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Allarmismo o vere frodi? Un lettore si interroga sulla disinformazione e le bufale che mettono in crisi i consumatori

articolo-pomodori-cineseFacendo riferimento al suo articolo di tempo fa sui pomodori cinesi, in particolare, ricordavo questo passaggio “Le confezioni di pelati, le bottiglie di passata e di polpa vendute in Italia contengono il 100% di prodotto italiano, come scritto in etichetta.”

Capirà allora lo sconcerto che ho provato nel leggere alcuni estratti del libro “Cibo criminale. Il nuovo business della mafia italiana”* recensito sul numero di maggio di Vanity Fair. Tra le tante, questa dichiarazione, che afferma “Su 4 lattine di pelati, 3 sono italiani per finta: 100 milioni di tonnellate l’anno vengono importati dalla Cina, con tassi di muffa e scarti spesso oltre il limite.

 

libro-ciboCriminaleA prescindere dalla diffusione di notizie false, quindi, che creano solo disinformazione, così facendo di fatto si innescano altri processi che ritengo deleteri per noi consumatori, tanto più per quelli che non sono informati a sufficienza.

 

Innanzitutto non si saprà più a chi credere, con il rischio che si tralasci del tutto l’intenzione di essere informati. In seconda battuta, nel momento in cui un consumatore si convince del fatto che la maggior parte degli alimenti sono di cattiva qualità, senza che si possa opporre una qualsiasi resistenza e/o criterio di scelta, farà crollare la fiducia nei prodotti e, al solito, scatterà la rassegnazione ovvero “adeguiamoci al peggio”, cosa questa nella quale siamo maestri.

Ed ecco che a quel punto ci potranno veramente vendere di tutto….

Paolo

 

* Cibo criminale. Il nuovo business della mafia italiana, Monti Mara e Ponzi Luca, 2013, 247 p., Newton Compton (collana Controcorrente) € 9,90

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Foto: Pdf4it.com

  Redazione Il Fatto Alimentare

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10 Commenti

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    Condivido in parte quello che lei dice. Il merito è da una parte del legislatore che non provvede con una legge ad obbligare i produttori ad inserire sulle etichette, anche nei prodotti da agricoltura convenzionale, l’origine della materia prima. Dall’altra parte delle lobby della Industria Alimentare che si oppone appunto a codesta etichettatura. Perchè, a ben ragione, il consumatore informato potrebbe scegliere il made in Italy vero al 100%.

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    Caro Corrado, capisco che devi portare l’acqua dove vuole il padrone, ma fai un’offesa all’intelligenza tua e dei consumatori insistendo su:” indicazione d’origine= qualità” ed ” estero= schifezza”, . Anche questo è consono all’abitudine politica di mettere in giro panico e bufale per notizie vere. Secondo me tali comportamenti, tutti quelli dimostrabilmente distorsivi della verità, andrebbero colpiti penalmente, senza nessun riguardo per le “parrocchie” da cui vengono. Anche di questo dovrebbero occuparsi i ben 17 enti (utili?) che dicono di difendere i consumatori, La Qualità non ha confini nazionali, e concetti di quel tipo coprono purtroppo anche nefandezze nazionali che vengono purtroppo sovente nascoste sotto il tappeto anche da chi si spaccia per difensore dei consumatori .

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    Credo sia opportuno tenere presente che nella top 10 dei 10 paesi da cui sono state incontrate le maggiori quantità di prodotti alimentari non idonei bloccati dal sistema di allerta comunitario ci sono: Francia, Italia, Spagna, Germania e USA.
    Sapere che un prodotto alimentare è fatto in un certo paese non è una fonte di sicurezza, fonte di boicottaggio quello si, ma allora chiamiamo le cose con il loro nome.

