imballi, Someone preparing tea

Anche se in Italia sono meno diffuse rispetto a quelle tradizionali di carta, esistono bustine di tè e tisane realizzate in plastica (di solito PET o polipropilene). Per esempio, lo sono quasi sempre quelle che hanno una forma tridimensionale predefinita come quelle piramidali, quelle cosiddette di seta, o quelle vendute vuote, in modo che il cliente le riempia con le foglie che preferisce. Anche quelle classiche in carta, poi, se termosaldate, contengono plastica nei punti di saldatura, dove si utilizzano fibre di polipropilene. Ma questo tipo di confezionamento, come dimostrato in uno studio di qualche anno fa, può rilasciare nell’acqua calda miliardi di nano- e microplastiche. Per questo da qualche tempo si sono introdotte anche bustine in acido polilattico o PLA, il polimero di derivazione vegetale che teoricamente dovrebbe degradarsi velocemente, garantendo la biodegradabilità. E invece.

Lo studio sulle bustine di tè e tisane

Per analizzare il comportamento delle bustine in PLA, i ricercatori dell’Università di Plymouth, in Inghilterra, hanno effettuato una serie di test in un campo coltivato e in laboratorio, e hanno poi pubblicato il risultato delle loro osservazioni su Science of the Total Environment, compreso un video su YouTube che illustra quanto osservato. Nello specifico, hanno sepolto, a circa dieci centimetri di profondità, una cinquantina di bustine di tè e tisane o in puro PLA, oppure in miscele realizzate con PLA e cellulosa, e le hanno lasciate lì per sette mesi. Nel frattempo, in un terrario di laboratorio, hanno posto dei lombrichi Eisenia fetida, tra i più comuni e preziosi per la rigenerazione del suolo, a contatto con alcuni dischetti degli stessi materiali in varie percentuali, in questo caso per un mese.

Le bustine di tè e tisane o in puro PLA non si decompongono come promesso
Le bustine di tè e tisane o in puro PLA non si decompongono come promesso

Quindi, trascorsi i sette mesi, hanno valutato che cosa era accaduto alle bustine sepolte, scoprendo che quelle in PLA erano rimaste praticamente intatte. Quelle realizzate in materiali con cellulosa, invece, si erano degradate in percentuali variabili tra il 60 e l’80%, a seconda della quantità di cellulosa presente. In effetti, controllando con esami quali la cromatografia a esclusione di massa, la spettrometria e la risonanza magnetica, i ricercatori hanno confermato che, in quei casi, ciò che si era decomposto era proprio la cellulosa, mentre il PLA era rimasto integro.

Anche per quanto riguarda i lombrichi, poi, l’esito è stato preoccupante, perché il contatto con il PLA si è tradotto in un aumento di mortalità del 15%, e in una compromissione della fertilità che, con le concentrazioni più elevate di PLA, è risultata azzerata. Si è cioè avuto un effetto sovrapponibile a quello che si osserva con le plastiche derivate dal petrolio.

Le conclusioni

Secondo gli autori, che stanno portando avanti un progetto specifico chiamato BIO-PLASTIC-RISK finanziato con 2,6 milioni di sterline dal Natural Environment Research Council, tutto ciò significa che la plastica in PLA, compresa quella che viene utilizzata nei sacchetti della spesa, pur avendo un impatto ambientale inferiore rispetto alle plastiche tradizionali, non è affatto biodegradabile né compostabile, e non andrebbe in alcun modo dispersa nell’ambiente.

Per questo, i produttori dovrebbero essere obbligati a riportare sulle confezioni indicazioni sul corretto smaltimento. Via via che cresce la disponibilità di alternative, aumenta anche la confusione dei consumatori su ciò che è compostabile o biodegradabile, su ciò che non lo è, e sulle pratiche di smaltimento, con il risultato che molti polimeri che dovrebbero essere eliminati e trattati in modo specifico vengono dispersi nell’ambiente. È quindi indispensabile – concludono – stabilire regole chiare, in modo che i consumatori siano informati adeguatamente, e i produttori siano obbligati a rispettare le norme specifiche.

© Riproduzione riservata. Foto: DepositPhotos.com

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luigiR
luigiR
6 Giugno 2024 15:24

Lungi da me l’abitudine di disperdere nell’ambiente bioplastiche come il PLA, il risultato di questa ricerca, che avete pubblicato, mi delude, pensando a tale materiale come un valido sostituto dei derivati dai fossili. È evidente che bisognerà ancora investire in ricerca per migliorare le prospettive per soppiantare i prodotti inquinanti da imballaggi.

AndreaC.
AndreaC.
9 Giugno 2024 08:33

Non capisco perché nei supermercati vendono quasi eslusivamente tè in bustina e non sfuso, in foglie? Sarebbe come se vendessero caffè solo in cialde (o nelle orribili capsule)? Da appassianato e consumatore di tè, compro solo quello in foglie. Qualità migliore, posso scegliere anche quello bio, posso scegliere la provenienza, raccolto entro l’anno e non costa poi molto di più delle marche famose. Alcune NOTISSIME in realtà vendono polvere di tè.
Evito l’impatto ecologico per la produzione delle bustiche, delle scatole, ecc.. Inoltre, il tè in foglie può essere sottoposto a più di un’infusione.
Prendo il mio sacchettino da 50/100 g di foglie, un filtro e bevo vero tè. In Italia, per avere tutto ciò, bisogna rivolgersi solo alle erboristerie.

paolo
paolo
Reply to  AndreaC.
10 Giugno 2024 21:57

Ci sono anche marchi che usano bustine di carta e basta.

Anzi, di solito i marchi famosi delle grandi multinazionali usano le bustine orripilanti di polimeri come quelli descrittii nell’articolo, ma adesso sto bevendo una tisana al mirtillo marchio “Ohi vita” e la bustina è in carta, il laccetto in cotone e il tagliandino in carta, il tutto avvolto nel sacchetto “salva aroma” in carta in una confezione di cartoncino.

Anche i te e tisane dell Coop li ho sempre trovati in involucri in carta e derivati.

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