Home / Etichette & Prodotti / Tra 6 mesi obbligatorio indicare nella pasta l’origine del grano duro. Bruxelles però boccia la proposta italiana, ma la norma viene approvata in tutta fretta per decreto

Tra 6 mesi obbligatorio indicare nella pasta l’origine del grano duro. Bruxelles però boccia la proposta italiana, ma la norma viene approvata in tutta fretta per decreto

pastaIeri sera a Bruxelles si è diffusa la notizia che la Commissione aveva bocciato   la proposta italiana di indicare sulle etichette della pasta l’origine del grano duro, e che il parere sarà ufficializzato tra un paio di settimane. La richiesta italiana,  supportata dai ministri delle Politiche agricole Maurizio Martina e dello Sviluppo economico Carlo Calenda, era stata inviata qualche mese fa, sperando di  portare a casa un risultato positivo come era successo per il latte. Secondo fonti accreditate però il progetto italiano di indicare con chiarezza sulle confezioni di pasta secca prodotte in Italia il Paese, non ha avuto parere positivo ed è saltato. In attesa della pubblicazione ufficiale previsto per il 12 agosto, i due ministri italiani questa mattina hanno deciso di firmare un decreto che va in direzione opposta, prevedendo entro 180 giorni l’obbligo di indicare l’origine del grano duro e del riso sulle etichette. Il provvedimento avrà una durata sperimentale di due anni. Si tratta di una mossa a sorpresa decisa in un incontro tra i due ministeri che crea un certo imbarazzo. È facile prevedere in questo confronto una forzatura da parte italiana e il probabile avvio di una procedura di infrazione contro il nostro Paese, che però si  risolverà tra un anno o più. Nel frattempo entrerà in vigore, dopo la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale, il nuovo  decreto sull’etichettatura obbligatoria.

Il decreto grano/pasta prevede che le confezioni di pasta secca prodotte in Italia dovranno avere  indicare in etichetta il Paese di coltivazione del grano (nome del Paese nel quale il grano viene coltivato) e il Paese di molitura (nome del paese in cui il grano è stato macinato). Se queste fasi avvengono in più Paesi possono essere utilizzate, a seconda della provenienza, le seguenti diciture: Paesi UE, Paesi non UE, Paesi UE e non UE. Se il grano duro è coltivato almeno per il 50% in un solo Paese, come ad esempio l’Italia, si potrà usare la dicitura: “Italia e altri Paesi UE e/o non UE”. Il provvedimento prevede che sull’etichetta del riso debbano essere indicati: il Paese di coltivazione del riso, il  Paese di lavorazione e quello di confezionamento.

Anche per il riso, se queste fasi avvengono in diversi Paesi possono essere utilizzate, a seconda della provenienza, le seguenti diciture: Paesi UE, Paesi non UE, Paesi UE e non UE. Le indicazioni sull’origine dovranno essere apposte in etichetta in un punto evidente e nello stesso campo visivo in modo da essere facilmente riconoscibili, chiaramente leggibili e indelebili.I provvedimenti prevedono una fase di 180 giorni per l’adeguamento delle aziende a nuovo sistema e lo smaltimento delle etichette e confezioni già prodotte. La questione dell’origine del grano della pasta è un problema che non è mai stato risolto. Da una parte ci sono le aziende produttrici di pasta che hanno sempre manifestato una certa difficoltà a dichiarare che il 20-40% del grano utilizzato nella pasta  proviene da: Australia, Canada, Francia, Stati Uniti… perché l’Italia non ne produce abbastanza e perché quello importato è di qualità superiore. Sull’altro fronte c’è  Coldiretti che da mesi chiede a gran voce l’etichetta trasparente. Per supportare questa campagna la lobby degli agricoltori porta avanti iniziative folcloristiche supportate da argomenti privi di riscontri sulla qualità del grano importato appoggiata da diverse forze politiche. La soluzione al problema non è certo quelle legislativa italiana, che ha buone probabilità di essere bloccata a Bruxelles, ma invitare le aziende a indicare in modo volontario l’origine della materia prima in etichetta, come già  fanno per le confezioni di pasta e riso 100% italiani.

