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Sacchetti per ortofrutta, un anno dopo: le buste biodegradabili a pagamento non cambiano il carrello dei consumatori

Beautiful woman shopping red apples in supermarketUn anno dopo la rivoluzione dei sacchetti per ortofrutta compostabili e biodegradabili a pagamento che ha scatenato tante polemiche nelle prime settimane del 2018 (di cui abbiamo parlato più volte), il  temuto crollo degli acquisti di frutta e verdura sfusa non si è verificato. Lo rivela una ricerca condotta dall’Istituto Nielsen commissionata da Novamont e presentata a Bologna in occasione di Marca, la fiera del settore delle marche del distributore.

Secondo l’indagine, nel corso del 2018, si è verificato solo un modesto calo delle vendite di frutta e verdura sfusa (pari al 5,5%) in favore di quella confezionata (+13% per la frutta e +5% per la verdura), ma l’arrivo delle buste biodegradabili a pagamento non ha influito sul comportamento delle persone. Le ragioni del calo sono più complesse e sono da correlare con le nuove esigenze di alcuni gruppi di consumatori.

A prediligere i prodotti sfusi da mettere nei sacchetti compostabili sono i cosiddetti “alto-acquirenti”, cioè consumatori che comprano quantità elevate di frutta e verdura fresca. Per queste persone lo sfuso rappresenta il 70,8% degli acquisti del reparto ortofrutta. Stiamo quindi parlando di consumatori maggiormente  “colpiti” – si fa per dire – dall’introduzione dei sacchetti a pagamento. Secondo la ricerca pero questo gruppo  è quelle che condivide di più il provvedimento (+14% rispetto alla media nazionale), da loro considerato come un incentivo a tenere comportamenti più virtuosi da un punto di vista ambientale.

Chi sceglie frutta e verdura sfusa non lo fa solo per risparmiare, ma anche per ridurre l’impatto ambientale. In questo modo si cerca di evitare lo spreco alimentare dovuto all’acquisto delle quantità di frutta e verdura fresca imposte dalla confezione ma superiori alle proprie necessità, e poi si vuole in modo deliberato rinunciare alla plastica.

arance retina
Secondo l’indagine Nielsen, la crescita dell’ortofrutta confezionata non dipende dai sacchetti a pagamento, ma della preferenza verso i prodotti più pratici

I consumatori che invece fanno meno acquisti nel reparto ortofrutta sono anche quelli che preferiscono il confezionato, considerato più comodo e pratico rispetto al prodotto sfuso, e quelli che non si fanno influenzare dalle implicazioni ambientali della scelta.

Ci sono alcune cose che però mettono d’accordo la maggior parte degli intervistati: circa due consumatori su tre preferirebbero che i sacchetti fossero di una plastica biodegradabile più robusta e vorrebbero che ci fossero più formati disponibili a seconda del tipo di prodotto e della quantità da acquistare.

Insomma, l’aumento delle vendite della frutta e della verdura confezionata, è dovuto in gran parte alla crescita della domanda e dell’offerta di prodotti pratici e veloci, pronti da cucinare e da mangiare come  i piatti pronti, e non è certo influenzata dal centesimo della busta biodegradabile…

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  Giulia Crepaldi

Giulia Crepaldi

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15 Commenti

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    Elena Garcia Gomez

    Mi sono sempre posta un dubbio: il sacchetto è biodegradabile ma spesso (quasi sempre) ci va applicata l’etichetta emessa dalla bilancia di pesatura. Resta sempre gettabile nell’umido???

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    A proposito dell’etichetta, mesi fa in un mio commento avevo scritto che la Coop a breve ne avrebbe adottata una compostabile (forse letto sulla loro rivista). Ad oggi però non mi risulta.
    Per il resto, meno male: che dopo tutte le (esagerate) polemiche ci fosse il rischio di un uso maggiore del preconfezionato, era possibile.
    Tuttavia, anche in questo caso noto un ‘difetto’ del nostro sistema legislativo: la mancanza di “manutenzione” delle norme per correggerne errori e difetti. Mi riferisco alla sentenza (Cassazione? Consiglio di Stato forse) che permetterebbe ai compratori di portare proprie buste purché nuove ed a norma. Assurdo. Non è pensabile che il personale di un punto vendita stia dietro a controllare, e poi che fa sì mette a litigare con un acquirente per una busta non compostabile? Modificare norma, precisare: ammesse solo le buste del punto vendita.
    Riguardo i diversi formati, troppo complicato gestirli. E poi aumento dello scarto: uno prende una busta e si accorge che non è la misura giusta. La butta. Riguardo lo spessore, buste più robuste avrebbero un costo maggiore. Al momento mi sembra più semplice che chi deve acquistare peso, suddivida su più sacchetti. La perfezione è troppo complicata

