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Il cucchiaino del caffè al McDonald’s si scioglie: errore umano. Come usare correttamente le bioplastiche e quali sono le novità sostenibili (1° parte)

Un lettore ci ha segnalato un episodio avvenuto in un fast food McDonald’s

Buongiorno, sabato sera al McDonald’s di Arese (presso il centro commerciale) mi è successo quanto segue: acquisto un caffè e al termine della cena e mi viene fornito in una tazza di carta accompagnato da un  cucchiaino. Metto lo zucchero nella bevanda calda, mescolo tranquillamente e mi accorgo dopo circa 10 secondi  il cucchiaino comincia  a “sciogliersi”. Ora non so se si tratti di un errore avermi consegnato il cucchiaino in Mater-bi (invece del legnetto che solitamente è più adatto per mescolare una bevanda calda) o se sia prassi di McDonald’s consegnare questi cucchiaini. Ho ovviamente conservato il cucchiaino per riferimento, in allegato invio alcune foto. Marco

Ecco la risposta di McDonad’s.

Le nostre procedure prevedono la consegna del caffè al cliente in una tazzina in ceramica con cucchiaino in acciaio, oppure in una cup in carta con bastoncino in legno; se non si è seguita questa procedura, si è verificato un errore di cui ci scusiamo sentitamente.

La foto mostra il cucchiaino deformato nel caffè di McDonald’s

Ecco il commento di Luca Foltran esperto di packaging de Ilfattoalimentare.it

Quanto accaduto è un ottimo esempio per dire che ogni materiale deve rispettare  alcune condizioni di utilizzo  al di fuori delle quali, possono scaturire criticità. Se il caso specifico è attribuibile a una mala gestione di un singolo punto vendita, è interessante indagare su come mai un cucchiaino di questo tipo si sciolga nel caffè ben prima dello zucchero. Fondamentale è capire il materiale e poi vedere  le modalità di utilizzo. Siamo in presenza di un biopolimero in Mater-bi derivante da fonti vegetali e più precisamente di un materiale biodegradabile e compostabile ai sensi della norma europea UNI EN 13432. Il materiale è composto da amido di mais e oli vegetali che generalmente può essere usato a contatto con alimenti a temperature non superiori a 70 – 80°C. Un caffè appena preparato supera queste temperature: usando la moka si raggiunge una temperatura inferiore a quella di ebollizione dell’acqua, mentre in quello preparato con capsule, almeno in ambito domestico, la temperatura oscilla tra gli 85 e i 96°C.

Nonostante il caso sollevato dal lettore dimostri come vi sia ancora ampio spazio di miglioramento per il settore delle bioplastiche, il 6° rapporto annuale di Assobioplastiche ci dice che in Italia, nel 2019 la plastica biodegradabile usa-e-getta è sulla cresta dell’onda, con una crescita del 14,1% (101mila tonnellate).
L’industria italiana è rappresentata da 275 aziende (erano 143 nel 2012) e la regione con il maggior numero di imprese è la Lombardia, che vede la presenza di oltre 45 aziende, seguita da Veneto, Campania, Emilia Romagna, Puglia e Piemonte.

Bioplastiche
Il processo biotecnologico di Biocosì per la conversione degli scarti lattiero-caseari in bioplastiche

Tutti i segmenti del mercato vanno forte, in alcuni casi per obblighi che la legge ha imposto (come nel caso dei sacchetti per ortofrutta) in altri per scelta di consumatori consapevoli: aumentano infatti sul mercato gli imballaggi alimentari realizzati in bioplastica (cresciuti del 67% rispetto all’anno precedente). L’incremento  notevole riguarda gli articoli usa e getta come le posate, i bicchieri, le stoviglie, le capsule del caffè (con un aumento del +120%).
Oltre ai numeri, il forte interesse e fermento del settore è dimostrato dalle numerose sperimentazioni in atto per produrre bioplastiche dai materiali di scarto dell’industria agroalimentare.
Un esempio è il progetto Biocosì sviluppato dall’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (dell’ENEA) in collaborazione con la start-up pugliese EggPlant, che ha ideato e sviluppato un processo biotecnologico per la conversione degli scarti lattiero-caseari in bioplastiche. Tra i partner anche l’Università di Bari e la Rete di laboratori pubblici di ricerca Microtronic.