Già adesso molte marche indicano in etichetta l’origine del grano quando è 100% italiano

L’associazione di categoria dei pastifici (Aidepi) in un comunicato ricorda che già adesso “molte marche comunicano volontariamente l’origine del grano in etichetta o attraverso altri canali di informazione” e precisa che  “importiamo ogni anno il 30-40% del fabbisogno dell’industria della pasta perché il grano italiano non è sufficiente e non sempre raggiunge i livelli qualitativi richiesti”. Al di fuori delle polemiche con Bruxelles, l’etichetta di origine voluta dai due ministeri aiuterà gli italiani a capire che la pasta migliore è quella che contiene grano duro importato, proprio l’esatto opposto di quanto Coldiretti e altre istituzioni vogliono fare credere ai consumatori.

Roberto La Pira e Dario Dongo

© Riproduzione riservata

sostieni

Le donazioni si possono fare:

* Con Carta di credito (attraverso PayPal). Clicca qui

* Con bonifico bancario: IBAN: IT 77 Q 02008 01622 000110003264

 indicando come causale: sostieni Ilfattoalimentare 2017.  Clicca qui

  Redazione Il Fatto Alimentare

Redazione Il Fatto Alimentare

Guarda qui

pan di stelle crema spalmabile

La “Nutella” di Barilla con i biscotti Pan di stelle Mulino Bianco sta arrivando nei supermercati

La “Nutella” di Barilla preparata con i biscotti Pan di stelle Mulino Bianco è destinata …

20 Commenti

  1. Quindi, alla fine, la cosa potrebbe pure ritorcersi contro ai bravi ministri, e i lobbisti.
    Ma d’altronde, siamo abituati a dei governanti che fanno le cose a metà, non ci si può meravigliare più di niente ormai.
    Mi metto a ridere quando usano l’Europa per fare i loro comodi, dicendo “ce lo chiede l’Europa”, e quando fanno lo stesso quello che vogliono, incorrendo in sanzioni, che poi paghiamo sempre noi…

  2. La misura è inefficace, come spero i tribunali si affretteranno a concludere. Al di là del merito, questa è demagogia, non “fare politica”.

  3. Martina e Coldiretti sono all’unisono, anche se sanno che il decreto non vale niente e solo per il territorio italiano. Coldiretti sappiamo ormai tutti come ragiona, prendendo per i fondelli gli italiani e spargendo sovente sonanti bufale e con queste sperando di giustificare la propria esistenza, Martina…….. la qualità la identifica con l’origine, e basta questo a qualificarlo !!!

  4. “A Bruxelles si è diffusa una notizia sulla commissione europea” …….. mi scusi …..vorrei chiedere………. ma la commissione ha agito in segretezza ? non sono “pubbliche le decisioni e gli atti” ?
    sembra un po a mo’ di “intercettazioni telefoniche trapelate”

  5. La trasparenza e la verità non fa male a nessuno e genera libertà di scelta.
    Al contrario la nascondenza e la menzogna (pasta italiana fatta con grano estero non dichiarato, è un inganno), impedisce la scelta del consumatore e limita la sua libertà, facendo un danno a lui ed ai coltivatori italiani.
    La diatriba tra Coldiretti e Aidepi non interessa alcuno dei consumatori italiani, ma dovendo scegliere tra dieci pastai e migliaia di coltivatori nostrani, non abbiate dubbi che gli italiani sono giustamente schierati a favore dei coltivatori, indipendentemente da chi li rappresenta.
    La cosa per me più strana è la vostra contrarietà, in questo caso specifico, alla trasparenza in etichetta che solitamente e giustamente promuovete per altri prodotti.
    Siete schierati a favore di quella decina di pastai italiani che preferiscono la nascondenza alla trasparenza, loro sappiamo perché, ma voi per quale incomprensibile incoerenza?