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    In famiglia usiamo la frazione umida degli scarti per produrre compost per il nostro orto.
    (Cosa ammessa e gradita dal comune di residenza.)
    Purtroppo se ci mettessimo anche i sacchetti “compostabili” a primavera avremmo un orto pieno di plastica svolazzante e ben lontana dalla sparizione.
    Il 1° gennaio 2018 ho messo in concimaia un sacchetto bio, 4 mesi dopo l’ho estratto ed esposto al sole.
    Poi ho provato a metterlo sotto terra per un paio di mesi. Dopo tutti questi passaggi si è trasformato in una specie di carta leggera ma sempre ben visibile e maneggiabile.
    Se fosse stato in mare in questi mesi in cui se la passava bene a casa mia avrebbe accoppato non so quanti esseri viventi, (a meno che mangiandolo non riuscissero a digerirlo).
    Siamo sicuri che sia la strada giusta?

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      Anche io come piccolo test ho messo da un paio di mesi una busta in terrazza segnandomi la data per vedere cosa fa. Va detto che durante la stagione fredda i processi sono più lenti.
      Per quanto riguarda la questione del compostaggio della signora, di sicuro quello industriale prevede la triturazione. Credo sia indispensabile per velocizzare la degradazione.
      Esiste una norma che definisce le caratteristiche dei sacchetti compostabili, di sicuro è anche previsto il tipo di trattamento dopo il quale saranno disfatti. Per il compost domestico penso si debba dare una mano tagliuzzando un pò la busta

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    Nel mio comune c’è una persona che stagionalmente viene a controllare il biocomposter e mi ha detto di non introdurre le buste biodegradabili perché il loro essere biodegradabile è inteso a livello industriale, laddove il digestato subisce triturazione e si degrada in tempi più brevi. Dunque che me ne faccio? Alla fine vanno ad ingrossare l’indifferenziato. Non ha senso.
    In più vorrei sapere da che tipo di coltivazione arriva il mais con cui sono prodotte queste buste, se il mais non è biologico significa che è stato coltivato con uso massiccio di sostanze chimiche, funghicida e diserbanti vari. Tutte sostanze che entrano a far parte del prodotto finale e dunque delle tanto santificate buste che ci vengono spacciate come la soluzione più ecologica ed igienica. Questo non ha alcun senso se io le uso per imbustare vegetali biologici, è una contraddizione. Per i vegetali convenzionali, dove i residui chimici sono sostanziosi non fa nessuna differenza e non ci dovrebbe essere tutta questa smania di igiene visto quanto sono sporchi e contaminati già di per sé. A me non importa, i compro solo bio, ma la questione è davvero inutile.
    Spero che si arrivi presto al buon senso, ad un metodo più ecologico come l’uso delle retine o delle sporte di stoffa: le compri una volta e fino a che durano non le butti e sprechi meno materie prime. Uno pesa la frutta e la verdura sul piatto della bilancia senza alcun sacchetto e poi la mette nel proprio contenitore, scatola, busta o quel che vuole. In Marocco nei super c’è una persona alla bilancia, fa solo quello, pesa i prodotti e poi tu te li insacchetti. È solo un esempio di come le soluzioni possano essere molto più semplici e a favore dell’ambiente. Le buste biodegradabili non mi sono mai state simpatiche e mi piacerebbe sapere qual è il loro impatto ambientale in produzione, dalla semina del chicco alla busta finita.

