coldiretti – La legge 199/2016 (Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo) affronta un problema che riguarda i lavoratori sfruttati, ma anche le altre realtà produttive: deve essere però declinata in una serie di strumenti che consentano al legislatore e alle imprese di tradurla in realtà”. E anche per le industrie aderenti all’Anicav, l’Associazione nazionale industriali conserve alimentari vegetali associata a Confindustria, le criticità riguardano soprattutto carenze organizzative che finiscono per generare sacche di illegalità.

Il fenomeno del caporalato riguarda soprattutto la raccolta manuale, mentre quasi tutto il pomodoro da industria è raccolto meccanicamente: secondo gli industriali conservieri, le percentuali sfiorano il 100% al Nord e circa il 95% nel Centro Sud, “un dato ­ riscontrabile verificando l’elevato numero di macchine raccoglitrici registrate all’Uma (Utenti motori agricoli) della provincia di Foggia, dove si coltiva circa il 30% del pomodoro da industria italiano” afferma il direttore di Anicav Giovanni De Angelis. Altre fonti forniscono percentuali diverse: secondo Confagricoltura la raccolta meccanizzata arriva al 90% nelle regioni del Nord – “ossia soprattutto nel parmense, dove esiste una filiera organizzata che permette di risolvere a monte molti problemi”, osserva Gambuzza – mentre nelle regioni del Sud non supera il 70%.

Per gli imprenditori la raccolta meccanica è preferibile anche per ragioni di opportunità: “Impegniamo i nostri fornitori a farla perché fornisce un prodotto migliore, sottoposto già a una prima selezione utile per il processo di lavorazione industriale”, spiega De Angelis. Quando si raccoglie a mano viene sradicata l’intera pianta e insieme alle bacche finiscono nei cassoni steli, pietre e zolle di terreno, che costringono l’industria a fare una selezione del prodotto e ad accollarsi gli oneri di smaltimento degli scarti. La raccolta meccanica richiede personale qualificato, e anche braccianti, ma in misura di gran lunga minore rispetto a quella manuale che viene impiegata soprattutto in terreni dove le macchine non possono arrivare, o in caso forti piogge quando la superficie del terreno risulta  impraticabile. Il sistema manuale si usa anche per produzioni di nicchia, come nel caso del pomodoro San Marzano Dop, coltivato su pali.

pomodoro sfruttamento azienda
Il problema del caporalato non riguarda solo la filiera del pomodoro, che ormai è in gran parte meccanizzata

Per il pomodoro, il problema della manodopera irregolare è principalmente legato alle criticità derivanti dalle esigenze di trasporto delle persone nei campi e dell’alloggio – prosegue De Angelis – L’intera produzione è concentrata in 45/60 giorni, e spesso è necessario reclutare i braccianti in poche ore, con le complessità che ne derivano, in particolar modo sotto l’aspetto logistico e organizzativo”. Considerando che le organizzazioni di produttori (formalmente associazioni o cooperative formate da aziende agricole), interlocutrici dirette delle imprese trasformatrici, spesso sono in mano a mediatori, non agricoltori, e non forniscono alcun supporto logistico, burocratico e organizzativo ai coltivatori, scopo per cui sono nate.

Tutte le organizzazioni di categoria, infatti, segnalano problemi logistici: “Il caporalato dà servizi che nessun altro offre, individua i lavoratori e li porta sul luogo di lavoro – osserva Magrini – accanto a situazioni di completa illegalità (persone che non possono essere assunte perché prive di permesso di soggiorno) esiste un’ampia aerea grigia che riguarda lavoratori assunti, anche se con una retribuzione più bassa di quella prevista per legge, o con l’impegno di versare una quota dei loro guadagni al caporale per i servizi che questo fornisce. E in molti casi sono i lavoratori stessi a chiedere a chi li assume di passare dal caporale che garantisce loro lavoro”. Anche Confagricoltura mette l’accento sui problemi logistici. Qualche novità potrebbe venire dal Piano Triennale di contrasto al fenomeno del caporalato, attivato proprio in questi giorni, che prevede l’impegno congiunto del Mipaaf insieme ai ministeri del Lavoro e degli Interni con interventi contemporanei su tutti i fronti (intermediazione legale del lavoro, trasporto, alloggio, rete del lavoro agricolo di qualità e controlli) a cui le organizzazioni di categoria guardano con interesse. “Confidiamo molto nell’azione della ministra dell’Agricoltura Bellanova, che ha dimostrato di conoscere a fondo il problema, riconoscendo, tra l’altro, che non esistono filiere sporche ma singole imprese da perseguire”, osserva De Angelis.

