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Allevare cozze può aiutare a ripristinare aree marine depauperate dalla pesca

Gli allevamenti di cozze posizionati al largo delle coste, in acque degradate, possono rappresentare una valida risposta alla necessità di ripristinare l’ecosistema marino. Queste strutture, oltre a fornire nutrienti preziosi per le persone e gli animali, aiutano a rigenerare i fondali, attirano moltissime specie marine e trattengono la CO2, evitando che si disperda in atmosfera. Che sia così lo dimostra uno studio condotto dai ricercatori della Scuola di scienze biologiche e marine dell’Università di Plymouth, nel Regno Unito, protrattosi per diversi anni, nel quale è stata seguita l’evoluzione di un’area marina del sud dell’Inghilterra, nella baia di Lyme, dopo che anni e anni di pesca a strascico avevano completamente devastato i fondali e reso le acque un deserto. Nel 2013, è stato insediato un allevamento di cozze (il più grande d’Europa) e, grazie a strumenti non invasivi di vario tipo quali telecamere fisse e mobili, ne è stato studiato l’andamento, insieme all’evoluzione dei fondali e delle specie che popolano quelle acque. 

I risultati delle osservazioni, pubblicati ora su Aquaculture, Fish and Fisheries, hanno mostrato un successo anche superiore alle aspettative. In soli sei mesi le cozze hanno popolato anche i fondali, spingendosi oltre le cime lungo le quali si fanno crescere. Dopo 18 mesi le colonie erano tutte cresciute e, nel frattempo, molte altre specie erano tornate a popolare le acque circostanti, perché le cozze costituiscono una fonte di cibo, e le loro colonie un luogo sicuro per la riproduzione. Nel giro di quattro anni, per esempio, il sugarello (Trachurus trachurus) era aumentato del 300% rispetto ad altre zone della stessa baia prive di allevamenti, e incrementi spettacolari si erano visti anche per il granciporro (Cancer pagurus) e per gli astici europei (Homarus gammarus), entrambe specie a elevato valore commerciale, così come per le stelle marine (Asterias rubens). In totale, sono state individuate quasi 70 specie. 

Il monitoraggio è parte di un programma più ampio, l’Offshore Mussel Farm Ecology, ed è stato finanziato anche dall’azienda che ha insediato gli allevamenti, la Offshore Shellfish Ltd, ma nessun dipendente vi ha partecipato. L’università che lo ha realizzato è da molti anni impegnata in programmi di conservazione marina che prevedono la sperimentazione e lo studio di metodi rigenerativi per acque depauperate con la possibilità di tornare ad avere un valore anche commerciale. Come hanno dimostrato anche altre esperienze degli ultimi anni, l’allevamento di molluschi (e la coltivazione di alghe) presenta queste caratteristiche, non richiede di fatto interventi invasivi né somministrazione di farmaci o altre sostanze e, mentre fornisce nutrienti, rigenera le acque attirando molti pesci, cefalopodi e numerose specie marine. Stando ai numeri della coltivazione di Lyme, l’effetto è paragonabile a quello di una protezione integrale delle acque con, in più, la produzione. Infine, le acque dove sono presenti le barriere di cozze (peraltro storicamente autoctone di quella parte di mare, come quelle di ostriche) resistono meglio agli eventi meteorologici estremi, e accelerano il recupero dopo di essi.

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Roberto La Pira

  Agnese Codignola

giornalista scientifica

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6 Commenti

  1. Buongiorno, volevo sapere se questi molluschi, dopo aver svolto il loro encomiabile lavoro, sono poi commestibili per l’uomo. Grazie

    • Buongiorno, il problema di quegli ambienti non era l’inquinamento ma una mancanza di fauna acquatica a causa di pesca intensiva. Le coltivazioni di cozze erano a scopo commerciale, e poi i risvolti sono stati ecologicamente positivi.

  2. https://www.izsvenezie.it/clostridium-difficile-cozze-vongole-adriatico/

    Consiglio alla signora Acerbis di leggersi questo articoletto, dipende dal tipo di degrado marino, essendo filtri viventi le cozze assumono grandi concentrazioni di batteri nocivi o veleni chimici se presenti.

    dal link= “In ogni caso i risultati suggeriscono qualche precauzione. Si conferma l’importanza di consumare molluschi sottoposti a trattamento di depurazione o provenienti da aree di allevamento a mare ( pulito ). Il consumo di molluschi crudi o poco cotti va sicuramente evitato, in quanto espone a rischi sanitari di vario tipo, non solo nei confronti di C. difficile, a maggior ragione se i consumatori sono anziani sottoposti a terapie che possono influire sull’equilibrio della loro flora intestinale.”

  3. I mitili sono filtri e se sono allevati in acque inquinate accumulano le sostanze nocive, quindi non sono commestibili e neppure gli altri organismi acquatici, che si cibano di esse, sono commestibili, perché hanno accumulato le sostanze nocive ricevute dalle cozze.

    • Buongiorno, il problema di quegli ambienti non era l’inquinamento ma una mancanza di fauna acquatica a causa di pesca intensiva. Le coltivazioni di cozze erano a scopo commerciale, e poi i risvolti sono stati ecologicamente positivi.

  4. Filippo Smriglio

    Premesso che la Dott.ssa Nardi intendeva parlare di un’altra cosa, Signora Acerbi non dia retta ai “cattivi consigli”, vada tranquillamente in un ottimo ristorante di Fiumicino (Roma) e assaggi una bella zuppa di cozze accompagnato da qualche fettina di pane “bruscato”. Poi ci faccia sapere, anzi lo racconti ai Signori Gianni e Marco. (PS io ho fatto il professore e non il gestore di ristorante).

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