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Stop ai wet market e più rispetto della biodiversità per tutelare gli animali selvatici e gli esseri umani dal rischio spillover

Un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Biodiversity and Conservation (*) da esperti di biodiversità della Tomsk State University (TSU) in Russia e del Konrad Lorenz Institute for Evolution and Cognition Research (KLI) in Austria suggerisce che questa situazione pandemica richieda una corretta comprensione del nostro impatto sulla conservazione della vita selvatica, la quale produrrebbe anche notevoli benefici per la nostra specie.

Nel loro articolo di commento, i biologi Roberto Cazzolla Gatti e Manfredo Turcios-Casco discutono alcune delle ripercussioni che la pandemia da Sars-CoV-2 potrebbe avere sulle specie selvatiche e propongono quattro importanti azioni che dovrebbero essere prese in considerazione per proteggerle.

mercati della fauna selvatica, i cosiddetti wet market, devono essere chiusi definitivamente, l’interferenza umana con la vita selvatica deve essere ridotta, i pipistrelli e i pangolini devono essere protetti e non incolpati, e la medicina tradizionale cinese deve essere più controllata.

Quello che proponiamo – ha affermato Roberto Cazzolla Gatti, professore associato presso la TSU in Russia e ricercatore presso il KLI in Austria – sono misure irrinunciabili che potrebbero garantire un beneficio immediato alle specie selvatiche in via di estinzione e rappresentare una garanzia futura per l’uomo contro nuove pandemie e zoonosi”.

pangolino animali epidemia coronavirus cina
Pipistrelli e pangolini sono tra gli animali più cacciati e venduti nei wet market, insieme a numerose altre specie

Pipistrelli e pangolini, – prosegue Cazzolla Gatti – sebbene criptici, sono tra gli animali più cacciati e venduti illegalmente al mondo. Oltre ad essere minacciati da molte altre attività antropiche, insieme a molti altri animali e piante selvatiche, pipistrelli e pangolini sono impiegati nella medicina tradizionale. Recentemente questi animali sono stati accusati di essere responsabili delle pandemie, mentre è vero il contrario: lo sfruttamento umano della fauna selvatica e dell’ambiente innesca l’emergere delle zoonosi”.

Gli animali ospitano agenti patogeni che in condizioni normali vengono raramente trasmessi all’uomo. Tuttavia, gli abusi perpetrati sull’ambiente su scala globale come il bracconaggio e il commercio di animali selvatici, la deforestazione, gli incendi, i cambiamenti climatici e la pesca eccessiva aumentano la probabilità di trasmissione tra specie diverse.

L’identificazione della possibile origine e degli ospiti di questo nuovo coronavirus ha apparentemente favorito la paura ancestrale nei confronti di pipistrelli e pangolini da parte dell’opinione pubblica e sono state avanzate richieste per il loro abbattimento o eradicazione di massa in tutto il mondo – scrivono gli scienziati nel loro articolo – Tuttavia, quando vediamo cosa succede nelle strade dove si svolge il mercato a Wuhan e in altri cosiddetti wet market in Asia, dove i clienti camminano tra rifiuti, animali e sangue, non è difficile capire come virus mortali possano facilmente passare da una specie all’altra. Vi sono molteplici occasioni di spillover a causa della mescolanza di cani, gatti, serpenti, procioni, genette, galline, maiali, pipistrelli, pangolini, pesci di ogni specie e dimensioni. Gli acquirenti indifferenti, ma non ignari, passeggiano davanti a montagne di minuscole gabbie dove gli animali aspettano per ore, spesso per giorni, la loro condanna a morte”.

Chinese typical fish and living animals market
Nei wet market clienti e venditori si trovano a stretto contatto con animali vivi, e con carne e sangue di quelli macellati sul posto

Gli autori affermano che “i mercati antigienici di specie miste che vendono animali vivi e morti, spesso catturati illegalmente dai loro habitat naturali, e che sono collegati alla maggior parte delle recenti epidemie zoonotiche, devono chiudere dopo la promulgazione di accordi internazionali” e che “qualsiasi impatto che la nostra specie ha sulla fauna selvatica deve essere fermato”, comprese le pratiche della medicina tradizionale cinese che impiegano specie in via di estinzione e animali e piante minacciati.

Nel nostro articolo sosteniamo – ha concluso Roberto Cazzolla Gatti – che in questa epoca di pandemia, le agenzie internazionali devono aumentare la protezione delle specie nei loro habitat, applicare la legislazione e il controllo del commercio di fauna selvatica locale e internazionale. Allo stesso tempo, dovrebbero essere avviate sanzioni internazionali se le autorità asiatiche non pattugliano e puniscono efficacemente lo sfruttamento della fauna selvatica e delle specie in via di estinzione coperte dalla scusa della medicina tradizionale”.

(*) Turcios-Casco, M. A., & Cazzolla Gatti, R. (2020). Do not blame bats and pangolins! Global consequences for wildlife conservation after the SARS-CoV-2 pandemic. Biodiversity and Conservation, 29(13), 3829-3833.

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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6 Commenti

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    Articolo molto interessante

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    Complimenti ai due ricercatori

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    È dai tempi dell’epidemia cinese di SARS, quindi dal 2002, che si pone il problema di questi mercati, molto diffusi in quel paese.

    Ma la Cina, tanto pronta a controllare l’ordine pubblico nel proprio territorio e a difendere con fermezza la propria politica espansiva in ambito internazionale, non ha mai applicato altrettanto rigore per abolire i suoi wet market, che hanno continuato ad esistere. Evidentemente non erano considerati un problema essenziale.

    Adesso ci troviamo tutti nella situazione di dover fronteggiare una pandemia globale partita, guarda caso, di nuovo dalla Cina.

    Peccato che l’Europa, a cui evidentemente i rapporti commerciali con il gigante asiatico fanno molto comodo (i soldi sono più importanti della salute pubblica?) si guardi bene dal contestare alla Cina le sue giuste colpe!

    La Cina ormai fa quello che vuole, gli stati stanno zitti e noi tutti ne paghiamo le conseguenze.

    Io mi auguro che prima i poi i nodi vengano al pettine, che si rivedano totalmente i rapporti commerciali con un paese che NON rispetta i diritti umani e che si arroga dei diritti che non ha, e che si incominci a riflettere su cosa ha comportato l’aver trasferito in Cina (e in Asia in generale) gran parte della produzione: ci siamo ritrovati in piena pandemia senza mascherine e altri ausili di prima necessità perché ormai la produzione era stata tutta trasferita là. E questa dipendenza non vale solo per le mascherine, ma per tante altre cose.

    Come farsi schiavi della Cina con le proprie mani…

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      Alberto, concordo pienamente con te!
      Basta continuare i rapporti commerciali con questi popoli che non hanno nessun rispetto per ogni creatura che ha la sfortuna di nascere nei loro luoghi.
      Cominciamo, a fare la voce grossa, passata questa pandemia, se non ci impegneremo affinché cambino abitudini radicalmente, ne arriveranno altre….

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      Fare la voce grossa con la Cina? Chi, poi?

      Temo sia troppo tardi, oramai sono diventati una superpotenza.

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    speriamo sia la volta buona, un ottimo articolo da divulgare.

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