Splastica mira alla realizzazione di materiali 100% biodegradabili e compostabili a partire da scarti alimentari non più edibili

Il progetto mira a recuperare circa l’80% della lavorazione del latte per la produzione di burro e formaggi, in forma di acque reflue casearie, che risultano prive di elementi tossici e sono ricche di  proteine, peptidi e lattosio, sostanze che possono essere riutilizzate e non per forza smaltite.
Anche “Splastica”, innovativo progetto di Plastica Sostenibile creato nel Dipartimento di Scienze e Tecnologie Chimiche dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, mira alla realizzazione di materiali simili alla plastica, 100% biodegradabili e compostabili, a partire da scarti alimentari non più edibili, in particolare dal latte che, rispetto ad altri alimenti, ha il vantaggio di non essere stagionale e quindi più facilmente reperibile.

Su scarti del settore lattiero caseario si sono concentrate anche le attenzioni del gruppo di ricerca Ricicla del Dipartimento di scienze agrarie ed ambientali di UNIMI che ha realizzato il progetto PHA-STAR, finanziato da Regione Lombardia: nell’impianto pilota i ricercatori hanno prodotto vari tipi di biopolimeri, i poliidrossialcanoati (PHA),  con l’utilizzo di microgranuli ottenuti da fermentazione batterica alimentata dal siero di latte, in parte scartato dalla filiera industriale lombarda come rifiuto speciale e quindi sottoposto a uno smaltimento particolare e costoso.
L’Università degli studi di Cagliari (UNICA) è invece intenzionata è produrre materiali plastici 100% biodegradabili e compostabili, partendo da scarti alimentari non edibili della produzione del latte di pecora. Il progetto si pone l’obiettivo di unire la salvaguardia dell’ambiente con la valorizzazione delle risorse del territorio. Il siero è il prodotto principale della lavorazione del latte durante la produzione del formaggio. Da 10 litri di latte si produce 1 kg di formaggio e 7/8 litri di siero che soltanto in parte è utilizzato per produrre la ricotta. Questa lavorazione produce un altro scarto che si chiama scotta. Sono proprio questi due rifiuti liquidi gli attori principali della ricerca.

Continua a leggere la seconda parte dell’articolo qui.

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  Luca Foltran

Luca Foltran
esperto sicurezza dei materiali

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3 Commenti

  1. Avatar

    Ma se McDonald aveva quel cucchiaino per quali alimenti lo distribuisce ai clienti?

  2. Avatar

    Finché si continuerà a correre dietro al problema dei sostiuti della plastica usa-e-getta con altri materiali usa-e-getta non si risolverà mai il problema dell’eccesso di rifiuti, questa volta per la complessa differenziazione di utilizzo e smaltimento che comportano e che causa e causerà errori e cattivo uso all’infinito.

    Fare un passo indietro, vietando tutto l’usa-e-getta e tornando alle vecchie stoviglie e bicchieri lavabili è l’unica soluzione sensata, che però urta un mare di interessi delle industrie e la pigrizia dei consumatori, che pur di non sbucciare un’arancia ora la vogliono suddivisa in spicchi, nella sua piccola bara di riciclabile, da cui la pescheranno con posate di un riciclabile differente, per consumarla in un piatto di un terzo tipo di riciclabile, con un tovagliolo di un tipo ancora diverso e un bicchiere di bibita di un quinto tipo e una tazzina di caffè di un sesto, buttando poi tutto gloriosamente nella plastica da riciclare rovinandone la raccolta ma con la più bella delle coscienze ecologiste.