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Il cambio di Barilla: adesso la pubblicità parla di date di scadenza. Ma le istituzioni dove sono?


Non passa certo
inosservato lo spot che alle 8 del mattino spiega la differenza tra il termine minimo di conservazione e la data di scadenza dei prodotti alimentari sulle frequenze di Radio Popolare, nota emittente della sinistra milanese. All’inizio pensi a una Pubblicità progresso, ma dopo una manciata di secondi scopri che l’annuncio è firmato dalla Fondazione Barilla . Resti un po’ di sasso, perché nell’immaginario collettivo la pubblicità dei prodotti Barilla è famosa per la capacità di attirare l’attenzione, per l’originalità del messaggio, per le musiche, non certo per le lezioni di educazione alimentare. A questo punto ti viene da pensare che qualcosa sia cambiato, che gli spot girati con il filtro della finzione pseudocinematografica per convincere le persone ad acquistare un prodotto abbiano fatto il loro tempo e che adesso sia il momento di cambiare pagina.

La Fondazione Barilla (istituzione che negli anni  ha dato vita a ricerche multidisciplinari, dibattiti ed eventi internazionali per incentivare il cambiamento verso stili di vita più sani), spiega la nuova strategia di marketing dicendo che vuole essere parte attiva del cambiamento in atto nella società e fornire alle persone gli strumenti per capire i problemi veri e passare all’azione. Per fare ciò ha messo a punto sul sito, e in un libro distribuito gratuitamente, centinaia di messaggi brevi, semplici e comprensibili, ma non banali, frutto di evidenze scientifiche e di riflessioni sulla sostenibilità, in cui fornisce notizie e propone gesti quotidiani facili da mettere in atto.

Barilla
Lillo è uno dei nuovi protagonisti scelti da Barilla per la nuova pubblicità

Guardando il sito della Fondazione vengono in mente le pagine dell’Istituto superiore di sanità che da qualche anno propone risposte a centinaia di quesiti sui prodotti alimentari, sui falsi miti, sulle bufale, sulle diete, sugli errori in cucina e su decine di altri temi alimentari che hanno a che fare con la realtà quotidiana. Anche in questo caso le risposte alle domande sono frutto di evidenze scientifiche, l’unica differenza è che mancano le fotografie, i colori, i personaggi e che il sito, forse pensato per il grande pubblico, resta una nicchia per addetti ai lavori.

La Fondazione nella nuova campagna promozionale cerca di semplificare concetti complessi e di mandare messaggi a persone che sempre di più sono abituate ad ascoltare e ricevere risposte brevi. Questa cosa per alcuni argomenti si può fare ed è un modo efficace di comunicare, ma la vera sfida è mettere in grado le persone di capire anche i messaggi più complessi. Perché se sulla data di scadenza bastano poche parole, sui motivi dell’abbandono della Dieta mediterranea da parte degli italiani, sull’invasione di cibi ultra-trasformati ricchi di zucchero, sale e grassi, sull’obesità dilagante fra i bambini, sulla necessità di una tassa sullo zucchero, sull’utilità dell’etichetta a semaforo per distinguere i cibi buoni da quelli da assumere con attenzione non bastano gli spot o i messaggi brevi.

Iss
Le pagine dell’Istituto superiore di sanità su falsi miti e bufale alimentari

Ci vuole qualcuno che lo spieghi bene, qualcuno che voglia fornire strumenti dando la possibilità alle persone di formarsi una cultura alimentare. Questo qualcuno non può essere un’azienda, ma deve essere un’istituzione come l’Agenzia per la sicurezza alimentare che in Italia non esiste, al contrario di quanto avviene negli altri paesi UE. Non può essere il ministero della Salute che, pur avendo all’interno una struttura come il Consiglio nazionale per la sicurezza alimentare, fa poco o niente e anche il Crea che, pur avendo assorbito anni fa l’Inran, si occupa prevalentemente di ricerca in agricoltura. Forse questa mancanza di riferimenti non è casuale, ma è l’espressione di una classe politica poco sensibile a certe tematiche e più sensibile alle lobby.

© Riproduzione riservata; Foto: Fondazione Barilla, ISS

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Roberto La Pira

  Roberto La Pira

Giornalista professionista, laurea in Scienze delle preparazioni alimentari

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2 Commenti

  1. la conclusione è quanto, modestamente e mestamente, ho realizzato anch’io…

  2. Già, triste ma realistica conclusione.
    Se si aggiunge la perdita di meritevoli ed efficaci interventi di educazione alimentare nelle scuole realizzati dalla sanità pubbblica in collaborazione con gl’insegnanti e le agenzie scolastiche (la Sovraintendenza scolastica ad es.) o di pubblicazioni scientificamente corrette distribuite alla popolazione generale (finanziate dai programmi di educazione alla salute di ogni Regione) il quadro è desolante.
    E potrei aggiungere molto altro, come la perdita del patrimonio esperienziale e formativo degli operatori sanitari e degli educatori, veri protagonisti nella realizzazione dei progetti educativi.
    In ambito istituzionale si sono perse le sensibilità e la cultura del protagonismo istituzionale al servizio della crescita della collettività.
    Così, ci si riduce a “pagine dell’Istituto superiore di sanità che da qualche anno propone risposte a centinaia di quesiti sui prodotti alimentari, sui falsi miti, sulle bufale, sulle diete, sugli errori in cucina e su decine di altri temi alimentari che hanno a che fare con la realtà quotidiana. Anche in questo caso le risposte alle domande sono frutto di evidenze scientifiche, l’unica differenza è che mancano le fotografie, i colori, i personaggi e che il sito, forse pensato per il grande pubblico, resta una nicchia per addetti ai lavori.”
    E uno sforzo per adeguare lo stile comunicativo ai nuovi linguaggi, come i disegni, le foto, i colori, o – perchè no? – l’interattività dei contenuti sembra un’ovvietà da desiderare.
    E ancora, domanda provocatoria e retorica: perchè un quotidiano mi permette di chiedere al nutrizionista esperto di fama nazionale – ma in conflitto d’interessi – e non ho possibilità di rivolgermi al sito ministeriale?

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