Gabbie per l'allevamento di pesci; concept: acquacoltura, salmoni

Da risorsa sostenibile a rischio per i mari: l’acquacoltura intensiva impoverisce biodiversità ed ecosistemi, mentre nuove specie invasive segnalano un equilibrio sempre più fragile.

Negli ultimi cinquant’anni l’acquacoltura ha cambiato la situazione della sicurezza alimentare nel mondo, assicurando proteine a milioni di persone per le quali l’accesso, prima di esse, non era sempre garantito. Nel tempo, tuttavia, sono molto cambiate, ed è passata dall’essere una pratica sostenibile e in certi casi positiva per l’ecosistema marino a costituire una delle principali cause di perdita di biodiversità e impoverimento delle acque, peggiorando ulteriormente una situazione già resa critica del riscaldamento del clima, dalla pesca eccessiva e della presenza di inquinanti.

Per questo sarebbe importante iniziare a modificare quel sistema, cercando di riportarlo verso i modelli originari (evidentemente in versioni aggiornate e adatte alla contemporaneità). Lo sostiene uno studio pubblicato su Fish and Fisheries nel quale è stato preso in esame l’andamento dell’acquacoltura nel mondo dagli anni Ottanta a oggi, analizzato in base a tre criteri: la fornitura di cibo (e quindi la sicurezza alimentare), la perdita di biodiversità e gli effetti sul clima. 

Negli stessi giorni, poi è uscita anche una segnalazione che conferma la sofferenza del sistema dei mari nel suo complesso. Dopo il granchio blu, nel Mediterraneo, e nel caso specifico per ora in Sicilia, probabilmente si sta insediando un altro granchio, questa volta rosso, passato attraverso il canale di Suez e in progressiva espansione verso ovest. E questa è una notizia che preoccupa, perché i crostacei quasi sempre perturbano profondamente l’ecosistema in cui insediano, essendo voraci carnivori con una riproduzione efficiente e che, almeno per ora, non avrebbero nemici naturali.

Troppo poche specie

Per quanto riguarda l’acquacoltura, i ricercatori dell’Università della Columbia Britannica di Vancouver, in Canada, hanno cercato di capire come sia cambiata tra il 1950 e il 2023, analizzando i dati sulle produzioni dei diversi Paesi e mettendoli poi in relazione con gli indici di biodiversità, sicurezza alimentare e impatto sul clima stabiliti dalle Nazioni Unite, per comprendere quale ruolo abbia avuto nei secondi.

Allevamento di salmoni nelle Isole Shetland, Scozia; concept: acquacoltura, salmone scozzese
La maggior parte degli allevamenti producono salmoni e gamberi

Si sono così trovati di fronte a un quadro in evoluzione, nel quale fino agli anni Ottanta l’acquacoltura era soprattutto di alghe e bivalvi, molto preziosi per il mare in quanto capaci di filtrare gli inquinanti, oltreché capaci di fornire nutrienti in grandi quantità. Poi però, via via che le tecnologie di allevamento miglioravano e i mangimi sono diventati più sofisticati, e l’omologazione delle culture alimentari ha dato vita a una domanda sempre crescente di pochissime specie come i salmoni e i gamberi, l’acquacoltura è cambiata, trasformandosi in un autentico flagello, per l’ecosistema. La tendenza è continuata e, anzi, si è accentuata anche a causa della continua richiesta di acidi grassi omega-3 e di pesci a carni grasse come i salmoni, che ne contengono quantità più elevate.

L’acquacoltura nel mondo

Per esempio in Cina, la cui acquacoltura rappresentava, nel 2022, il 56% della produzione mondiale, i tre indici sono tutti peggiorati tra il 1976-1980 e il 2019-2023: la sicurezza alimentare assicurata dal pesce allevato è calata del 14,1%, l’indice climatico è diminuito del 21,6% e la biodiversità ha perso il 12,9%. Nelle Americhe nel loro insieme, anche se si è avuto un lieve incremento della produzione di cibo (+0,8%), gli altri due indici sono peggiorati rispettivamente del’11,4 e del 9,1%.

Oltre a questo, ovunque c’è stato un progressivo aumento degli allevamenti di salmoni, una specie che consuma moltissime risorse e inquina massicciamente, anche a causa dei farmaci necessari. Per modificare la situazione sarebbero necessari accordi internazionali, perché quella dell’acquacoltura è una realtà complessa e articolata che comprende anche i consumatori, i produttori, le autorità regolatorie e che chiama in causa anche la sicurezza alimentare e la giustizia sociale, oltre alla sostenibilità.

Granchio Gonioinfradens giardi Acta Ichthyologica et Piscatoria 2026
Il granchio rosso Gonioinfradens giardi, di origine indo-pacifica, è stato trovato più volte intorno alle coste della Sicilia

Il (nuovo) granchio alieno è rosso

Il suo nome scientifico è Gonioinfradens giardi, e il primo avvistamento italiano risale al 2025, quando nel mese di novembre un pescatore di Portopalo di Capo Passero ne ha portato uno a riva. In quel momento si sperava ancora in una casualità, ma oggi non ci si illude: dopo gli altri 11 rinvenimenti, tutti attorno alle coste ioniche della Sicilia, si teme che la specie si stia insediando, come segnala un team di ricercatori di diversi istituti di ricerca della stessa isola su Acta Ichthyologica Et Piscatoria.

La buona notizia, a volerne trovare una, è che in questo caso, a differenza di quanto accaduto con il granchio blu (Callinectes pallidus), il sistema di sorveglianza sembra aver funzionato, e ci si trova quindi nelle condizioni migliori per approfondire gli studi (finora non si sa molto), per monitorare la situazione in mare, per cercare di capire quali conseguenze potrebbe avere una popolazione del crostaceo insediata stabilmente ed eventualmente come contenerne l’espansione. Ma di certo l’arrivo del granchio rosso non è un segnale di buona salute del Mediterraneo.

© Riproduzione riservata Foto:Depositphotos, Acta Ichthyologica Et Piscatoria

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