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Prosciutto di San Daniele: la posizione dell’ente di certificazione di fronte allo scandalo di “Prosciuttopoli”

Prosciutto di San DanieleRiceviamo e pubblichiamo questa lettera dell’ente che certifica il prosciutto di San Daniele (Istituto friuli controllo qualità cetificazione – Ifcq) sulla vicenda di Prosciuttopoli. Per correttezza va detto che la redazione ha contattato più volte l’Istituto, senza ricevere riscontri, che Ifcq un anno fa è stato sospeso per sei mesi dal Ministero delle politiche agricole insieme all’ente certificatore del prosciutto di Parma IPq, per non avere svolto correttamente i controlli sui prosciutti. La vicenda ha portato alla smarchiatura e al ritiro di 1,2 milioni di cosce destinate ad essere vendute  al dettaglio per un valore di 8 milioni di euro. Infine va detto che il sistema della valutazione del peso dei maiali vivi di Ifcq, non è in sintonia con il metodo previsto dai piani di controllo del disciplinare condiviso da Accredia e dal Ministero delle politiche agricole (Mipaaft). Chiariremo questo concetto fondamentale nella vicenda Prosciuttopoli in un prossimo articolo.

 

Spettabile Redazione,
Molto è stato scritto in questi ultimi mesi da Il Fatto Alimentare, e, nello specifico, da Roberto La Pira, sui processi pendenti presso i Tribunali di Pordenone e Torino riguardanti le DOP Prosciutto di Parma e Prosciutto di San Daniele.

I toni apocalittici (vedi, per esempio, i titoloni: “A rischio la DOP”, “Una truffa gigantesca. Consorzi ed Enti di Certificazione nella bufera”, ecc.) usati, poi, hanno gettato discredito, oltre che sugli Organismi di Certificazione, IFCQ Certificazioni s.r.l. e Istituto Parma Qualità, anche sull’intero comparto delle DOP, che è in procinto di attivarsi nelle sedi penali e civili per il ristoro dei danni patiti a cagione di una tale siffatta disinformazione. Quanto riportato nei numerosi articoli non corrisponde al vero. Sui pochi fatti noti sono state costruite teorie personali vendute come verità. Si è voluto amplificare in modo smodato la portata di ogni singolo aspetto della vicenda, esasperandola. Urge perciò fare chiarezza su quanto è successo in questi ultimi anni, visto che chi doveva informare si è preoccupato solo di montare e propagandare uno scandalo.Partiamo dai dati contenuti nel “Report attività 2018” del Dipartimento dell’Ispettorato Centrale della tutela della Qualità e della Repressione Frodi di prodotti agroalimentari, a seguito delle operazioni dirette dalle Procure di Pordenone e di Torino. N. 810.000 sono state le cosce sequestrate, circa n. 480.000 sono stati i prosciutti esclusi dalla DOP e circa n. 500.000 sono state le cosce smarchiate su iniziativa degli stessi allevatori.

Dei n. 810.000, prosegue il Report 2018 di ICQRF, n. 80.000 prosciutti sono stati dissequestrati con esclusione dal circuito della DOP.
Le Procure di Pordenone e Torino hanno via via dissequestrato tutti i lotti oggetto della misura cautelare. Nei primi mesi del 2019, anche gli ultimi prosciutti DOP San Daniele, oggetto delle misure restrittive, sono stati liberati.
I dissequestri prevalentemente sono avvenuti previa smarchiatura. Il massiccio lavoro svolto dalle Procure e i numerosi sequestri hanno consentito perciò di distrarre dal circuito tutelato tutti i prosciutti in relazione ai quali vi era anche solo un sospetto di non conformità. Tale azione ha garantito che i prosciutti immessi sul mercato, contrassegnati con la DOP, fossero tutti conformi ai requisiti prescritti dal Disciplinare di produzione.

