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Biscotti Mulino Bianco: arriva la “Carta” e la farina diventa sostenibile. Una sfida ai concorrenti

Barilla scende in campo con la “Carta del Mulino” un progetto sull’agricoltura sostenibile, composto da un decalogo di buone regole, che riguardano il principale ingrediente dell’azienda di Parma: la farina di grano tenero. Per il momento solo i nuovi biscotti Buongrano sono preparati con la farina che rispetta la “Carta”. Le regole prevedono spunti interessanti come la rotazione delle colture, la tracciabilità dei lotti di grano tenero, la destinazione del 3% dei campi alla coltivazione di fiori utili per gli insetti impollinatori. 

Si tratta – spiega l’azienda – di uno step della nostra missione  “Buono per Te, Buono per il Pianeta”, che ha come obiettivo  di portare nel mondo un’alimentazione sana, proveniente da filiere pulite e responsabili. Siamo di fronte a proposte molto diverse rispetto alle dichiarazioni rilasciate nel 2015 dai fratelli Paolo e Guido Barilla, quando rivendicavano la bontà e la sostenibilità dell’olio di palma, presente in quasi tutti i prodotti Mulino Bianco.  Il cambio di direzione si registra un anno dopo, quando in seguito alla nostra campagna contro l’invasione dell’olio tropicale Barilla rileva un calo progressivo e costante delle vendite e in pochi mesi sostituisce il palma in tutti i prodotti. Ma questa è una storia del passato. Il nuovo disciplinare sottoscritto dall’azienda di Parma con 500 imprese agricole è stato siglato con l’obiettivo di raggiungerne 5.000 entro il 2022,  per coprire il fabbisogno, valutato intorno alle 240mila tonnellate l’anno.

Fino al 2016 Barilla ha utilizzato e sostenuto l’utilità e la necessità di usare olio di palma per la linea Mulino Bianco. Poi ha cambiato idea

La Carta del Mulino elaborata assieme a Wwf, Università di Bologna e della Tuscia, non presenta elementi sconvolgenti, ma sarebbe ingeneroso non ammettere la significatività di alcuni aspetti. La lista comprende rotazioni agrarie in luogo della mono-successione, obbligo di una micro-area tampone (3% della superficie totale) su cui coltivare altre specie erbacee senza ricorrere a insetticidi, sementi non conciate con insetticidi neonicotinoidi (responsabili della moria delle api e di altri impollinatori), divieto dell’uso dell’erbicida glifosate in tutte le fasi della produzione (per legge in Italia il suo uso è vietato solo nella fase di pre-raccolta e trebbiatura), limitazione degli insetticidi nella fase di stoccaggio, tracciabilità, controlli di parte terza. Un altro aspetto interessante è il prezzo pagato ai produttori  leggermente superiore a quello del frumento standard, per compensare il calo di produzione dovuta all’obbligo del 3% di aree seminata ad altro.

Ignoriamo se il decalogo sia una sintesi per presentare il disciplinare ai consumatori o se esiste – riteniamo di sì – una parte più tecnica che entra nel merito delle modalità di fertilizzazione, del diserbo (fermo restando il divieto del glifosate), di trattamenti fungicidi e insetticidi in campo e in post raccolta, della logistica, delle condizioni occupazionali, di eventuali deroghe eccetera. A questo punto un ulteriore elemento di trasparenza dovrebbe essere quello di rendere pubblico il testo integrale del disciplinare, senza limitarsi a una accattivante narrazione. L’azienda da anni presenta un proprio rapporto sulla sostenibilità, rendendo noti, con apprezzabile trasparenza, dati che altre imprese mantengono nel più stretto riserbo, come le quantità delle diverse materie prime utilizzate e la percentuale (in crescita) di filiere gestite in modo responsabile.

Mulino bianco intende proteggere gli impollinatori

L’iniziativa di Mulino Bianco è interessante anche se a ben vedere, è il minimo che ci si può attendere da un leader (chi mai vorrebbe acquistare prodotti la cui materia prima deriva da filiere gestite in modo irresponsabile?). È comunque positivo che Barilla prosegua il percorso dell’attenzione verso la sostenibilità dopo l’ingresso nel comparto biologico. Senza nulla togliere alle piccole imprese artigianali, l’impatto che un’azienda leader ha sulla sostenibilità ambientale è sicuramente più rilevante. Bene quindi a ogni piano reale, che non sia solo story-telling, per l’aumento della sostenibilità e la riduzione dell’impronta ecologica della produzione: al di là dello specifico impatto (240mila tonnellate significano pur sempre circa 50.000 ettari, una superficie maggiore di quella dell’intera provincia di Monza e della Brianza), Barilla propone un  programma che si traduce in una sfida ai concorrenti a far di meglio.

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  Sara Rossi

Sara Rossi
giornalista redazione Il Fatto Alimentare

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14 Commenti

  1. Uhmmm..quel “prezzo pagato ai produttori leggermente superiore a quello del frumento standard” mi preoccupa. La Carta andrebbe anche bene, ma poi bisogna entrare nel dettaglio, come con il palma. Nessuno fino ad ora, ad esempio, mi ha spiegato cosa succede se sostituiamo tutto il palma esistente con altri grassi ( mais o girasole) … quale mais , quale girasole, come vengono coltivati, di quanto aumenta la richiesta??

