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Sars-CoV2 sulle confezioni: la Cina vieta l’importazione a 56 aziende di 19 paesi

Sars-CoV2Nei giorni scorsi, con una decisione che segue altre analoghe degli ultimi mesi, la Cina ha vietato l’importazione di prodotti ittici da un’azienda ecuadoregna e ha invitato le autorità locali a vigilare sulla carne di maiale brasiliana, perché sulle confezioni degli alimenti congelati potrebbe trovarsi il Sars-CoV2. Già nella scorsa primavera aveva incolpato il salmone norvegese, e poi altri alimenti del Sud America e dalla Russia. E in giugno il Centro per il controllo delle malattie locali aveva annunciato di aver scoperto una contaminazione in confezioni di pesce surgelato in un impianto di Qingdao dove si erano ammalati due lavoratori, e aveva affermato che l’origine, per loro, era stato il cibo manipolato. Il risultato è stato che al momento la città di Qingdao analizza per l’eventuale presenza di coronavirus tutti gli alimenti importati (e si tratta di cibo per 9 milioni di persone) e i commercianti sono stati invitati a evitare, per quanto possibile, di importare alimenti dall’estero. Lo stesso stanno facendo la grande città portuale di Tianjin, dove si analizzano tutti i container che hanno contenuto cibo, e Shenzen: nessun altro al mondo, per ora, ha implementato norme di questo tipo. La Cina, invece, al 15 settembre aveva già analizzato 670.000 alimenti, trovando il Sars-CoV 2 in 22 di essi, e sta chiedendo sempre più spesso ai produttori di accompagnare la merce con certificati di assenza del virus.

Nel frattempo, però, questo tipo di precauzione ha distrutto o compromesso mercati importanti, e creato uno squilibrio nel commercio mondiale di alimenti con paesi quali il Cile, la Norvegia, il Canada, le isole Far Oer, l’Australia e molti paesi del Sud America. Lo stesso è successo con il colosso americano Tyson Foods, i cui polli non possono più entrare nel paese per timore di contaminazioni. In totale, sono 56 le aziende, appartenenti a 19 paesi (tra i circa 100 dai quali la Cina compra cibo), per le quali la Cina oggi è off limits.

Nessun paese ha adottato politiche restrittive verso l’import come ha fatto la Cina

Ma quanto c’è di fondato in tutto ciò? La domanda se l’è posta la rivista Time, che ha dedicato un dettagliato articolo al tema, nel quale ha ricordato innanzitutto la posizione delle autorità sanitarie internazionali e nazionali: per esempio, l’OMS ha detto che non è necessario disinfettare le confezioni, la Nuova Zelanda ha escluso la possibilità che l’origine del virus nel paese sia da attribuire agli alimenti surgelati (EFSA e BfR si sono espressi nello stesso modo, aggiungiamo noi) e l’International Commission on Microbiological Specifications for Foods ha detto che tutto ciò non è scientificamente giustificato.

In effetti, si sa che il Sars-CoV2 resiste al freddo (fino a -15° C almeno), ma la contaminazione attraverso un oggetto refrigerato è ritenuta del tutto improbabile. Il fatto che si possano trovare tracce di materiale genetico o dello stesso virus, non comporta che da quell’oggetto possa avvenire un trasferimento a un essere umano di particelle virali in buona salute e in grado poi di attecchire e replicarsi. Al contrario, gli studi condotti finora tendono a considerare questo genere di trasmissione estremamente improbabile, anche se non impossibile. Anche perché sarebbe necessario che una persona infetta tossisca o aliti sulla confezione senza protezione e che subito dopo un’altra persona tocchi la confezione e poi si tocchi il naso o gli occhi o bocca.

Le indagini effettuate sul campo finora hanno confermato che è possibile trovare materiale genetico del virus, ma non virus integri. Non è quindi certamente un caso se nessuno raccomanda le analisi delle confezioni o dei container, e se nessun paese ha adottato politiche restrittive verso l’import come ha fatto la Cina.
Il modo miglior per proteggersi, conclude Time, è sempre lo stesso: applicare le norme igieniche e il distanziamento sociale, perché la via di trasmissione di gran lunga preponderante è quella aerea.

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  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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2 Commenti

  1. Avatar

    Certo, quando erano loro il problema si sono affrettati a dire che le merci dalla Cina erano sicure, ora che il Covid si trova altrove trovano modo e maniera di giustificare decisioni politiche: 22 alimenti contaminati su 670.000 esaminati, sono dati ridicoli per giustificare una manovra del genere e oltretutto, come evidenzia l’articolo, senza che ci sia evidenza alcuna di possibilità di contagio, negato dagli scienziati. Questa pandemia rimane un affarone per la Cina.

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