Giovane donna attraente in una fattoria. Donna agricoltore che raccoglie frutta dal suo orto biologico. Agricoltura: donna che raccoglie mele mature in giardino durante l'autunno. sostenibilità

La sostenibilità degli alimenti è una questione anche economica. La carne di manzo, così come i derivati del latte vaccino, dovrebbero essere venduti a un prezzo molto più elevato di quello medio attuale, per disincentivarne il consumo. Parallelamente, la carne di pollo e i vegetali in generale dovrebbero essere sostenuti anche economicamente, affinché sostituiscano altri alimenti dall’impatto ambientale peggiore.

Il rapporto della Banca Mondiale

A indicare questa direzione è la Banca Mondiale, che nel suo rapporto Recipe for a Livable Planet – Achieving Net zero Emission in the Agrifood System propone, innanzitutto, una rivoluzione culturale, che prenda le mosse dall’abbandono dei sostegni al sistema attuale e dal riposizionamento degli investimenti in ambiti decisamente più sostenibili. La svolta – che praticamente da tutta la comunità scientifica e da quella degli ambientalisti da tempo auspica – non è mai stata abbracciata da un organismo economico di questo tipo, e rappresenta un segnale molto forte.

Il motivo è chiaro: anche volendo considerare solo gli aspetti economici, il sistema attuale è avvitato in un circolo vizioso che non ha una soluzione: produce sempre meno a causa delle condizioni della terra, del clima e dell’acqua. Quindi ricorre a forzature sempre più forti (più fertilizzanti, più suolo occupato, più deforestazione e così via). Ma ciò aggrava la crisi climatica. E quest’ultima, a sua volta, rende sempre peggiori le rese dei metodi tradizionali di coltura e allevamento, spingendo verso nuove devastazioni.

Per incidere sulla situazione si deve quindi cambiare radicalmente prospettiva e approccio: si deve modificare la domanda che, attualmente, è responsabile, nel suo insieme, del 60% delle emissioni.

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La sostenibilità alimentare richiese uno spostamento di focus

Allevamento, trasporto, spreco…

In uno dei grafici riportati si comprende da che cosa arrivino queste ultime: per metà dall’allevamento in sé (per esempio, dalla fermentazione dello stomaco dei bovini, dalla gestione delle loro deiezioni e così via) ma per l’altra metà da numerose voci tra le quali la lavorazione, il packaging, la conservazione, il trasporto, lo spreco e altro.

Oltre a questo, il patrimonio delle Terra si è già sfruttato oltre il tasso di ricostituzione in diversi ambiti con conseguenze che, nella maggior parte dei casi, non si fermano di fronte alle frontiere politiche, ma interessano più Paesi, come avviene per le acque, o la qualità dell’aria.

A fronte di ciò, se si analizzano i dati degli ultimi trent’anni, si vede come la crescita della domanda di carne e latticini sia stata continua soprattutto nei paesi a sviluppo medio, e come questa rappresenti ormai, per molti di essi, una voce cruciale dell’economia nazionale. Non si può quindi pensare che i trend si invertano senza un’azione efficace, e forte quanto necessario verso la reale sostenibilità. Anche perché, per quanto riguarda i rimedi, ognuno segue la sua via, e non c’è coordinamento tra le iniziative nazionali. Il Brasile, per esempio, punta soprattutto sulla riforestazione, la Cina sulla rieducazione dei consumi (uno degli unici paesi a farlo), gli Stati Uniti sulla riduzione delle emissioni.

Sostenibilità complessa

La situazione è assai articolata e complessa, ma dal punto di vista prettamente finanziario il cambiamento non sarebbe insostenibile: si dovrebbero devolvere alla conversione circa 260 miliardi di dollari all’anno, pari a 18 volte ciò che oggi si destina a scopi di questo tipo. Ma quel denaro si potrebbe prendere da dove viene messo oggi, e cioè in tutte quelle forme di sussidio che tengono in piedi il mercato della carne da allevamento. Un mondo modellato su un pianeta che non è più lo stesso da decenni, e che senza di esse, probabilmente, avrebbe già subito un importante ridimensionamento.

E non è tutto: da un punto di vista dell’efficienza economica, si tratterebbe di uno sforzo con molte ricadute positive, e non solo per ciò che riguarda la crisi climatica. Si avrebbero infatti altri tre tipi di benefici: si renderebbero i paesi o le regioni molto più autosufficienti e resilienti di fronte a eventi imprevisti e alle crisi climatiche; si amplierebbe la disponibilità di cibo; si proteggerebbero le popolazioni più vulnerabili. Inoltre, si creerebbero nuovi posti di lavoro, molto più adeguati alla contemporaneità.

Dove investire

Nel rapporto si indicano le sei aree strategiche sulle quali puntare, per facilitare il cambiamento: investimenti, incentivi, innovazione, informazione, istituzioni e inclusione. Su questi ambiti si dovrebbe promuovere la collaborazione tra istituzioni, cittadinanza, aziende, organizzazioni internazionali e tutti i soggetti coinvolti. Il sistema agroalimentare ha raggiunto dimensioni così gigantesche – concludono gli economisti – che con ogni probabilità è responsabile, da solo, del mancato raggiungimento del contenimento del riscaldamento globale a 1,5°C. Ma finora non si è mai affrontato partendo dalle sue vere dimensioni. È ora di farlo.

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luigiR
luigiR
4 Giugno 2024 14:43

le lobby oggi giocano un ruolo primario nelle decisioni dei governi: non c’è foglia che si muova senza il loro consenso. perdurando questo quadro nel dettare gli indirizzi politici in quasi tutti i consessi mondiali, siamo all’impasse, con tanti problemi ambientali che non trovano soluzione, ma che, anzi, continuano a crescere e preoccupare sempre più.

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