    • Roberto La Pira

      Buongiorno, la nostra posizione non è quella che sostiene lei . Provi a leggere questo articolo di pochi giorni fa dove chiediamo l’indicazione volontaria in etichetta dell’origine del grano. Il decreto legislativo sarà probabilmente bocciato da Bruxelles e quindi non viene preso in seria considerazione dai pastifici . Ecco il link
      http://www.ilfattoalimentare.it/barilla-etichetta-origine-grano.html

    • Dott. La Pira le sa benissimo che il volontarismo dei produttori si realizza solamente quando porta vantaggio al loro marketing e non per volontà sincera di trasparenza, che al contrario interessa il consumatore.
      Solo l’obbligo d’indicazione in etichetta delle origini delle materie prime, risolve ed assolve il compito della trasparenza e questo lo sapete benissimo soprattutto voi che seguite le regole del mercato.

  6. Tutte le volte che un consumatore è messo nelle condizioni si sapere cosa compra,chi stà finanziando,quali giri e viaggi compie la materia prima impiegata è sempre positivo.
    Di quello che si pensa della sciocca e spesso influenzabile (dalle Lobbyes industriali) burocrazia Europea al consumatore importo molto ma molto poco.
    Di quello che si pensa della Coldiretti che fà battaglie sensate,a volte e battaglie insensate piu di una volta,al consumatore importa molto ma molto poco.
    L’etichetta deve essere sempre narrante per dirla come Slowfood.
    Lo faremo solo a livello nazionale? Ottimo.Motivo in piu per differenziarsi.
    Mi aspetto anche un decreto sull’obbligo della provenienza della frutta nei succhi,ne leggeremo delle belle e capiremo la ragione per cui molta frutta ogni anno va al macero e a volte la paghiamo noi contribuenti con le tasse,mi riferisco al ritiro delle eccedenze produttive.
    Ecco perchè è fondamentale sapere la provenienza della materia prima impiegata.Tutta,Voglia o non voglia la EU.

  7. Ma vogliamo finalmente concordare che la qualità, la bontà della pasta italiana sono dovute dalla capacità e dal “saper fare” dei pastai italiani nell’utilizzo al meglio delle materie prime, italiane o estere , o in miscela che siano e nella tecnologia . avete mai provato a mangiare gli spaghetti tedeschi o americani? Pura colla immangiabile con qualsivoglia condimento. Se vogliamo pasta da materia prima puramente italiana sappiamo che non la potremo avere per tutto l’anno perché il fattore limitante è la produzione agricola di grano duro e della sua qualità. Ci sono grani esteri di qualità migliore, ed anche di prezzo inferiore. Di che vogliamo parlare ?
    Scriviamo pure trasparentemente, rendendone edotti i consumatori , anche queste verità in etichetta ! ma la differenza qualificante ITALIANA è sempre , meno male, il SAPER FARE.

    • Pienamente d’accordo!

    • Se le cose stanno così e non abbiamo dubbi ma solo certezze che stanno proprio come lei dice, qual’è la paura per i produttori e per chi difende ad oltranza la segretezza sulle origini delle materie prime, per non indicarla chiaramente in etichetta, come i consumatori desiderano a stragrande maggioranza?
      Il prosciutto di Parma se fatto con cosce tedesche, se il grana Padano con latte austriaco, la mozzarella con cagliata greca, la Nutella con l’olio di palma asiatico sostenibile e le nocciole polacche, le sarde napoletane fatte con pesce albanese, ecc.. insieme alla pasta italiana con grano duro americano, se piacciono e piacciono moltissimo a tutti, basta indicarlo e tutti continueremo a consumare quello che piace sapendo con cosa è fatta questa eccellenza italiana.
      Con molto onore e merito per tutta la filiera italiana ed estera coinvolta! Buon grano, buon latte, buon olio di palma, buon pesce ed anche ottima carne, ecc..
      WW il saper fare di tutti e non falsamente solo il nostro.

