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Vino: l’insostenibile pesantezza del vetro. Nel prossimo futuro bottiglie più leggere e vino in bag in box

 vino
La bottiglia in vetro
è senza alcun dubbio il contenitore principe per il confezionamento del vino. Soprattutto per i prodotti di alta gamma e per quelli destinati al lungo invecchiamento la sostituzione del vetro con un altro materiale o un altro tipo di packaging non è facile. I motivi sono legati alla tradizione e alla ritualità del servizio ma anche, almeno per il momento, alle performance tecnologiche, alla qualità e alla mancanza di dati su quanto avviene nel lungo periodo in contenitori di altri materiali.
Tuttavia anche se nell’immaginario collettivo il vetro rappresenta una soluzione più ecosostenibile, in virtù di una minor dispersione di residui nell’ambiente rispetto ai materiali plastici e a un riciclo più efficiente, la realtà è che quella del vetro è un’industria fortemente energivora e nella produzione enologica il packaging arriva a impattare fino al 30% delle emissioni legate all’intera filiera, dal vigneto al consumo.

A peggiorare le cose si aggiunge il fatto che nei decenni scorsi si è diffuso un falso mito che lega il peso della bottiglia alla qualità del vino contenuto. Una relazione che in realtà non c’è e che tecnicamente non ha nessuna ragione di esistere. Le caratteristiche di inerzia del materiale e l’evoluzione del vino sono garantite indipendentemente dallo spessore del vetro o dalla profondità del cono che si trova sul fondo del contenitore. Per la qualità del vino, nel corso della sua conservazione, a fare la differenza può essere il tappo, la temperatura o se vogliamo il colore del vetro, ma sicuramente non il suo peso. Ma allora perché, come tutti sicuramente avranno osservato, esistono bottiglie che vanno da poco più di 300 grammi fino a un chilogrammo e oltre?

Vino, nel prossimo futuro diminuirà il peso delle bottiglie e aumenteranno le quote di vino venduto in Bag in Box (Foto: Cantine Frontenac)

Il motivo è da ricercare nella nostra testa nel momento in cui scegliamo una bottiglia di vino. Di fronte a uno scaffale pieno di etichette il consumatore per lo più non conosce la qualità del prodotto e nella maggior parte dei casi non può assaggiarlo, per capire se e quanto gli piace. Le uniche cose sulle quali può basare la sua scelta sono una serie di segni esteriori: il prezzo, l’etichetta, il brand e appunto la forma e il peso della bottiglia. Il ricorso a questi segni che all’apparenza può sembrare del tutto irrazionale fa parte di quello che nelle neuroscienze si definisce sistema di ricompensa, che ripaga con una sensazione di piacere il richiamo di un’esperienza che abbiamo associato a un determinato stato emotivo, come quello di bere un buon vino.

L’esperimento pubblicato su PNAS nel 2008 da Plassman e i suoi colleghi dell’Università di Pasadina e di Stanford è divenuto in pochissimi anni uno dei più citati e utilizzati nella spiegazione delle applicazioni delle neuroscienze alla comprensione dei comportamenti del consumatore di vino. In questo famoso esperimento a un gruppo di consumatori veniva proposto un vino contrassegnato da prezzi diversi e l’apprezzamento per il prodotto (che era lo stesso a loro insaputa) era maggiore quando veniva loro comunicato un prezzo più elevato. Lo stesso avviene con il peso della bottiglia: da consumatori attribuiamo un valore emozionale a una serie di fattori esteriori e li trasferiamo sulla qualità e sul nostro giudizio per il prodotto. Ma questo tipo di relazione può cambiare e lo fa ad esempio in funzione del livello di competenza dei consumatori o con il sopraggiungere di una nuova scala di valori.

champagne spumante
Il Comitato dello Champagne ha deciso di ridurre il peso della bottiglia di 65 g

Negli ultimi anni sulla percezione della qualità del prodotto hanno cominciato a pesare una serie di valori nuovi legati alla sostenibilità e anche il consumatore di vino, almeno quello più esperto o più sensibile ai temi ambientali ed etici, non vede più la bottiglia in vetro pesante come un indice di pregio, ma piuttosto talvolta come un disvalore.
E l’adozione della bottiglia leggera, quando coerente con la strategia di sostenibilità delle aziende, può divenire una leva di marketing molto efficace, come è avvenuto recentemente quando le Cantine Lungarotti di Torgiano in provincia di Perugia, hanno comunicato il passaggio alla bottiglia leggera (dai precedenti 650 a 420 grammi di vetro) per due vini storici, brand molto conosciuti e affermati, il Rubesco e il Torre di Giano, con una riduzione delle emissioni legate al contenitore del 35%.

