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Spreco alimentare nei supermercati: quali sono i dati reali e le difficoltà di ridurre le eccedenze. Intervista all’amministratore delegato di U2

Einkaufswagen mit Lebensmitteln im Supermarkt
In Francia nuove regole per evitare lo spreco nei supermercati

In Francia, poche settimane fa, l’Assemblea nazionale ha approvato alcuni emendamenti a un progetto di legge sulla transizione energetica per la crescita verde. Sono emendamenti molto stringenti relativi agli obblighi della grande distribuzione nel tentativo di ridurre lo spreco alimentare. Il promotore delle modifiche, il deputato Guillaume Garot, ex ministro dell’agricoltura, lo ha detto molto chiaramente: «È uno scandalo veder versare della candeggina nei bidoni della spazzatura dei supermercati, per distruggere derrate alimentari non più in vendita, ma ancora commestibili». Se la legge passerà in Senato, questo non si potrà più fare: per i punti vendita sopra i 400 metri quadrati varrà il divieto di distruzione degli invenduti alimentari e l’obbligo di donarli a enti caritatevoli per la ridistribuzione. Al massimo, potranno essere destinati all’alimentazione animale o alla trasformazione energetica. Non si tratta semplicemente di invitare alla donazione: trasgredire a queste disposizioni sarà un reato, con pene fino a due anni di reclusione e 75 mila euro di multa.

Mario Gasbarrino Unes
Mario Gasbarrino amministratore delegato della catena di supermercati U2

In Italia le catene di supermercati parlano malvolentieri dell’argomento e ancor meno forniscono dati sullo spreco. Abbiamo intervistato Mario Gasbarrino,  amministratore delegato della catena dei supermercati U2, che esordisce con un elenco di iniziative che da tempo vengono adottate nei punti vendita.  Le ricette per ridurre lo spreco alimentare riguardano l’abolizione delle promozioni e delle raccolte punti, prezzi scontati anche al 50% per i prodotti vicini alla data di scadenza, possibilità di acquistare alcuni prodotti sfusi, come il pane, scegliendo la quantità desiderata, e infine, educazione e sensibilizzazione dei consumatori. Ma il discorso scivola subito sugli ostacoli e sulle differenze tra la normativa francese e quanto accade in Italia. Continua Gasbarrino: «Oggi parlare di spreco è di moda e la grande distribuzione è un bersaglio facile, ma ci sono due aspetti che vale la pena richiamare: quanto sprechiamo davvero e cosa è stato fatto finora per aiutarci a ridistribuire le eccedenze».

Il primo riferimento è ai dati di un’indagine sulle eccedenze e gli sprechi alimentari in Italia, condotta alcuni anni fa dal Politecnico di Milano, in collaborazione con Fondazione sussidiarietà e Nielsen Italia. L’indagine mostrava che il settore della distribuzione è responsabile solo dell’11,6% del totale delle eccedenze alimentari prodotte nel nostro paese dal campo al consumatore, mentre ben il 41,6% degli sprechi si consuma proprio nell’ultimo anello della filiera, cioè nelle case dei consumatori. «Se andiamo a vedere le quantità, parliamo comunque di cifre importanti (la distribuzione genera 770 mila tonnellate di rifiuti l’anno, NdR), però è anche vero che l’anello debole della catena, quello sul quale bisognerebbe intervenire di più, è rappresentato dai consumatori».

Bread on showcase in supermarket, close-up view
Per trovare la stessa freschezza nei prodotti durante tutta la giornata, vi è un prezzo da pagare: lo spreco

Per evitare confusione va spiegato che ci sono vari punti in cui, lungo la filiera alimentare dal campo a casa del consumatore, si possono generare delle eccedenze: si inizia con la produzione primaria, poi c’è la fase trasformazione a livello industriale, la distribuzione nei supermercati o al dettaglio, la ristorazione e l’ambito privato. Su 6 milioni di tonnellate l’anno di eccedenze, 0,77 milioni sono generati a livello di distribuzione (11,6%), mentre 2,5 milioni di tonnellate sono generate in ambito privato (41,6%). Non necessariamente le eccedenze diventano spreco, perché lungo la filiera ci sono alcune strutture o alcune aziende o alcuni supermercati che sono in grado di d riutilizzare in qualche modo le eccedenze  attivando dei circuiti di recupero virtuosi che permettono di recuperare e redistribuire il cibo  diventando così da spreco a risorsa. Il cibo che non segue questo percorso è lo spreco vero e proprio. L’eccedenza domestica invece  è difficilmente recuperabile. Questo però  non significa che i consumatori gettino in media il 41,6% della loro spesa nella spazzatura ( * ).

spreco alimentare
Donare non è semplice a causa di vincoli burocratici e scarsa convenienza

L’amministratore delegato non esita a fornire qualche cifra, per far capire esattamente le dimensioni del problema: «La mia azienda ha un fatturato annuo di 900 milioni di euro e le nostre eccedenze sono meno dello 0,5% di questo fatturato. In proporzione è molto poco, perché per noi chiaramente le eccedenze rappresentano un costo. Però è difficile comprimerle ulteriormente, anche per il modello di consumo a cui ci siamo abituati: se vogliamo trovare alle nove di sera la stessa freschezza e varietà che troviamo al mattino, dobbiamo mettere in conto qualche perdita». Fatta questa precisazione, tuttavia, Gasbarrino riconosce che la distribuzione potrebbe fare molto di più sul fronte delle donazioni, se aiutata in modo adeguato.

