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Alimentazione e biodiversità: proteggere l’ambiente attraverso la dieta. Il rapporto di Chatham House

Nutrire bene il pianeta tutelando la biodiversità si può. Anzi, una dieta corretta è lo strumento più efficace per proteggere l’ambiente, tutelando al tempo stesso la nostra salute. È quanto emerge dall’ultimo rapporto sul tema realizzato da Chatham House, un autorevole istituto di ricerca britannico, e presentato pochi giorni fa nel corso di una conferenza che ha visto la partecipazione del Programma Ambiente delle Nazioni Unite (Unep) e dell’associazione Compassion in World Farming, oltre all’intervento della famosa etologa Jane Goodall.

Agricoltura e allevamenti intensivi, a quanto emerge dalle pagine del rapporto, giocano un ruolo essenziale nella perdita di biodiversità, da qui l’invito a promuovere un cambiamento delle nostre abitudini alimentari, che prenda in considerazione gli effetti dei nostri comportamenti sull’ambiente. “Dobbiamo imparare a valutare da dove viene il nostro cibo, come è prodotto e come è confezionato”, sottolinea Susan Gardner, direttrice della divisione ecosistemi dell’Unep: “Cambiare abitudini è importante come modificare i metodi di produzione, non dimentichiamo che noi votiamo con le nostre forchette”.

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Le nostre abitudini alimentari hanno un effetto diretto sull’ambiente e sul cambiamento climatico

L’attuale emergenza sanitaria rende il tema particolarmente urgente: possiamo constatare ogni giorno, si legge nel Rapporto, il prezzo che stiamo pagando per la distruzione dell’ambiente, ma anche per gli effetti della malnutrizione che rende più fragili e vulnerabili gli individui colpiti da Covid-19. Secondo i dati riportati sarebbero tre miliardi di persone nel mondo a soffrire di qualche forma di malnutrizione. “Una dieta sana potrebbe migliorare la nostra resistenza nei confronti delle pandemie, mentre il junk food ci rende più vulnerabili alle malattie”, afferma Gardner.

L’obiettivo del rapporto è quello di contribuire a ridisegnare i consumi alimentari e i metodi di produzione che sono attualmente la causa primaria di perdita di biodiversità. Proprio nel corso del 2021 questi temi saranno al centro di una serie di conferenze e summit internazionali tra cui, in settembre, il primo Food Systems Summit promosso dalle Nazioni Unite (Unfss). 

Intensificazione della produzione agricola e cambiamento climatico sono fenomeni che si alimentano a vicenda (Fonte grafico: rapporto “Food system impacts on biodiversity loss” Chatham House)

Come conciliare esigenze tanto diverse? Nel corso dei decenni ci siamo spostati verso produzioni sempre più intensive, in grado di offrire quantità crescenti di alimenti a basso costo, senza tenere conto del degrado dei terreni e degli ecosistemi, che a sua volta riduce le capacità produttive della terra finendo con lo spingere a produrre ancora più intensivamente per fare fronte dalla domanda. Attualmente, ricordano gli esperti di Chatham House, la produzione agricola dipende dall’utilizzo di grandi quantità di fertilizzanti, pesticidi, energia, acqua e terra, spesso coltivata con pratiche scarsamente sostenibili dal punto di vista ambientale come le monocolture o le tecniche di dissodamento profondo, con gravi danni per l’ambiente.

In natura abbiamo un’elevata biodiversità e una scarsa produttività, il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di realizzare un sistema intermedio che garantisca una sufficiente produttività rispettando l’ambiente. – spiega Tim Benton, direttore della ricerca sui rischi emergenti per Chatham House – Purtroppo, per anni siamo andati nella direzione opposta, fornendo incentivi economici per produrre sempre di più a minor prezzo”. Ma in questo modo, sottolinea l’esperto, si incentivano sprechi e consumi eccessivi, con serie conseguenze per la salute della popolazione, come è dimostrato dalla diffusione dell’obesità. Senza contare che il nostro sistema di produzione alimentare contribuisce al cambiamento climatico, che a sua volta provoca un ulteriore degrado dell’ambiente: “Basta guardare l’impronta ambientale dei diversi alimenti per capire che una dieta più sana, prevalentemente vegetariana e con meno proteine animali, ci permetterebbe di tutelare l’ambiente e la nostra salute – spiega Benton – La risposta non è produrre sempre di più, ma produrre alimenti sani e sostenibili”.

Ridimensionando l’impatto sull’ambiente degli allevamenti industriali e contribuendo a ridurre il rischio di future pandemie. “Dobbiamo nutrire le persone, non le aziende, applicare metodi di coltivazione ecologici, e consumare meno carne ma di migliore qualità proveniente da animali allevati in modo naturale – sottolinea Philip Limbery, responsabile di Compassion in World Farming – Questa agricoltura industriale, sostenuta da un sistema di finanziamenti nazionali ed europei che va avanti da decenni, non è la soluzione, ma il cuore del problema: è necessario superare questo sistema di allevamenti industriali che ha allontanato gli animali dalla natura”. Come molti stanno cominciando a fare, anche se, osservano i responsabili di Chatham House, purtroppo i buoni esempi faticano a diffondersi. “Senza dimenticare – denuncia Jane Goodall – che è fondamentale venire in aiuto dei coltivatori dei Paesi poveri, che spesso non hanno altra scelta, per sopravvivere, che quella di applicare metodi di coltivazione che non preservano l’ambiente.  Solo offrendo loro alternative concrete sarà possibile convincerli a riconoscere l’importanza dell’ambiente”. 

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Roberto La Pira

  Paola Emilia Cicerone

Paola Emilia Cicerone
giornalista scientifica

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