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Allevamenti e ambiente, una convivenza possibile: intervista a Nadia El-Hage Scialabba

È indispensabile evitare di consumare carne per tutelare l’ambiente? C’è chi sostiene che il problema non siano gli allevamenti in sé, ma il modo in cui sono gestiti. Come Nadia El-Hage Scialabba, ambientalista ed esperta di sviluppo sostenibile. Dopo trent’anni alla Fao, oggi El Hage svolge attività di ricerca presso lo Swette Center for Sustainable Food Systems dell’Arizona State University e a questi temi ha dedicato il libro Managing Healthy Livestock Production and Consumption (Una sana gestione della produzione e del consumo del bestiame). “A danneggiare l’ambiente – spiega El Hage – sono gli allevamenti industriali, che tengono gli animali al chiuso separandoli dall’ambiente naturale. Preferisco usare questa espressione, piuttosto che ‘allevamenti intensivi’, perché il problema non è la densità ”.

Il problema è derivato dal fatto che gli animali vivono in condizioni non ottimali?

“Tenere al chiuso gli animali porta a usare antibiotici e incrementa il rischio di diffondere zoonosi. Si tratta inoltre di animali spesso più fragili perché geneticamente identici. Se invece i ruminanti (soprattutto bovini, ma anche caprini e ovini) vivono nella natura, purché si rispetti la capacità di carico del suolo, si determinano effetti positivi anche sull’ambiente, oltre che per il loro benessere”.

Allevamenti, Pecore al pascolo in montagna
Per Nadia El-Hage, non solo i bovini, ma tutti i ruminanti, attraverso un pascolo gestito correttamente, possono apportare benefici al territorio su cui insistono

Lei parla soprattutto di bovini, per quale motivo? Quale potrebbe essere il ruolo di altre specie allevabili al pascolo?

“Dobbiamo parlare soprattutto di ruminanti, che hanno un effetto positivo sull’ambiente perché trasformano l’erba in carne e latte. Quando sono gestiti correttamente, inoltre, questi animali rompono il suolo indurito, migliorando la penetrazione dell’acqua, la ritenzione idrica e aumentano quindi la capacità delle nuove piante di stabilirsi e crescere. Brucare l’erba prima che la pianta si ossidi, in particolare nelle zone aride, contribuisce inoltre a mantenere in salute il pascolo. Questo vale in parte anche per i suini, mentre polli e tacchini sono più difficili da allevare all’aperto e hanno comunque bisogno di consumare granaglie”.

È vero che gli animali al pascolo sono sempre esistiti, ma la popolazione e il consumo di carne sono aumentati. Pensa che sia possibile far fronte a questo fabbisogno?

“Ovviamente il ritorno al pascolo non è l’unica soluzione, è necessario anche evitare gli sprechi e ridurre l’apporto di proteine animali che oggi nei paesi industrializzati sono comunque consumate in eccesso. Studi realizzati alla Fao nel 2015 e nel 2018 mostrano che, in base alle conoscenze attuali, nel 2050 sarebbe possibile pensare di sfamare il pianeta utilizzando l’allevamento al pascolo, purché si riduca di un terzo il consumo di proteine animali, indicazione in linea con le raccomandazioni dell’Oms, e si combatta lo spreco alimentare. In particolare gli ultimi studi hanno evidenziato l’importanza del Food not feed (Cibo non mangime) ossia di incrementare il più possibile l’allevamento che prevede una nutrizione spontanea degli animali, che avviene appunto tramite il pascolo. Occorre tenere conto che, nel corso dei millenni, il numero di animali che popolano la terra non è cambiato molto, solo che abbiamo sostituito gli animali selvatici con quelli domestici, spesso allevati al chiuso, e questo ha contribuito a modificare gli ecosistemi, rendendoli più vulnerabili alla desertificazione e agli incendi”.

allevamenti, vitelloni bianchi dell'Appennino al pascolo
El-Hage sottolinea che, brucando e calpestando il suolo, gli animali lo attivano e lo concimano. Il gas serra che producono è compensato dallo sviluppo della vegetazione

In alcune interviste lei parla di un metodo definito pascolo olistico: può spiegare di cosa si tratta?