L’Anicav si sta anche mobilitando come associazione con diverse iniziative, “tra l’altro, come partner nel progetto ‘Fi.Le. – Filiera Legale’ che promuove le pratiche legali nel settore del pomodoro da industria nella provincia di Foggia, tramite una piattaforma che servirà a fornire alle forze dell’ordine informazioni per il controllo della legalità, e a garantire agli operatori della filiera la gestione telematica dell’offerta di lavoro e dei relativi servizi di trasporto”, prosegue De Angelis. “Come Associazione andremo a monitorare con il nostro sistema satellitare la crescita delle piante e i tempi di maturazione, fornendo elementi utili per la programmazione e l’organizzazione della raccolta”.

Quanto alle associazioni di categoria, l’obiettivo è definire codici etici che vincolino gli imprenditori agricoli a procedure corrette “Come Confagricoltura abbiamo un codice etico interno, – spiega Gazzada – certamente le imprese più solide, meglio strutturate  hanno meno problemi e subiscono anche meno pressioni”. Stenta invece a trovare consensi la Rete del lavoro agricolo di qualità, istituita presso l’Inps per selezionare imprese agricole che si distinguano per il rispetto delle norme in materia di lavoro: “Si tratta di una procedura complicata dal punto di vista burocratico, che prevede anche verifiche fiscali, per cui molte imprese preferiscono le certificazioni volontarie”, spiega Magrini.

Glass jar of sauce in the hands of the buyer. Sauce in the hands of the buyer at the grocery store
Aziende come Mutti spingono i propri fornitori verso la meccanizzazione della raccolta, ma a volte vanno incontro a resistenze

Una criticità confermata da Mutti, azienda leader in Italia nel comparto del pomodoro. “La rete del lavoro agricolo di qualità non ha riscosso l’interesse che meritava, anche per le difficoltà dell’applicazione”, ricorda il direttore agricolo dell’azienda Ugo Peruch. Con una produzione divisa tra il Nord – la sede storica è a Parma – e l’Italia meridionale, Mutti è impegnata da anni per garantire la trasparenza della filiera con una particolare attenzione alle questioni etiche. “Il pomodoro tondo per essere trasformato in polpa, passata o concentrato viene raccolto prevalentemente nei territori di Parma, Piacenza e Ferrara, mentre nello stabilimento di Salerno lavoriamo il pomodoro lungo e il ciliegino, raccolti soprattutto in Puglia”, spiega Peruch.

Dal 2014 l’azienda ha chiesto ai propri fornitori di scegliere la raccolta meccanizzata: “Fino al 2018 c’era la possibilità di  deroghe, ma ora siamo arrivati al 100%, – spiega Peruch – Inoltre nel 2019 abbiamo chiesto ai fornitori che servono gli stabilimenti del Sud di aderire a una certificazione etica o alla Rete lavoro agricolo di qualità, e anche nel Nord stiamo seguendo la stessa strada, anche se c’è una maggiore resistenza da parte delle aziende”. Mutti inoltre definisce i prezzi in anticipo rispetto alla stagione di raccolta e offre incentivi per il prodotto di  alta qualità. “Abbiamo un numero relativamente contenuto di fornitori che conosciamo da tempo, e con cui si stabilisce un rapporto e un dialogo”, spiega Peruch. Inoltre l’azienda guarda con particolare attenzione ai controlli sul rispetto delle procedure, e dal 2019 è stata attivata la ‘Linea d’ascolto Mutti’, un sistema di segnalazione di comportamenti non corretti aperto al pubblico che garantisce massima riservatezza per il segnalante.

Le etichette del pomodoro Mutti non riportano queste informazioni che però sono reperibili sul sito, – spiega Peruch – i nostri prodotti sono destinati a un pubblico interessato alla qualità, e questo significa anche eseguire i dovuti controlli sulla provenienza della materia prima”.

Resta aperto, ricordano gli imprenditori di Anicav, il problema del rapporto con la Grande distribuzione: “le aste al ribasso, sono pratiche sleali da combattere. – conclude De Angelis –Anche se non tutta la distribuzione fa ricorso a queste pratiche di acquisto, gli effetti che ne derivano si ripercuotono sull’intero sistema favorendo fenomeni speculativi”.

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  Paola Emilia Cicerone

Paola Emilia Cicerone
giornalista scientifica

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Un commento

  1. Avatar

    “Il caporalato […..] è un problema da combattere per ragioni etiche, ma anche per tutelare le imprese che si comportano correttamente”.

    Come in ogni settore produttivo, gli Onesti corrono con regole diverse dai “furbetti” e ci rimettono.
    Io continuo a lavorare correttamente e con la massima etica e trasparenza. Non diventerò ricco, lo so.

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