Il diritto dei consumatori ad aver acquistato un prodotto di qualità coerente con quanto certificato e pagato è stato salvaguardato. Per quanto riguarda le produzioni precedenti ai sequestri eseguiti dalle Procure, vale solo pena di precisare che tali misure hanno interessato lotti di prosciutti, e non animali vivi, relativi ad animali nati, come minimo, 9 mesi prima della data del sequestro. L’ampio arco temporale dell’azione cautelare delle Procure ha consentito senz’altro di intercettare le produzioni fraudolente conosciute. Spingersi in considerazioni ulteriori e diverse, significherebbe ragionare per illazioni, in quanto tali inidonee a provare qualunque verità.

Per quanto attiene alla paventata negligenza del personale dell’Istituto, chiariamo che la misura dei controlli INEQ, preordinati a captare comportamenti fraudolenti dei soggetti riconosciuti, è delineata dal quadro normativo di riferimento che individua nel Disciplinare di produzione e nel Piano di Controllo gli strumenti ai quali fare riferimento.

Il Disciplinare comprende, tra l’altro, la descrizione del prodotto mediante l’indicazione delle materie prime impiegate, e delle principali caratteristiche fisiche, chimiche, microbiologiche e/o organolettiche del prodotto, ossia la descrizione dei requisiti di conformità del prodotto.

Il Piano di Controllo individua i controlli diretti a verificare la sussistenza dei detti requisiti di qualità previsti dal Disciplinare e le modalità con le quali gli stessi devono essere eseguiti.
Il compito dell’Istituto è assolto quando tali verifiche sono effettuate nella intensità indicata dal Piano di Controllo e gli esiti valutati da un organo imparziale che decide sulla certificazione delle produzioni e sul ricorrere di eventuali Non Conformità.

I controlli sono preordinati ad accertare la sussistenza dei requisiti di qualità e con tale focus sono stati svolti, tuttavia, se, nell’ambito di tale attività, sono rilevati comportamenti irregolari da parte dei soggetti riconosciuti, segue la segnalazione all’Ufficio ICQRF competente per territorio per le conseguenti determinazioni.

Del tutto fantasiose sono anche le proporzioni date al fenomeno “Prosciuttopoli”, come lo stesso La Pira etichetta la vicenda giudiziaria che sta riguardando taluni operatori della filiera suinicola.
In verità i procedimenti penali hanno riguardato un numero veramente circoscritto di allevatori iscritti nel circuito tutelato delle DOP Prosciutto di San Daniele e Prosciutto di Parma, in special modo se rapportato al numero di quelli iscritti nel circuito tutelato delle due DOP pari a poco meno di n. 4.000. Lo stesso La Pira il 21 maggio u.s. quantifica gli allevatori coinvolti in n. 140. Sempre “Il fatto alimentare del 21 maggio u.s.” ci dice che “Il filone torinese delle indagini, seguito dal procuratore della Repubblica Vincenzo Pacileo, si è concluso il 17 maggio con il patteggiamento per 10 imputati variabile da pochi mesi ad oltre un anno di reclusione più una multa (altri patteggiamenti erano stati fatti in precedenza) e di 6 società per responsabilità amministrativa complessivamente ad alcune di migliaia di euro”. Per la Procura di Pordenone i rinvii a giudizio sono circa una sessantina (dal Report 2018 ICQRF).

Senza voler in alcun modo sminuire la frode oggetto dei procedimenti penali, che rimane grave e assolutamente da combattere, il numero delle persone rinviate a giudizio racconta qualcosa di diverso rispetto allo scenario apocalittico tratteggiato dal nostro La Pira.
In ogni caso, IFCQ Certificazioni s.r.l. ha intensificato la collaborazione con gli uffici ICQRF e il presidio sul territorio per il monitoraggio in particolare del rispetto dei requisiti di conformità oggetto di indagine da parte delle Procure.

