Suini in un allevamento intensivo; concept: maiali

Troppi capi ed emissioni in aumento: il report fotografa un modello insostenibile per il territorio e chiamato a una transizione urgente verso allevamenti meno intensivi.

La Lombardia è la prima regione zootecnica italiana, ma a quale prezzo? È la domanda da cui prende spunto l’inchiesta Allevamenti intensivi in Lombardia. Anatomia di un eccesso, realizzata da Economia e Sostenibilità – EStà per le associazioni Essere Animali, Legambiente Lombardia e Terra!, che porta alla luce la faccia nascosta delle “eccellenze del territorio”, una scomoda realtà fatta di allevamenti intensivi sempre più grandi dall’impatto significativo sull’ambiente e sulla qualità della vita delle cittadine e dei cittadini lombardi, ma anche sempre meno sostenibili da un punto di vista economico.

Un bovino/suino ogni due persone

Lo studio ha analizzato l’impatto ambientale, sociale ed economico degli allevamenti lombardi. Nella regione si concentra circa il 10% degli allevamenti italiani, che ospitano al loro interno oltre 5,2 milioni di bovini e suini, pari al 40% del totale nazionale, dato che sale al 47% per i soli suini. Considerando che in Lombardia vivono 10 milioni di persone, stiamo parlando di più di un capo ogni due abitanti. Inoltre, si registra una forte concentrazione territoriale nelle province di Mantova, Cremona e Brescia: quest’ultima è la prima provincia italiana per numero di bovini e suini allevati.

Densità bovini-suini allevamenti Lombardia - report EStà 2026
A sinistra, densità dei capi bovini per ettaro di superficie agricola; a destra densità dei capi suini (Fonte: Allevamenti intensivi in Lombardia. Anatomia di un eccesso)

Negli ultimi 10 anni, in Lombardia, si è registrata una crescita del 3% dei bovini allevati, che sale all’11% se consideriamo solo quelli da latte. Al contrario il numero dei suini è diminuito recentemente anche a causa della peste suina e delle misure prese per contenerla (tra cui abbattimenti): a partire dal 2021 si è osservata una riduzione progressiva di circa 700mila capi in tre anni (-15%), perlopiù a causa della peste suina. Nello stesso periodo è calato anche il numero degli allevamenti (-27% bovini e -32% suini): ciò significa che le aziende che operano nel settore zootecnico lombardo sono di meno, ma sono più grandi e operano in maniera sempre più intensiva, aumentando quindi il carico di inquinanti per singolo sito.

Troppo azoto nell’ambiente

Il problema, infatti, è la densità dei capi concentrati sul territorio lombardo, che supera la media nazionale di quattro volte per i bovini e di sei per i suini. La conseguenza è che il terreno non è più in grado di assorbire i reflui come fertilizzante naturale e che le emissioni fanno sforare costantemente i limiti di particolati nell’aria. Nel dettaglio, la produzione di azoto è elevatissima, con un carico medio che supera dell’84% il livello considerato sostenibile e oltre la metà dei comuni della Pianura Padana che supera i limiti, in alcuni casi fino a 7 volte.

L’eccesso di azoto nel terreno, a sua volta, porta all’inquinamento da nitrati delle acque superficiali e sotterranee e determina il rilascio di ammoniaca nell’aria, precursore del particolato PM2.5: dall’inizio dell’anno, città come Milano e Brescia hanno già registrato oltre 30 giorni con PM2.5 oltre i limiti, superando già nei primi mesi dell’anno i livelli annuali indicati dalle nuove soglie europee. Per queste ragioni, la Lombardia si trova costantemente a rischio sanzioni europee per la violazione della Direttiva Nitrati.

Azoto bovini-suini Lombardia - report EStà 2026
(Fonte: Allevamenti intensivi in Lombardia. Anatomia di un eccesso)

Come se non bastassero le polveri sottili, le emissioni degli allevamenti lombardi sono aumentate del 2,5% tra il 2014 e il 2021, in controtendenza rispetto al calo delle emissioni complessive della regione e quelle del settore zootecnico a livello nazionale.

Allevamenti economicamente insostenibili?

Se da un punto di vista ambientale il settore zootecnico lombardo è ben poco sostenibile, lo è anche dal punto di vista economico. La Lombardia non è autosufficiente per la produzione di mangimi: solo il 25% del mais e il 13% della soia sono locali, con una forte dipendenza dalle importazioni e una conseguente vulnerabilità alle crisi e agli shock nelle filiere.

Dal report inoltre emerge che gli allevamenti più grandi non solo hanno performance ambientali e sociali peggiori, ma non sono nemmeno più efficienti, mentre le piccole e medie imprese zootecniche generano più valore aggiunto e occupazione per unità di superficie, oltre a evitare lo spopolamento dei territori rurali.

Serve un cambiamento radicale

In sintesi, il report dipinge il ritratto di un sistema zootecnico arrivato a un punto di saturazione: troppo concentrato, troppo intensivo e sempre più in conflitto con i limiti ambientali e climatici del territorio. Dall’eccesso di capi all’impatto sulle emissioni e sull’inquinamento da azoto, fino alla dipendenza dai mangimi e alle criticità sul benessere animale, emerge un modello che fatica a reggere sia ecologicamente sia economicamente. La direzione indicata dal report è ormai una sola: ridurre la pressione degli allevamenti e avviare una transizione strutturale verso sistemi meno intensivi e più integrati con il territorio, prima che siano crisi ambientali, sanitarie o di mercato a imporre cambiamenti più drastici.

© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos Grafiche: Allevamenti intensivi in Lombardia. Anatomia di un eccesso

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