Secondo quanto riportato nel 2014 da Federdistribuzione in occasione degli Stati generali delle prevenzione dello spreco alimentare in Italia, l’intero settore destina ogni anno circa 60 mila tonnellate di eccedenze a donazioni per enti caritatevoli, poco meno dell’8% del totale. Quindi il margine di manovra c’è. «Il problema è che in molti casi oggi è più conveniente distruggere le eccedenze, invece che donarle. Ecco perché sono critico rispetto alle disposizioni punitive previste dalla legge francese: non serve punire, basterebbe metterci in una condizione in cui valga davvero la pena regalare quello che non possiamo o riusciamo più a vendere. È facile dire “donate” – prosegue l’AD – ma farlo non è sempre così semplice, per via di rigidi  adempimenti burocratici e procedure rigorose per la movimentazione delle merci. In centri piccoli, dove magari non c’è un’associazione di volontariato ben organizzata, per i punti vendita è molto difficile riuscire a organizzarsi, senza che questo rappresenti un ulteriore costo. Anche perché non ci sono incentivi fiscali per la donazione. Anche se regalo, per esempio, e la mia merce non va più in discarica, non ho sconti sulla tassa dei rifiuti».

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Lo spreco domestico non va sottovalutato: evitare di accumulare spinti dalle offerte potrebbe aiutare

Che sia merito di Expo, o del clima francese, o della moda del momento, però, qualcosa sembra muoversi anche in Italia in questa direzione. Proprio pochi giorni fa, infatti, presentando il piano del Governo per ridurre gli sprechi e potenziare le donazioni agli indigenti – l’obiettivo è arrivare a un milione di tonnellate di alimenti donati nel 2016 – il ministro delle politiche agricole Maurizio Martina ha parlato di misure per rendere più conveniente la donazione di alimenti da parte della grande distribuzione e delle industrie. Per esempio: se oggi un’azienda vuole distruggere cibo non più in vendita, è tenuta a fare alcuni adempimenti burocratici per valori superiori a 10 mila euro, mentre se vuole donare l’obbligo scatta a 5 mila euro. L’idea è innalzare questa soglia a 15 mila euro per le donazioni.

Altre misure sono presentate nella proposta di legge SprecoZero dei deputati Pd Maria Chiara Gadda e Massimo Fiorio, che dovrebbe cominciare a giorni il suo iter parlamentare. Per incentivare e semplificare le donazioni, per esempio, troviamo “l’eliminazione dell’obbligo di annotazione mensile sui registri IVA di natura, qualità e quantità dei beni ceduti gratuitamente” e una “riduzione della tariffa sui rifiuti proporzionale alle quantità di prodotti che il produttore dimostri di aver ceduto per soli fini benefici”. O, ancora, si punta ad ampliare l’elenco dei beni che possono essere donati e la platea dei soggetti che li può ricevere (oggi solo Onlus). La proposta di legge Gadda-Fiorio, inoltre, tocca un punto al quale è sensibile anche Gasbarrino, quello del termine minimo di conservazione (quel tipo di scadenza indicato in etichetta con la dicitura “da consumarsi preferibilmente entro”). «Ormai lo sappiamo: anche se un prodotto raggiunge il termine minimo di conservazione, rimane a lungo perfettamente commestibile. Noi, però, non solo non possiamo più venderlo, ma non possiamo neppure più donarlo». Ebbene, la nuova legge potrebbe aprire alla “possibilità di effettuare le cessioni di prodotti alimentari il cui termine minimo di conservazione sia superato da un tempo di 30 giorni”.

Ma anche se qualcosa si muove sul fronte degli incentivi per la grande distribuzione, Gasbarrino torna a insistere sull’importanza di lavorare per ridurre gli sprechi là dove pesano di più e cioè nelle case dei consumatori. «Per questo nei supermercati U2 già da otto anni abbiamo eliminato le promozioni, che favoriscono l’accumulo e, dunque, lo spreco. E per questo insistiamo molto sull’educazione dei consumatori, con la campagna È stupido sprecare, che abbiamo portato anche nelle scuole».