Recentemente è stato scritto anche che “ogni settimana 80.000 cosce di maiale inadatte a diventare prosciutti crudi di Parma e di San Daniele DOP entrano in modo truffaldino (sic!?) nel circuito e vengono poi vendute a prezzi stratosferici nelle salumerie e nei migliori supermercati”. Ed ancora, sempre del medesimo tenore, si legge: “In realtà Prosciuttopoli va avanti, perché nei prosciuttifici continuano a essere stoccate centinaia di migliaia di cosce illegali, destinate ad essere stagionate e vendute come veri prosciutti di Parma e San Daniele DOP”. In verità, l’unico scandalo ravvisato in siffatte affermazioni sta nella finalità meramente sensazionalistica perseguita con le stesse, destituite di riscontri oggettivi, che per ciò stesso non meriterebbero alcuna considerazione. Tuttavia la gravità di tali asserzioni impone una brevissima replica.

Come detto, i requisiti di conformità dei suini e delle cosce destinati alla DOP sono oggetto di intenso controllo da parte di IFCQ di concerto con l’autorità ministeriale. Da quanto letto a più riprese, si assume che le “80.000 cosce di maiale” sarebbero “inadatte a diventare prosciutti crudi di Parma e di San Daniele DOP” perché difetterebbero del requisito del peso.
In punto di peso delle cosce e dei suini destinati alla DOP avviati alla macellazione, il Disciplinare di produzione della DOP Prosciutto di San Daniele prevede che (pag. 14) “Le cosce dei suini impiegate per la preparazione del prosciutto di San Daniele devono essere di peso non inferiore a 11 chilogrammi.” e (pag. 17) che “I tipi genetici utilizzati devono assicurare il raggiungimento di pesi elevati con buone efficienze e, comunque, un peso medio per partita (peso vivo) di 160 chilogrammi (più o meno 10%)”.

Ora, da una semplice lettura è incontrovertibilmente chiaro che il Disciplinare non indica il peso massimo che le cosce devono avere, ma impone solo il limite minimo degli 11 chili.
L’altro parametro di ammissibilità è dettato dal peso medio vivo della partita di suini certificati destinati alla DOP, accertato al tempo della macellazione. Qui il Disciplinare dice semplicemente che la media del peso della partita di suini avviati alla macellazione deve essere compresa nel range 144 – 176 chilogrammi. Ciò significa che all’interno di una partita ci possono essere suini che sforano il peso di 176 chilogrammi (i c.d. grossoni) controbilanciati da altri di peso inferiore ai 144 chili (i c.d. magroni). Tale eterogeneità è del tutto normale essendo i suini animali che, come le persone, hanno accrescimenti di peso nell’arco della propria vita diversi. Questo motiva la rilevanza del peso della partita piuttosto che del singolo suino. Per tutto quanto è stato erroneamente detto e bene ribadire ancora una volta che il Disciplinare non dice che il peso dei suini deve essere compreso tra 144 e 176 chili, ma che in tale range deve rientrare il peso medio vivo della partita.Inoltre, a ben vedere, il Disciplinare si preoccupa che, ferma restando la genetica corretta, i suini abbiano pesi elevati e buone efficienze. Come dire che un suino pesante è preferibile per qualità.Ma vi è di più. Il Piano di Controllo della DOP Prosciutto di San Daniele prevede che, nel caso in cui il macello accerti che la partita di suini consegnata per la DOP presenti un peso superiore al consentito, possa escludere dalla partita i soli grossoni nel numero necessario a ricondurre il peso medio al range prescritto.

