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Lavoratori stranieri e agricoltura, tra coronavirus, condizione femminile e percorsi di integrazione. Tre studi del Crea

L’agricoltura italiana è fortemente dipendente dai lavoratori stranieri regolari e irregolari. Una realtà che è diventata ancora più evidente nel momento in cui l’emergenza sanitaria ha bloccato gli spostamenti dei braccianti, mandando in crisi il settore agricolo e mettendo a rischio semine e raccolti. È proprio intorno a questo tema che ruotano tre studi appena pubblicati dal Centro politiche e bioeconomia del Crea.

Il primo studio, curato dalla ricercatrice Maria Carmela Macrì, si è concentrato proprio sugli effetti delle misure per l’emergenza Covid-19 sulla manodopera straniera. Secondo i dati Istat, nel 2019, i cittadini stranieri che lavoravano in agricoltura (con contratto a tempo determinato) erano 166 mila, pari al 18,3% del totale. Ma in realtà sono molti di più, a volte impiegati per periodi limitati: nello stesso anno l’Inps ne ha contati ben 360 mila. “Il blocco degli spostamenti e l’introduzione delle norme sanitarie – spiega Roberto Henke, direttore del Centro – hanno portato ad una carenza di forza lavoro disponibile, evidenziando drammaticamente ancora una volta la fragilità del sistema.” Le norme per il contenimento dell’epidemia, infatti, hanno ostacolato i movimenti dei lavoratori stagionali stranieri che normalmente si spostano da una regione all’altra seguendo il calendario delle semine e dei raccolti.

Le misure di contenimento della pandemia hanno bloccato i normali flussi di lavoratori stranieri regolari, ma soprattutto irregolari

Per esempio, la chiusura dei confini e l’obbligo di quarantena di 14 giorni hanno interrotto il flusso dei lavoratori comunitari, per lo più provenienti dalla Romania. Lo stop ai movimenti tra regioni, invece, ha bloccato i braccianti che al termine della raccolta degli agrumi in Calabria e Sicilia si sarebbero spostati verso Puglia e Campagna, “intrappolandoli” negli insediamenti informali di Rosarno e San Ferdinando, in precarie condizioni igienico-sanitarie ed esposti al rischio contagio. Le misure di contenimento della pandemia inoltre hanno reso ancora più evidente la dipendenza del settore dal lavoro irregolare organizzato dai caporali e svolto da immigrati extra-comunitari senza permesso di soggiorno, che in assenza di un contratto di lavoro agricolo non potevano spostarsi per raggiungere le aziende agricole.

Il secondo studio, coordinato dalla ricercatrice Grazia Valentino e realizzato nell’Arco Ionico (Puglia, Basilicata e Calabria), si concentra invece sulla questione specifica delle lavoratrici straniere comunitarie, che rischiano di subire un peggioramento delle condizioni, già estremamente difficili, a causa dell’emergenza sanitaria. Proprio perché le braccianti straniere sono a maggior rischio di sfruttamento, il Crea, in collaborazione con l’associazione Action Aid, nella zona dell’Arco Ionico sta portando avanti il progetto Bright: un patto di collaborazione tra pubblico e privato che ha l’obiettivo di promuovere un percorso di inclusione sociale all’interno delle comunità in cui vivono e lavorano, facendo emergere bisogni e fragilità che spesso queste donne hanno troppa paura di esprimere.

Le lavoratrici agricole straniere vivono in una condizione di maggiore fragilità e sono a più alto rischio di sfruttamento

L’ultima ricerca, realizzata nell’ambito della Rete rurale nazionale e curata dalla ricercatrice Catia Zumpano, affronta in maniera multidisciplinare i temi dei percorsi lavorativi e dell’integrazione sociale dei braccianti stranieri e come questo influisca sullo sviluppo del territorio. Il corposo rapporto di oltre 200 pagine pubblicato dal Crea racconta parte dai numeri dell’immigrazione in Italia e la presenza di stranieri nelle aree rurali, per poi spostarsi verso la tutela dei diritti dei lavoratori, l’inclusione sociale e le politiche di sviluppo. A questo proposito, uno degli strumenti di integrazione analizzati è l’agricoltura sociale, che consente di creare un contesto in cui relazioni di reciproco sostegno facilitano l’inclusione sociale dei soggetti più fragili, come i braccianti stranieri.

“Dallo studioafferma Zumpano – emerge come sia necessario stabilire un giusto equilibrio fra gli interventi volti a governare la pressione migratoria e quelli finalizzati a cogliere le opportunità insite nell’accogliere nuovi abitanti. In questo quadro, vanno adottate soluzioni che favoriscano l’integrazione e riconoscano parità di trattamento con gli italiani, sul piano economico e dei diritti.” Perché ciò avvenga, tuttavia è necessario un cambiamento culturale e il giusto riconoscimento del valore del lavoro agricolo.

Per leggere e approfondire gli studi del Centro politiche e bioeconomia del Crea:

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  Giulia Crepaldi

Giulia Crepaldi

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