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    Caro Costante non è vero che estero=schifezza, ma è vero che estero=non si sa bene cosa ci sia dentro.. nel senso che per esempio, la Crema di yogurt M….r che viene venduta per yogurt (buonissima per carità) in realtà yogurt non è, e non dovrebbe nemmeno stare nel banco frigo in mezzo a quelli. Altro esempio il Pata Negra spagnolo allevato allo stato brado (e per questo ritenuto più naturale di un Parma) venduto a 120 euro/kg contiene nitriti, nitrati e zucchero mentre il nostro povero Parma soltanto sale (max 6,2%), con altri esempi potrei continuare un giorno..

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      Vedo che sai bene cosa c’è dentro al prosciutto spagnolo, utilizza queste informazioni per fare o promuovere una pubblicità comparativa sui prodotti, invece che scorrettamente sull’origine, e guarda in casa, dove ad esempio cooperative bolognesi ritenendosi coperte da chi sa quale impunità,(dove stanno magistratura , Antitrust, e Giurì della pubblicità?), mistificano persino gli articoli di legge indicando illegalmente e come ingrediente il prodotto “confezionato” con denominazione di etichettatura (confezionato) “latte fresco pastorizzato di Alta Qualità”, in prodotti surriscaldati come un latte ad alta temperatura (per l’infanzia!!) o addirittura coop. sarde lo indicano come ingrediente(risconfezionato?) per latte UHT, inventandosi un “latte crudo di A.Q. secondo il D.M.184”, che non esiste. E parliamo di origine? quando tutti sanno che il latte Italiano è migliorato, ma non sta ad esempio a confronto con quello tedesco!(infatti la dizione di legge sul prodotto confezionato, non rilavorabile, vale solo in Italia ed oramai è di fatto obsoleta). Non facciamo la figura dei gonzi politicanti e smettiamo di giocare con le parole. Se c’è qualcosa da dire usiamo responsabilmente ed onestamente ,a nostro rischio, la pubblicità comparativa!

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      Se ho capito bene, quella che chiami “crema di Yogurt M…r” è proprio yogurt, con titolo di grasso più alto del latte alla mungitura, con grasso omogeneizzato per assumere un aspetto e una palatabilità più cremosa, al pari di altri yogurt che sono regolarmente in commercio e stanno di diritto nel medesimo banco frigo: se forse non lo sai lo yogurt è identificato per legge, ed anche da una norma UNI alla cui stesura partecipai a suo tempo: non potrebbe altrimenti usarne la denominazione. Quanto al “estero = non si sa bene cosa sia ” è una bufala metropolitana, perché l’etichettatura vale in generale per tutta la CE salvo norme unicamente nazionali come quella solo Italiana sulla etichettatura del “latte fresco pastorizzato (confezionato) di alta Qualità”, e frodi e imbrogli compaiono in tutti i paesi compresa l’Italia. In una risposta che ti ho dato oggi, che credo sia all’esame della redazione prima di ricomparire, perché al momento è sparita, ti ho dato risposta riguardo al prosciutto spagnolo/di Parma che meriterebbe una seria, leale e responsabile pubblicità comparativa sul prodotto e non sull’origine, e ad altre anomalie vergognose nei confronti dei consumatori, che invece riguardano l’Italia e noti produttori Italiani cui piace girare avanti e indietro l’interpretazione forzata ad arte delle leggi secondo la convenienza di marketing, incuranti di prendere in giro gli ignari consumatori, un’Antitrust poco attenta, e le Aziende serie che correttamente si guardano bene da comportamenti ambigui.

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    Discussione interessantissima e molto istruttiva, ma disarmante.
    C’è un passaggio nella lettera di Paolo in cui dice: “non si saprà più a chi credere, con il rischio che si tralasci del tutto l’intenzione di essere informati… . Ecco credo che questo sia molto vero e molto inquietante, primo perché non è facile riuscire a capire se l’informazione arriva all’utente corretta o è solo figlia di un interesse commerciale, secondo, perché non c’è un alimento, uno, che non contenga sostanze dannose.
    In teoria, per non morire di cattiva alimentazione, bisognerebbe smettere di mangiare, e forse anche di bere.
    Il che porta ad una considerazione di stampo prettamente qualunquista, ma che secondo me è invece molto saggia, a parte quella di cambiare spessissimo i prodotti che si assumono, quella di mangiare porzioni limitatissime di tutto.
    Forse così si campa un po’ meglio e un po’ di più, stando comunque bene attenti a non farsi investire da un TIR mentre si attraversa, perché allora sarebbe stato tutto vano!