  8. Antonio, vogliamo parlare di frutta nei succhi? le arance italiane vanno bene da taglio , o da bibite al “poco percento” ad esempio tipo Fanta, ma se vogliamo un succo od anche un nettare bisogna fare dei blend (Sud-Africa, Brasile, California…)con un SAPER FARE del tipo di quello citato per la pasta basato su esperienza e profonda conoscenza di caratteristiche e qualità delle materie prime. Bisogna informarsi bene prima di sparare sentenze che possono assomigliare ad alcune bufale autarchiche di Coldiretti e compagni.
    Per confortarLa potrei suggerire una scritta sulle confezioni : “Blend di succhi da provata esperienza italiana”

    • Roberto La Pira

      Ma basterebbe scrivere pasta prodotto con grano UE e extra UE per avere risolto il problema come si fa con l’olio, oppure indicare pasta ottenuta con una miscela di grano proveniente da Canada, Francia e gli altri paesi che abitualmente sono i fornitori dell’azienda. Semplice e a costo zero.

  9. Costante,parliamone,prima però dimmi su cosa si basa l’assunto che “le arance italiane vanno bene solo da taglio”.
    Poi credo sia utile ricordare ai lettori che nel caso dei succhi o nettari di arance con materia prima proveniente da oltreoceano,si tratta di concentrato vale a dire un prodotto “morto” che si “ravviva” in fabbrica con l’aggiunta di acqua del rubinetto.
    L’unica prova per verifcare è: comprare arance fresche provenienti da oltreoceano,fare unBlend se ne trovano ovunque e sempre,fare un Blend e berlo,fare la stessa operazione con solo arance italiane e confrontare.
    Questa è l’unica prova valida,quello che mi dice l’industria riguardo all’ineliuttabilità dei Blend mi interessa poco per ovvie ragioni.
    Non è l’oste che deve dirmi quanto è buono e unico il suo vino.
    In ogni caso nel mio post mi riferivo non solo ai succhi ma anche p.es. alle confetture che l’industria produce partendo da puree provenienti da?
    Poi,sempre per i lettori del Blog è utile sapere che la frutta italiana che va al macero viene,non sempre,indenizzata con soldi pubblici.
    Quindi io comprando i sedicenti ottimi blend da oltreoceano finanzio l’agricoltura estera,indenizzando gli agricoltori nazionali finazio l’agricoltura italiana.
    Per non parlare dell’impatto ambientale.

  10. Per Antonio: anche per solo per uno dei parametri, come l’acidità in genere elevata . poi non facciamo confusione fra la frutta fresca , di cui, per la concorrenza dei paesi mediterranei a volte la nostra frutta invenduta viene mandata al macero o deviata a prodotti trasformati di minor pregio.
    Non facciamo confusione fra spremute fresche ed i blend, che vengono fatti, con grande sapienza, dai trasformatori italiani con diverse materie prime dosate per le diverse caratteristiche qualitative ( in questo caso l’origine di ciascuna non interessa perché non è da confondere con la qualità, e spesso non c’è l’equivalente nazionale). In genere si tratta di materie prime concentrate e conservate a -25°C di diversa provenienza per la produzione di succhi o nettari come quelli che si trovano nei supermercati.
    E’ chiaro che se il succo d’arancia è brasiliano l’utile va ai brasiliano, esempio la ditta Cultrera di chiare origini italiane, che addirittura vende spremuta fresca d’arancia che viaggia in cisterne refrigerate a zero gradi centigradi. Quanto alla frutta per le marmellate, da consumo e per yogurt, lo sanno tutti che ad esempio la fragola “senga sengana” viene prodotta per lo più in polonia e purea/ succo di mela essenziale da taglio viene dai paesi dell’est e non dall’Italia.
    Per Ezio: Per la così ricercata “a senso unico” trasparenza, per non trarre in inganno i ci consumatori circa la confusione fra origine e qualità, raccontiamo in etichetta anche che i blend di grano italiano ed estero servono per garantire (in qualità e quantità) la qualità della pasta inimitabile italiana.
    Poi sarebbe bene ricordare che esistono dei seri disciplinari per cui non si può produrre prosciutto di parma con cosce tedesche e neppure grana padano e parmigiano reggiano con latte che non sia delle zone nazionali previste, e non spargere delle balle che moltiplicate dal web diventano “verità virali “. Se potremo raccontare la verità vera in etichetta in modo sintetico, non ad uso di qualche interesse economico o politico, sarà un bene per tutti.
    E in fondo, lasciamo all’industria alimentare un po’ di riservatezza, anche per ragioni di concorrenza, senza far credere ai consumatori che i produttori sono lì a pensare tutto il giorno come fregarli, il che non è né vero né nel loro interesse. Rendiamoci conto che l’utile aziendale è lo scopo di sopravvivenza di ciascuna attività produttiva , che garantisce il successo, la prosecuzione aziendale ed i posti di lavoro: non è sicuramente qualcosa di disonesto come sembra piu’ volte adombrato più o meno chiaramente in diversi interventi su questo blog. Ne sarà convinta anche la redazione.

