L’obiettivo Net Zero al 2050 passa per l’Africa, ma l’inchiesta di Transport & Environment svela i lati oscuri della filiera Eni: tra siccità, mancato supporto ai contadini e un impatto ambientale superiore ai fossili.
L’Eni – in origine acronimo di Ente Nazionale Idrocarburi, fondata dallo Stato italiano nel 1953 e convertita in società per azioni nel 1992 – si è prefissata l’obiettivo di raggiungere le zero emissioni nette entro il 2050. Al centro della sua strategia c’è il biocarburante, una miscela che ha alla base olio di semi non alimentari: i cosiddetti combustibili sostenibili dovrebbero emettere tra il 60 e il 90% in meno di anidride carbonica rispetto ai combustibili fossili convenzionali. Per questo motivo, a partire dal 2021 Eni sta costruendo una rete di centri agricoli in diversi Stati dell’Africa – Kenya, Repubblica Democratica del Congo, Mozambico, Costa d’Avorio, Angola e Ruanda – per la lavorazione dell’olio vegetale proveniente da colture non commestibili, in particolare ricino, croton e cotone.
L’olio vegetale coltivato in Africa è quindi spedito per migliaia di chilometri in Italia dove avviene la conversione nelle bioraffinerie di Eni (Venezia-Porto Marghera e Gela). Eni afferma che queste colture sono resistenti alla siccità, adatte alla semina su terreni degradati e possono rappresentare un beneficio economico per gli agricoltori locali, promesse che non sembrano però essere state mantenute così come dimostrato dall’ONG Transport & Environment (T&E), la più importante organizzazione europea che si occupa di decarbonizzazione dei trasporti.

La situazione in Kenya
In Kenya, Eni conta l’iscrizione al suo programma di migliaia di agricoltori reclutati da cooperative, il cui raccolto è gestito da più intermediari. Le testimonianze raccolte da T&E raccontano di un’esperienza che si sta rivelando alquanto problematica. Sebbene la coltivazione di ricino sia stata presentata come resistente all’arsura, tra il 2020 e il 2023 il Paese africano ha vissuto la peggiore siccità degli ultimi 40 anni, una condizione che ha inevitabilmente colpito anche le piante di ricino coltivate dai piccoli agricoltori reclutati da Eni per la produzione di olio vegetale. Ma accanto alle sfavorevoli condizioni climatiche, T&E ha ascoltato svariate lamentele circa il mancato supporto assicurato. Attraverso una rete di subappalto che coinvolge società di servizi agricoli locali e agenti indipendenti, Eni si è impegnata a fornire sostegno tecnico agli agricoltori che hanno aderito al progetto, ma ciò sembrerebbe essersi concretizzato raramente.
Le testimonianze
Una contadina incontrata dall’ONG spiega, per esempio, che chi si era interfacciato con lei per conto dell’azienda italiana aveva promesso di fornirle un trattore per coltivare il suo terreno roccioso, ma il mezzo non è mai arrivato con la conseguenza che i semi piantati si sono seccati. Un’altra donna ha invece dichiarato che non le sono mai arrivati i pesticidi promessi dopo che le termiti avevano attaccato le sue piante.
Inoltre anche i semi ricevuti hanno suscitato diversi dubbi tra i coltivatori: spesso non hanno fruttato i volumi di raccolto previsti, in alcuni casi sono cresciuti troppo lentamente – un anno perché passassero dalla semina alla maturità, a differenza dei semi indicati agli agricoltori –, in altre circostanze sono diventati arbusti così alti da rendere difficile la raccolta e compromettere le altre colture. Secondo Eni e i suoi partner, infatti, le piante per il biocarburante possono crescere insieme a diverse colture, dando così agli agricoltori un reddito extra. Ma crescendo troppo in altezza, il ricino blocca la luce solare alle altre specie vegetali piantate in prossimità.
L’impatto ambientale
Mentre Eni prosegue il suo programma di coltivazione di ricino, Transport & Environment denuncia le conseguenze ambientali legate ai biocarburanti. Partiamo dalla sicurezza alimentare. Attualmente la superficie occupata a livello globale per la produzione di colture per il “combustibile sostenibile” è pari a 32 milioni di ettari di suolo agricolo, uno spazio che, se fosse dedicato alla coltivazione di beni alimentari, potrebbe garantire il sostentamento di 1,3 miliardi di persone.
Ma non è finita qui. Secondo i dati di T&E, ogni giorno, per alimentare le sue automobili, l’Europa brucia 19 milioni di bottiglie di olio vegetale e 10.000 tonnellate di grano, sufficienti per 15 milioni di pagnotte di pane. Tale situazione, oltre a risultare paradossale a fronte degli 800 milioni di persone nel mondo che soffrono la fame, esercita inevitabilmente pressione sui prezzi alimentari mondiali minacciando l’accesso alle materie prime essenziali. Inoltre, nel 2023, l’industria dei biocarburanti consumava intorno ai 150 milioni di tonnellate di mais, 120 milioni di tonnellate di canna da zucchero e barbabietola da zucchero. Ma spostiamo ora lo sguardo verso le emissioni. Secondo T&E, se i terreni impegnati nella produzione di biocarburanti fossero riportati alle condizioni precedenti, si avrebbe la rimozione dall’atmosfera di circa 400 milioni di tonnellate di anidride carbonica.

Le emissioni di un’intera filiera
Inoltre, l’intera filiera dei biocarburanti determina un aumento di CO2 del 16% rispetto ai combustibili fossili. Molto spesso, infatti, i promotori dei biocarburanti considerano solo la fase della combustione in modo tale da presentarli come la soluzione più sostenibile per le minori emissioni. Ma se si analizza l’intero ciclo di vita, considerando anche la fase di coltivazione con il relativo consumo di acqua ed energia, l’impiego di fertilizzanti e pesticidi, tutte le trasformazioni biochimiche oltre alle emissioni durante la fase di combustione, lo scenario cambia drasticamente.
Tornando ora a Eni, sebbene i progetti promossi in Kenya, Repubblica Democratica del Congo, Mozambico, Costa d’Avorio, Angola e Ruanda riguardino semi non commestibili, la costituzione di agri-hub, cioè filiere agro-industriali che coltivano le piante, effettuano la spremitura dei semi e spediscono l’olio vegetale da raffinare in Italia, rischia di perseguire uno stampo coloniale: invece di destinare la terra alla produzione alimentare, i coltivatori sono spinti a scegliere colture funzionali ai biocarburanti nel nome di un vantaggio produttivo ed economico che sembrerebbe non esserci e di una finta attenzione all’ambiente.
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