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      E riecco l’abitudine e la tentazione di buttare tutto in vacca !!, proprio quello che in primis confonde l’ida al consumatore!. Ragioniamo invece onestamente in positivo (le discussioni di questo blog fanno bene e fanno venire a galla le contraddizioni = bravo La Pira! ) e cerchiamo di premiare i comportamenti onesti, assumendoci la responsabilità delle nostre opinioni. Ci sono tanti operatori che lavorano bene e stanno in legge, che fanno prevenzione sui prodotti fin dal campo fino alla tavola. Di solito gli “altri”, magari nascosti entro le filiere alimentari, sono quelli più legati alla politica ed alle parole (bla-bla), che, come purtroppo spesso in politica cercano, con l’inghippo , spargendo fumo, disinformazione ed etichette ambigue, quel successo che solo la qualità oggettiva (senza confini geografici), che non riescono a dimostrare , magari per tante ragioni: E così ad esempio nascono i claims come ” prodotto italiano di qualità”, che non vuol dire niente ed ha solo valenza demagogica e fuorviante, ma che ancora nessuno dei magistrati più attivi nel nostro campo, comprese le famose 17 Associazioni in difesa dei consumatori, ha avuto il coraggio di stigmatizzare. Facciamo operazioni di verità, che ce n’è enorme bisogno!!!

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    Egregi.
    La Cina produce prevalentemente Pomodoro Concentrato (la famosa conserva di pomodoro, per intenderci); esistono bravi produttori e cattivi produttori; come in Italia. Loro hanno dei megaimpianti che noi gli abbiamo fornito insieme al know-how. Purtroppo questo prodotto, oggi, in Italia non è più remunerativo produrlo (i costi superono i prezzi di vendita). Non mi risulta che i cinesi producano “pomodori pelati” è un prodotto tipicamente italiano (come il parmigiano, forse!). Producono, veramente poco e brutto, pomodoro pelato e tagliato a pezzi (cubettato) confezionato in fusti asettici e spediti in altri Paesi, utilizzato per la preparazione di salse e condimenti. Effettivamente, definere la qualità di un prodotto alimentare non può ridursi a indicarne l’origine e provenienza; nel concetto di qualità vanno definiti, per es:
    le caratterstiche sensoriali, la sicurezza (contaminanti), digeribilità, masticabilità, tipo di confezione, ecc.
    Successivamente, si può dimostrare che, a parità dei parametri merceologici, il Paese di origine può essere distintivo per un particolare aspetto mediamente più alto (per es. il colore, il contenuto di zuccheri, ecc.). In ogni caso il “pomodoro” italiano (o per lo meno quello coltivato nella fascia mediterranea) risulta più apprezzato dai consumatori giapponesi Il dibattito sarebbe troppo lungo. L’origine non fa la differenza!

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    La questione a mio avviso non è fra cibo italiano e cibo estero, ma fra prodotti industriali generici e prodotti artigianali/ di qualità.
    La normativa UE non obbliga- nella stragrande maggioranza dei casi- ad indicare l’origine del prodotto: questo perché nei prodotti industriali generici è un dato irrilevante, che crea solo delle dinamiche distorte nella scelta da parte del consumatore.
    La normativa U.E., però, ci mette a disposizione lo strumento delle DOP – IGP, per valorizzare le eccellenze del nostro territorio. Noi dovremmo fare di tutto per proteggere e tutelare questi prodotti, veri ambasciatori nel mondo del nostro Made in Italy, e smetterla di stracciarci le vesti sulla mancanza di indicazioni in etichetta di prodotti che non hanno nessuna caratteristica specifica e sono di basso costo: chi li compra sa benissimo cosa potrà pretendere per quel prezzo.vr