  11. Costante, registro nel suo commento che l’origine è un serio disciplinare ed io aggiungo oggettivo e non soggettivo, come gli attributi qualitativi che ogni produttore pubblicizza liberamente per promuovere i propri prodotti.
    Le mie ipotesi su origini diverse per prodotti rigidamente italiani al 100%, sono chiaramente una provocazione per rendere il concetto dell’italianità totale sia del know how sia delle materie prime impiegate.
    Tutti sanno cosa significa DOP ed IGP, anche in rete tra i famosi webeti.
    Quando così non è per scelte quali/quantitative, basta indicarlo e non si fa male nessuno.
    Diamo fiducia anche ai consumatori, che sanno valutare e scegliere se messi in condizione di farlo.

  12. L’acidità ovvero il PH non è diverso in maniera importante tra un agrume d’oltreoceano a quello italiano,questo è verificabile senza l’aiuto di un chimico,basta un aggeggino da 30 euro.La frutta viene mandata al macero sia per la concorrenza sul fresco che per l’uso del concentrato acquistato per ragioni solo ed esclusivamente economiche da Oltreoceano. La colpa di ciò è anche dei produttori italiani,ma questo è un altro discorso.Riguardo il paragone temo di essermi spiegato male,credo sia dovoto alla mia grammatica incerta. Suggerivo un paragone tra 2 spremute ottenute 1 con arance autoctone fresche,l’altra con arance estere fresche per rendersi conto quale delle 2 è da” taglio” e quale di pregio.Dopo averlo fatto chiunque si renderebbe conto che considerare le arance italiane da “taglio” è un offesa al sapere di chi le coltiva, ai territori dove si coltiva e alla professionalità di chi le adopera,le arance italiane,consapevole della qualità.
    Bisogna ricordare che le arance cosidette da Industria/trasformazione vengono coltivate in campi dedicati a quel tipo di prodotto,vale a dire sesti d’impianto ridottissimi cheper questo richiedono interventi fitosanitari abbondanti,cura delle piante e del terreno ridotte all’osso,varietà degli agrumi la cui carratteristica piu importante è solo quella di avere una buccia sottile per ottenere la maggior quantità di succo altrimenti non riuscirebbero a fare reddito.I sapienti trasformatori da Industria Italiani fanno il loro mestiere,comprano dove conviene,chi non sa fare il proprio mestiere sono : A) i produttori italiani incapaci di aggregarsi e trasformare i prodotti in proprio. B) i consumatori non informati,(non sempre per colpa loro) che si fermano davanti alla dicitura succo d’arancia 100% senza leggere se da concentrato,che ripeto è un prodotto “morto”viste le temperature necessarie per concentrare,o da frutta fresca che è un prodotto vivo visto che il succo si ottiene per spremitura a freddo.
    Per ultimo,scusandomi per essermi dilungato,qualcuno mi spieghi la ragione per cui cominciano a vedersi,per fortuna,alcuni succhi dovo i produttori precisano “non da concentrato” ma da frutta fresca.
    Per non parlare dell’impatto ambientale