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    il fatto di tutto quel “chiasso” contro i sacchetti nei supermercati … non era perchè il consumatore non capiva che così aiutava il nostro pianeta … ma per il fatto che si doveva pagare obbligatoriamente ….come mai per anni i vari sacchetti sono stati dati in “omaggio” (si fa x dire) a chi acquistava sfuso? se è così importante “aiutare il pianeta” perchè non hanno obbligato le varie aziende del “confezionato” a cambiare le loro confezioni? ci sono prodotti che ne hanno persino 4 involucri … vaschetta polistirolo carta con logo azienda carta interna plasticata piu pellicola … di questi nessun provvedimento per far cambiare queste abitudini …. si guarda solo da una parte e dalle altre tre? Sono una consumatrice molto attenta e ancora oggi sono obbligata a leggere i contenuti degli ingrediente perchè diverse aziende usano ancora l’oliodipalma …. direte “che palle” … ma non è così perchè io amo il mio pianeta terra e sono sempre molto attenta a quello che acquisto e a come mi comporto …. sempre

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    non sono molto d’accordo con quanto emerso da questa indagine, in quanto, si sa, queste sono sempre scarsamente rappresentative del reale target, perché le variabili sono troppe per includerle tutte e inoltre quanto riferito dal “popolo” non è sempre un dato certo; io ho riscontrato invece che mi vedo appioppare il costo del sacchetto anche se appiccico l’etichetta direttamente sull’ortaggio e, se in alcuni casi alla fine te lo stornano, in altri (proprio COOP!) lo storno non è previsto; inoltre, che dire dei guanti in volgarissima plastica che bisogna usare?

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    Temo che allo stato attuale i sistemi di compostaggio non siano in grado di far fronte all’improvvisa massa di sacchetti biodegradabili.

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      giusto, aggiungi poi etichette non compostabili e guanti in plastica e cosa ne esce? che il tutto non è che un colossale business inutile alla salvaguardia dell’ambiente; qui a Bolzano poi x compostare si possono usare solo sacchetti di carta…

    • Roberto La Pira

      Diciamo che c’è qualche criticità ma bollare il tutto come inutile …..

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    Io non ho bollato tutto come inutile ma non so come smaltire correttamente questo sacchetto “bio”.
    Nel compost non posso (va a finire nell’orto di famiglia!) posso metterlo nella plastica?
    devo metterlo nell’indifferenziata?
    Io tento di usarlo più volte quando devo dare qualcosa a qualcuno ma sono talmente fragili che al massimo posso metterci 200 gr. di popcorn…
    Purtroppo se ne usano parecchi facendo la spesa perché basta il “picciolo” della melanzana o di una mela e il buco è fatto.
    Potrei chiedere lumi all’azienda che si occupa dello smaltimento in generale, ma non so che aiuto possano darmi visto che il regolamento stilato da loro prevede che nel “compost” di casa vadano anche le ossa!
    Nessuno ha detto loro che le ossa restano intatte anche dopo migliaia di anni. Ve lo immaginate un orto pieno di femori bovini e stinchi di maiale?

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    e un paradosso a tuttoggi la carta chimica delle bilance non è assolutamente compostabile

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    Sacchetti compostabili che non riescono ad arrivare intatti a casa.
    Sacchetti che se arrivano a casa intatti e decidi di buttarci l’umido, poi devi fare i conti con il buco dello scontrino che li rende di fatto non riutilizzabili.
    Sacchetti biodegradabili che si scontrano con la non biodegradabilità di guanti e scontrino.
    Sacchetti che costano un tot cadauno, e che sulla spesa finale incidono eccome.
    Sacchetti che spesso emanano odori a dir poco sgradevoli, che torni a casa e credi di aver raccolto sbadatamente un cassonetto di organico che era al sole da mesi.
    Mi chiedo per quale motivo il 100% dei supermercati ha recepito questa direttiva imponendo di pagare questo balzello per un prodotto che non può essere riutilizzato in alcun modo (generando quindi spreco di risorse finite), mentre ai mercati rurali io mi posso portare le mie sporte e riutilizzarle centinaia di volte.

    Qual’è, di grazia, il vantaggio in termini ambientali di questi prodotti?

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    Io ho risolto il problema attaccando l’etichetta in alto sui manici e a casa taglio ed ho il sacchetto utilizzabile. Che poi a conti fatti costa molto meno dei sacchetti nuovi che dovrei comprare per conferire l’umido nei bidoni.