    • Roberto La Pira

      Diciamo che l’Italia ha sostituito il palma senza alcun problema

    • In contemporanea c’è una forte campagna contro l’obesità che potrebbe indirettamente integrare la tua preoccupazione: se si combatte seriamente l’obesità, diminuiscono i consumi di alimenti in eccesso e il contenuto di grassi proposto negli alimenti diminuisce.
      In ogni caso non cerchiamo subito di avere tutto, cominciamo a godere di questa nuova “deriva” positiva, che dimostra come almeno in Italia ad alcune cose si dà importanza.

      a proposito invece di “… (chi mai vorrebbe acquistare prodotti la cui materia prima deriva da filiere gestite in modo irresponsabile?…”. Siete inguaribili ottimisti se pensate che tutta la popolazione sia dedita alla lettura delle etichette e preoccupata per l’ambiente, volete un esempio? Nutella!!!

  2. @Roderto
    diciamo che è una affermazione senza uno straccio di dato.
    Un piccolo dubbio: se la domanda mondiale di Palma è di 100 mila tonnellate e da domani viene sostituito con olio di semi di mail… vuol dire che dobbiamo produrre 10 mila tonnellate di olio di mais o sbaglio?
    Ecco mi piacerebbe sapere da dove viene preso , immagino che l’incremento di produzione non sia irrilevante, quali e quanti terreni vengono messi a coltura e in che modo viene coltivato quel mail???
    Sono domande lecite oppure no?
    Sbaglio o usa due pesi e due misure?

    • Roberto La Pira

      Nella nostra alimentazione occidentale ricca di grassi saturi il palma non è proprio quello che ci vuole. Così hanno sempre detto i nutrizionisti seri e indipendenti considerando il palma un grasso tropicale saturo da evitare. Il mais o il girasole non vengono coltivati sottraendo territorio a aree tropicali da salvaguardare e nemmeno scatenando incendi. Usiamo come metro di giudizio il buon senso che consiglia di non usare il palma.

  3. Per coltivare il girasole ci vogliono 6 volte i terreni che sono necessari per il palma, Roberto.
    Sostituire in tutto il mondo il 100% del palma con girasole è pura utopia, si informi meglio.
    Anacleto

    • Roberto La Pira

      Nessuno ha mai detto di sostituire il palma in tutto il mondo.La nostra campagna chiedeva alla aziende italiane che usavano nel 95% dei prodotti olio di palma all’insaputa dei consumatori, di sostituirlo con altri grassi. Ripeto la presenza di acidi grassi in elevata quantità nel palma (simile a quella del burro) ne sconsiglia l’uso generalizzato in un’alimentazione come quella italiana.

    • Stefano Ferrari

      Sembra che in Italia la resa in olio del girasole sia migliore. http://www.sementi.it/comunicato-stampa/336/convegno-girasole-2014-tolentino

      Quindi siamo alla metà della resa ma col campo disponibilie per una seconda coltura

  4. Diciamo che le aziende italiane che hanno tolto il palma dai propri prodotti si sono fatte quattro conti in tasca e hanno visto che non era tanto conveniente combattere la deforestazione acquistando un Olio di Palma sostenibile e tracciabile, di eccellente qualità, proveniente da frutti freschi, lavorato a temperature controllate, certificato RSPO di tipo segregato, plaudito anche da Richard Holland, direttore della “Market Transformation Initiative” del WWF, nonchè da Greenpeace.

    Molto più conveniente rimpiazzarlo con dell’Olio di mais o girasole ricco di polinsaturi omega 6 che invece sono un toccasana per la salute e anche se consumano 5 volte di più il territorio poco male.

    • Stefano Ferrari

      Il girasole rende 1,5 t di olio per ettaro ed è una coltura erbacea, quindi siamo alla metà del palma e ti resta il campo disponibilie per una seconda coltura.

  5. Come dice La Pira: il problema è la qualità e la fragilità degli ecosistemi dove veniva/viene coltivato l’olio di palma che fanno del ritorno ai nostri grassi un fattore necessario.
    Inoltre, visto che si sta combattendo a favore della Sugar tax, l’incremento di costo dei grassi necessari per produrre alimenti non necessari – quali sono i biscotti ed altro – potrebbe essere un equivalente implicito di una sugar tax con il beneficio della riduzione dei consumi di questo tipo di alimenti e conseguente miglioramento della salute generale e del peso medio della popolazione.

    Di cosa vi lamentate? Vi sentite meno liberi di diventare obesi?

    Mi interesserebbe invece sapere dal disciplinare se è incluso anche il fatto di usare grani di tipo diverso e non monoculturali; mi pare che sia anche detto, ma non in modo così chiaro. Una delle preoccupazioni a cui si dà relativamente poco peso è anche la scomparsa delle colture autoctone. Se poi si aggiunge la furberia fatta da Monsanto & Co sulla certificazione delle semenze… A proposito, come è andata a finire la questione della certificazione delle semenze? Siamo ancora liberi di “avvelenarci” con i grani originari o possiamo solo usare gli ibridi di provenienza industriale?

    • Premesso che è “monocolturali e non monoculturali”, ma non è importante,
      la questione del seme certificato che lei pone è una “mezza bufala”, su cui potrà trovare all’epoca della stessa chi la smentisce e precisa. Sull’argomento, linko invece un articolo recente in cui a sostenere l’uso del seme certificato è perfino Federbio:
      https://terraevita.edagricole.it/biologico/sementi-bio-assosementi-federbio-dicono-stop-alle-deroghe/
      Se poi lei ritiene che una azienda industriale possa produrre un biscotto usando grani prodotti in appezzamenti di terra in cui si seminano diverse varietà autoctone imprecisate e comunque miste, forse il dottor La Pira, tecnologo alimentare, è il primo che può rispondere.

  6. Mi sbaglierò, ma al prezzo che fanno pagare i loro biscotti… se lo possono tranquillamente permettere.
    E non mi pare che ad es. i frollini MB “con panna” sappiano così di panna come ci dicono loro nella pubblicità, e dicasi lo stesso per gli altri gusti. Dietro la scritta, poco