  13. Per Ezio: l’origine è un serio disciplinare per IGP , per il resto è solo un’indicazione volta ad orientare il consumatore emotivamente a scegliere prodotti della “sua” origine, ,assolutamente slegati dalla qualità .
    E’ la fissa e lo spot di Coldiretti e di Martina, che la utilizzano sistematicamente per nascondere magagne ben più gravi della programmazione politica dell’agricoltura, tale da far pensare ad un “MINISTERO DELLO SPOT”. Un sistema assurdo di trarre in inganno i consumatori distogliendoli da scelte veramente consapevoli ove necessariamente basate sulla conoscenza scientifica e della qualità vera.

    Per Antonio: Se la qualità di un succo d’arancia si risolvesse ad una mera misura di pH, o meglio di acidità titolabile sarebbe troppo semplice , e direi che bisognerebbe fidarsi di chi ci ha navigato dentro per decenni e non ha più alcun conflitto di interessi, se non il desiderio di correggere fake-news e considerazioni ad effetto . D’altra parte la dimostrazione relativa al succo siciliano è la campagna attuale di FANTA come bibita a base di succo d’arancia Italiano “da sempre”. Le pare che una multinazionale avrebbe avuto remore ad utilizzare altre provenienze? Poi quanto alla definizione così superficiale e ad effetto per gli ignoranti di prodotti “vivi” e “morti”, meglio non commentare: ha mai visto un impianto di concentrazione flash con i suoi parametri di flusso, velocità, vuoto e temperature? Sia nei concentrati che nei semplicemente pastorizzati deve essere garantita la denaturazione enzimatica.. etc. etc…. Ma questo non è un luogo per trattati di tecnologia e scienza alimentare. Non fidarsi delle esperienze consolidate e spargere moltiplicandoli i dubbi basati sull’ignoranza è il gravissimo handicap del web, dove a furia di clik il falso diventa vero, e talvolta un certo giornalismo di poca professionalità con il continuo riporto di fake-news ci campa alla grande senza nessun impegno e fatica.

  14. Gli impianti di concentrazione e le concentrazioni dei succhi e confetture in vuoto li ho visti e anche usati.
    Togliere l’acqua vegetale dal succo puro spremuto a freddo per conentrare anche a temperature di 70-80 gradi,significa “uccidere” un prodotto,il succo.
    La concentrazione è solo un espediente tecnico che ti consente risparmio sul trasporto e la possibilità di congelare il prodotto,quindi la conservabilità.Nulla a che fare con la qualità finale,se non diciamo questo abituiamo le persone ai cibi/bevande che ci propina l’industria.Il consumatore deve capire che il succo di arance se lo deve fare in casa,fresco e con le arance italiane possibilmente,nel caso di acquisto fuori deve leggere l’etichetta e saper distinguere.
    Affidarsi alle sapienti mani dell’industria porta a bere/mangiare quello che l’industria ritiene utile per gli utili aziendali,che le arance o meglio il concentrato faccia migliaia di chilometri all’industria interessa molto poco,che le arance autoctone (ne abbiamo in abbondanza tanto da buttarle)vadano perdute interessa altrettanto poco. Che l’ambiente paghi un prezzo alto in termini di impronta ecologica interessa poco anche perchè non lo paga l’industria.Sarebbe utile per tutti quindi evitare il cibo industriale il piu possibile e quando ciò non è possibile leggere le etichette tenendo presente tutte le variabili in gioco.Salute, ambiente ed economia locale.
    Riguardo alle sue considerazioni sul web le condivido in parte,in questo caso mi pare che ilfattoalimentare stia consentendo a lei di dire il suo pensiero e a me il mio,chi legge saprà ricavarne il suo.