Nello stretto di Hormuz ci sono centinaia di navi in attesa. Non sono solo petroliere. A bordo ci sono fertilizzanti, zolfo, ammoniaca, cereali. Se restano ferme si inceppa la catena che permette all’agricoltura globale di funzionare.
Se lo stretto di Hormuz si blocca, il problema non riguarda soltanto il petrolio. Una parte decisiva dell’agricoltura mondiale dipende infatti da questa rotta: dai fertilizzanti prodotti con il gas naturale ai carichi di zolfo usati per i fosfati, fino ai cereali redistribuiti attraverso gli hub logistici degli Emirati Arabi Uniti. È questo il cuore dell’inchiesta del Financial Times, ripubblicata da Internazionale, che mostra come il Golfo Persico sia diventato un nodo decisivo non solo per il petrolio, ma per la produzione mondiale di cibo. La “rivoluzione verde” ha aumentato le rese agricole grazie soprattutto ai fertilizzanti chimici, legando però in modo strutturale i campi ai combustibili fossili. Le varietà di cereali e non solo ad alta resa funzionano solo con apporti continui di fertilizzanti industriali, in particolare quelli azotati prodotti a partire dal gas naturale.
Ammoniaca, urea, zolfo
Il primo anello della catena è l’ammoniaca. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, citata nell’articolo, circa il 70% dell’ammoniaca mondiale viene usato per produrre fertilizzanti. E quasi il 30% delle esportazioni globali arriva dal Medio Oriente. Nel 2024 Arabia Saudita, Oman e Qatar hanno fornito insieme oltre tre quarti delle importazioni di ammoniaca dell’India e il 30% di quelle del Marocco.
Il secondo elemento è l’urea, il fertilizzante azotato più diffuso. I paesi del Golfo rappresentano il 35% del commercio globale di urea; nel 2024 l’Arabia Saudita era il primo esportatore mondiale e l’Oman il terzo. Senza questi flussi, interi sistemi agricoli – dal Sud Asia al Nord Africa – si troverebbero improvvisamente senza input essenziali.
Il terzo ingrediente è lo zolfo, meno noto ma altrettanto strategico. Serve per produrre acido solforico, indispensabile per i fertilizzanti fosfatici. Circa metà dello zolfo trasportato via mare nel mondo passa da Hormuz. Il Marocco, primo produttore globale di fosfati, dipende in larga parte da queste forniture: nel 2024 tre quarti delle sue importazioni di zolfo provenivano dal Golfo.

Stretto di Hormuz, cuore della logistica globale
Ma il punto più sottovalutato dell’inchiesta riguarda la logistica. Hormuz non è solo una rotta di passaggio: è l’accesso a uno dei più importanti sistemi di smistamento del commercio globale. Gli Emirati Arabi Uniti, e in particolare Dubai, funzionano come un gigantesco hub. Il porto di Jebel Ali, il più grande porto artificiale del mondo, collega oltre 150 porti con più di 80 rotte settimanali. Qui non arrivano solo merci: arrivano flussi globali che vengono riorganizzati.
I cereali, per esempio, raramente viaggiano direttamente dal Paese produttore al Paese importatore. Le grandi navi cariche di grano o riso attraccano in hub come Dubai, dove il carico viene stoccato, suddiviso, talvolta rimescolato e poi redistribuito verso destinazioni più piccole, soprattutto in Africa e in Asia. Molti porti africani non possono accogliere navi di grande capacità, e i sistemi logistici locali sono limitati: senza hub intermedi, gran parte di questo commercio semplicemente non funzionerebbe.
C’è anche un motivo commerciale: negli hub si decide dove indirizzare le merci in base ai prezzi e alla domanda. Gli Emirati non sono solo un punto di transito, ma un centro di trading globale. È da qui che partono flussi di cereali diretti verso Somalia, Ghana, Mozambico o Zimbabwe, e – secondo quanto riportato nell’articolo – una quota significativa del commercio tra Cina, Africa ed Europa.

Un ingranaggio inceppato
Se questo sistema si blocca, non si fermano solo le navi. Si interrompe la distribuzione dei fertilizzanti, rallenta quella dei cereali, si inceppa la logistica degli aiuti alimentari. Le conseguenze sono già visibili nei prezzi. A marzo, secondo i dati citati dal Financial Times, l’indice dei prezzi energetici della Banca mondiale è salito del 41,6%, il gas europeo del 59,4%, il petrolio Brent del 45,8%. Nello stesso periodo i fertilizzanti sono aumentati del 26,2% e gli alimenti del 2,7%. La Fao avverte che, se la crisi continuerà, i fertilizzanti potrebbero rincarare di un ulteriore 15-20% nel 2026.
A pagare il prezzo più alto saranno i Paesi più fragili. Nel 2024 il Sudan ha importato dal Golfo il 54% dei fertilizzanti, lo Sri Lanka il 36%, la Tanzania il 31%, la Somalia il 30%. Il Programma alimentare mondiale stima che fino a 45 milioni di persone potrebbero essere spinte verso la fame. La nave ferma nello stretto di Hormuz, quindi, non è solo un episodio di tensione geopolitica. È il simbolo di un sistema alimentare globale che dipende da pochi passaggi obbligati, da pochi porti e da tre sostanze – ammoniaca, urea e zolfo – senza le quali l’agricoltura moderna non è in grado di produrre abbastanza cibo.
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giornalista redazione Il Fatto Alimentare