“Il pascolo olistico è stato messo a punto negli anni ’60 da un biologo dello Zimbabwe, Allan Savory e oggi è adottato in molti paesi. Savory ha osservato il comportamento degli animali in libertà e ha visto che in spazi ampi è possibile allevare un gran numero di capi, facendoli rotare in modo da dare al pascolo il tempo di rigenerarsi, secondo un calcolo preciso che tiene conto del loro comportamento e dell’ecologia dell’erba. Brucando e calpestando il suolo gli animali lo attivano e, al tempo stesso, concimano le piante, in questo modo, inoltre, il gas serra prodotto dagli animali è compensato dallo sviluppo della vegetazione e dal sequestro del carbonio nel suolo da parte dei microorganismi”.

Molte delle sue indicazioni coincidono con le pratiche dell’agricoltura biodinamica, che integra l’allevamento degli animali nel ciclo produttivo della fattoria. È così? Secondo lei questo modello è proponibile su larga scala?

“Se vogliamo agire sul clima dobbiamo riportare gli animali nelle grandi praterie, ma questo non è possibile in tutti i paesi. L’agricoltura biodinamica, in fondo, teorizza proprio quello cui tutti noi tendiamo, ossia un sistema circolare che renda autosufficiente un’azienda agricola, senza impatti negativi sull’ambiente. Ovviamente non si può pensare che il mondo intero segua il metodo biodinamico, che però ha degli elementi molto interessanti, come la cura per la terra e la dignità del lavoro agricolo. È una scelta di consapevolezza che punta sulla qualità e la perdita di nutrienti dei prodotti dell’agricoltura industriale è uno dei problemi a cui dobbiamo far fronte”.

allevamenti, fila di zappe al lavoro
L’intervistata ritiene che la cura della terra e la dignità del lavoro agricolo rappresentino elementi interessanti del concetto di agricoltura biodinamica

Si tratta però di produzioni inevitabilmente costose…

“Quando pensiamo al costo degli alimenti, non dobbiamo pensare solo al prezzo che paghiamo, ma anche al costo del loro impatto sull’ambiente e a quello per la nostra salute, senza dimenticare i sussidi che riceve l’agricoltura convenzionale. In questo modo possiamo renderci conto che gli alimenti ‘economici’ non sono necessariamente i più convenienti”.

Dal punto di vista dei tempi, quanti anni servono per rendere operativa una transizione di questo tipo?

“Il tempo dell’ecologia è diverso da quello della tecnologia, richiede dei passaggi più lunghi e un coinvolgimento della società. Credo che, per cambiare le dinamiche di produzione, ci vorrà almeno una generazione, ma niente di questo potrà avvenire senza adeguati sostegni economici e una vera e propria riforma rurale che renda l’agricoltura protagonista del rinnovamento”.

allevamenti, sostituti della carne, fake meat burger
El-Hage annovera la ‘carne’ prodotta in laboratorio tra i cibi eccessivamente trasformati e ne sottolinea gli aspetti energivori e e l’uso di farmaci nella produzione

Lei si è espressa in toni molto critici nei confronti della carne sintetica. Per quale motivo e come si potrebbe venire incontro alle esigenze di chi sceglie di non consumare carne?

“Tutti dovremmo consumare meno proteine animali e credo che si possa fare già ora, sostituendole con legumi o cereali. È altrettanto importante evitare cibi eccessivamente trasformati, come la ‘carne’ prodotta in laboratorio, che in realtà non sembrerebbe pensata per i vegetariani, proprio per la sua somiglianza con la carne vera. In ogni caso, si tratta di un prodotto che consuma molta energia e prevede l’uso di fungicidi, antibiotici e fattori di crescita, oltre che di una dose eccessiva di additivi, vitamine, minerali e sale. Senza dimenticare che anche molti degli hamburger o wurstel vegetali in commercio sono eccessivamente manipolati e ricchi di sale, oltre a usare soia proveniente da coltivazioni che impiegano grandi quantità di fitofarmaci”.

© Riproduzione riservata; Foto: iStock, AdobeStock, Consorzio vitellone bianco dell’Appennino

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Roberto La Pira

  Paola Emilia Cicerone

giornalista scientifica

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