Un altro esempio ci viene dalla Francia ed è quello del Comitato Interprofessionale dello Champagne, dove in una strategia di sostenibilità di lungo periodo si è pensato, in collaborazione con le vetrerie fornitrici, di sostituire la bottiglia standard (nelle bottiglie destinate ai vini spumanti lo spessore del vetro è superiore e il peso più elevato per resistere alla pressione interna), con una di 65 grammi più leggera. In questo modo, considerando i milioni di bottiglie prodotte nella regione, è prevista una riduzione delle emissioni stimata in 800 tonnellate di CO2 in meno – equivalenti a quelle emesse da 4000 automobili – per ogni anno.

I consumatori devono abituarsi a comprare vino in bottiglie di vetro più leggere

Ma la bottiglia in vetro non è l’unico packaging possibile per il vino e altri contenitori più innovativi e sostenibili si stanno facendo strada, complici anche i cambiamenti nelle occasioni di consumo, più domestico e meno legato alla ritualità del servizio al ristorante, portati dal lockdown e dalla pandemia.
Già molto affermato in alcuni mercati come quelli dei Paesi Scandinavi, il 2020 è stato l’anno dello sdoganamento del Bag in Box, il vino contenuto in una sacca flessibile a tenuta, dotata di un rubinetto e chiusa in una scatola, che in un solo anno secondo ha visto nel nostro paese un incremento del 26% nei volumi venduti nella Grande Distribuzione.
Secondo quanto riportato da una ricerca svolta da Carmen Ferrara e Giovanni De Feo dell’Università di Salerno l’impatto ambientale del Bag in Box, misurato con il metodo del Life Cycle Assessment in tutto il suo ciclo di vita dalla produzione delle materie prime fino allo smaltimento dei rifiuti, sarebbe tra il 60 e il 90% inferiore rispetto a quello di una bottiglia in vetro standard utilizzata una sola volta. Nel caso dell’ipotesi di un riutilizzo della bottiglia le cose potrebbero migliorare, almeno su un mercato vicino alla zona di produzione, ma solo limitatamente. La maggiore sostenibilità del Bag in Box, e in misura leggermente minore ma pur sempre interessante quella del cartone come il Tetrapak, spiegano i dati della ricerca pubblicata nel marzo 2020 sul Journal of Cleaner Production,  è legata non solo al minor peso del packaging ma anche alla riduzione degli spazi, dei volumi trasportati e degli sprechi di prodotto e a una minore necessità di imballaggi secondari, come le scatole in cartone con una particolare conformazione necessarie per ridurre il rischio di rottura per i contenitori in vetro.

E poiché le sperimentazioni fatte sulla capacità di conservare la qualità del vino confermano che, almeno per vini non destinati al lungo invecchiamento, questo contenitore è in grado di garantire la shelf life attesa, molto probabilmente, superata un’iniziale diffidenza per il “vino in scatola”, del Bag in Box continueremo a sentir parlare sempre di più.

Alessandra Biondi Bartolini

© Riproduzione riservata. Foto: Stock.adobe.com, Cantine Frontenac

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Roberto La Pira

  Redazione Il Fatto Alimentare

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Un commento

  1. Avatar

    Per mercati come quelli scandinavi (!), e da noi per vini di pronta beva e breve conservazione, il vino in brick o in BagBox ha certamente un futuro, del resto persino in Italia (dove qualcosa del vino sappiamo tutti sin dall’infanzia, e dove rappresenta un prodotto della tradizione dal tempo dei tempi… un rito conviviale più che una bevanda) il Tavernello si vende, e tanto, e bene, e da molti anni, e certamente non viaggia nella sciampagnotta da chilo.

    Ma pensare di mettere in commercio i nostri vini DOC, e a denominazione protetta, e controllata, e garantita, e quant’altro, in un imballo di carta e plastica come se fosse il Brodo Pronto Star mi pare sarebbe un suicidio dal punto di vista del marketing, per non parlare della tristezza infinita di vedersi servire al ristorante il vino dal cameriere (o dal maitre sommelier…) che non impugna il cavatappi e stappa la bottiglia ma estrae cerimoniosamente un paio di forbici e sussiegoso taglia l’orecchia al tetrabrick.

    Quanto a rendere più leggere le bottiglie, passi minimizzare la cavità inferiore, che non ha più motivo di esistere in quanto i vini pastorizzati di fatto non hanno più deposito, ma assottigliare la parete della bottiglia la renderebbe più fragile con maggiori rischi di rotture nel trasporto (dal negozio a casa nel sacchetto della spesa nel bagagliaio dell’auto) e di ferirsi stappandola, già con le bottiglie normali ai Pronto Soccorso ogni giorno si presenta qualcuno che è rimasto con i cocci e uno sbrego in una mano, e il collo della bottiglia appeso al cavatappi nell’altra.