(*)  Secondo l’indagine del Politecnico di Milano, ogni anno in Italia vengono generate 6 milioni di tonnellate di eccedenze alimentari: 2,5 milioni da parte dei consumatori, l’anello finale della filiera, 2,3 milioni dai produttori primari (gli agricoltori e allevatori, il primo anello) e il resto nella fase di trasformazione (0,18 milioni), distribuzione (0.77 milioni) e ristorazione (0,2 milioni). Presi così questi numeri fanno un certo effetto,  ma è importante considerare  quanto valgono in percentuale queste eccedenze, rispetto alla quantità totale di cibo gestita in ogni fase. Si scopre così che le eccedenze generate nei campi sono il 2,9% della produzione agricola totale, mentre quelle generate nella fase di distribuzione rappresentano il 2,5% di tutte le merci mobilitate. Ancora meglio accade nelle aziende di trasformazione le cui eccedenze sono pari allo 0,4%, mentre sono maggiori gli impatti nella ristorazione (6,3%) e tra i consumatori (8%). La prima conclusione da fare è che in Italia le eccedenze alimentari non sono altissime e già si fa molto per ridurle. Il dato percentuale dello 0,4% riferito alla fase di trasformazione indica l’attenzione delle aziende verso questo problema.

spreco-eccedenza-alimentare-2Se però consideriamo quante di queste eccedenze si trasformano in spreco il quadro è meno positivo, visto che ogni anno anno vengono sprecate ben 5,5 milioni di tonnellate di cibo per un valore di 12,3 miliardi di euro. Di questa enorme quantità solo mezzo milione di tonnellate di quanto prodotto in più viene recuperato a scopo alimentare e donato a fini solidaristici. Il resto – tantissimo – viene riutilizzato per alimentazione animale o in ambito energetico oppure finisce nella spazzatura. Anche in questo caso conviene dare un’occhiata ai vari stadi della filiera. Il dato  più virtuoso è di nuovo quello della trasformazione, che recupera il 55% delle sue eccedenze. Seguono la produzione primaria, che recupera il 12%, la ristorazione (9%) e la distribuzione (8%). E i consumatori? Di fatto il 100% delle loro eccedenze viene sprecato.

 

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  Valentina Murelli

Valentina Murelli
giornalista scientifica

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8 Commenti

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    Non ho capito perché le “raccolte punti” dovrebbero ridurre gli sprechi.
    Casomai è il contrario: le tessere le hanno i clienti abituali. Se si analizzano davvero i dati dei loro acquisti è assai più semplice programmare acquisti e giacenze.

  2. Avatar

    Preciso: il testo dice di abolire raccolte punti e promozioni

  3. Avatar

    Da quando in qua le eccedenza rappresentano un costo per la GDO? Perché non ci parla di come fanno i contratti ai fornitori dove includono nello “sconto” il costo dell’eccedenza? Perché non ci parla di come lo calcolano sul prezzo praticato al consumatore.
    Questa della donazione è una semplice “Soul washing” e non tocca minimamente le politiche commerciali e di distribuzione della GDO.

    • Roberto La Pira

      L’articolo tratta di spreco e non di altri temi che noi abbiamo tra descritto in modo chiaro in alcuni articoli attaccando le politiche dei supermercati.

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    Caro Roberto
    secondo lei se a me “sprecare” non costa nulla quanto sono indotto a ridurre lo “spreco”? E quello “non costare nulla” dipende proprio dal tipo di politica commerciale che fa la GDO.

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    In effetti non si capisce perchè ridurre o abolire le promozioni dovrebbe influire sugli sprechi.
    Aggiungo che il cliente italiano medio è parecchio esigente in termini di disponibilità, ovvero vorrebbe trovare tutto l’assortimento anche 5 minuti prima della chiusura del punto vendita, e diciamo anche schizzinoso, i prodotti prossimi alla scadenza sono praticamente invendibili, anche con forti sconti, e se acquistati sono fonte di controversie successive.

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      Onestamente mi sembra chiaro perchè ridurre o abolire le promozioni influisce sugli sprechi. Io stessa, che mi considero una consumatrice attenta, sono incappata nella trappola del comprare due scatole dello stesso prodotto in offerta, proprio perché in offerta, altrimenti ne avrei presa una sola, e poi buttarne via una perché non ho fatto in tempo a mangiarla prima della scadenza. Se non ci fosse stata un’offerta, ovvero avessi saputo che due settimane dopo avrei trovato lo stesso prodotto allo stesso prezzo, ne avrei comprata una sola.
      Ora io ci sto attenta, anche se non abbastanza e qualche volta ci casco, ho conoscenti che stanno molto meno attenti e ci cascano spesso, con il conseguente spreco sia per l’ambiente che per il portafoglio.
      Anche la raccolta punti induce a comprare di più e con poca oculatezza. A volte ti mancano 3-4 punti per finire una scheda, o per arrivare ai 10-20 euro che poi ti danno il bollino, e compri al volo qualcosa che non ti serve per poi magari buttarlo via

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      Sinceramente se un individuo non è capace neanche di fare la spesa, ovvero guardare le scadenze e ipotizzare in quanto tempo potrà consumare il prodotto, non è certo colpa del supermercato di turno e delle sue promozioni…