Proprio perché un peso elevato è comunque visto con favore dal Disciplinare, il Piano di Controllo non sanziona con l’esclusione, dal circuito della DOP, le cosce ottenute da partite di peso medio non conforme, ma con una Non Conformità lieve, ossia con una diffida che al terzo accertamento sfocia in misure di controllo rinforzato.
Alla luce di quanto precede, francamente appare avulsa da ogni ragionevolezza e priva di addentellato alla realtà l’affermazione per la quale “nei prosciuttifici continuerebbero a essere stoccate centinaia di migliaia di cosce illegali (…)”!
A ciò si aggiunga che il Piano di Controllo della DOP Prosciutto di San Daniele prevede, preliminarmente alla immissione sul mercato dei prosciutti, il campionamento di un determinato numero di prosciutti, in base alla consistenza del lotto di produzione, finalizzato alla verifica dei parametri chimico-fisici. Tale accertamento finale dà garanzia al mercato che il prodotto commercializzato presenta quelle caratteristiche chimico-fisiche previste dal Disciplinare della DOP Prosciutto di San Daniele.
Le analisi chimiche riguardano la verifica dei parametri di umidità, del rapporto percentuale tra cloruro di sodio e umidità, il rapporto tra l’umidità percentuale e la composizione percentuale di proteine totali e l’indice di proteolisi (Vedi pag. 15 del Disciplinare).

Oltre a queste analisi, sulle cosce fresche, prima della fase di stagionatura quindi, viene accertata “La giusta consistenza del grasso che (n.d.r.) è stimata attraverso la determinazione del numero di iodio e/o del contenuto di acido linoleico, da effettuarsi sul grasso interno ed esterno del pannicolo adiposo sottocutaneo della coscia. Per ogni singola coscia il numero di iodio non deve superare 70 ed il contenuto di acido linoleico non deve essere superiore al 15%” (Vedi pag. 14 del Disciplinare).
A ben vedere le analisi che vengono effettuate sui prosciutti sono diverse e riguardano più fasi di lavorazione a garanzia della qualità del prodotto offerto.
Infine, solo alcune brevi considerazioni sul rapporto intercorrente tra IFCQ Certificazioni, Assica e il Consorzio del Prosciutto di San Daniele, foriero, secondo quanto è stato riportato, di reciproche connivenze ai danni del sistema e dei consumatori.

Prima del Regolamento (CEE) n. 2081/92 le attività di controllo e certificazione venivano svolte direttamente dall’Ente di Tutela della denominazione, ossia nel caso di specie, dal Consorzio della DOP Prosciutto di San Daniele. Il richiamato Regolamento comunitario ha previsto che le attività di controllo e certificazione delle DOP e IGP non potessero più essere svolte dagli Enti di Tutela, ma dovessero essere demandate ad Organismi di Controllo, anche di diritto privato. È stato così che, nel 1997, come derivazione del Consorzio, è stata costituita INEQ. Tale operazione, all’epoca dei fatti, non era affatto peregrina e chiarisce come mai gli Organismi di Controllo storici possono avere, tra i loro soci, rappresentanti della filiera da loro stessi controllati.
Il ruolo dell’Ente di Tutela e quello dell’O.d.C. non sono affatto di asservimento del secondo al primo, ma di completamento.
Infatti, l’art. 14 della Legge n. 526/99, sostitutivo dell’art. 53 della Legge n. 128/98, chiarisce molto bene come i controlli degli O.d.C. sono altro rispetto a quelli svolti dai Consorzi di tutela che, oltre ad altre funzioni, collaborano, secondo le direttive impartite dal Mi.P.A.A.F.T., alla vigilanza delle denominazioni da abusi, atti di concorrenza sleale, contraffazioni, ecc. Tale attività è esplicitata ad ogni livello e nei confronti di chiunque, in ogni fase della produzione, della trasformazione e del commercio. Gli agenti vigilatori dei Consorzi sono agenti di pubblica sicurezza.
Le funzioni di vigilanza e controllo rispettivamente svolte da Consorzi e O.d.C. impongono senz’altro un confronto ed una collaborazione, non riconducibili ai ruoli di controllato e controllore. Per di più l’attività di vigilanza del Consorzio, come detto, avviene ad ogni livello e nei confronti di chiunque, quindi anche nei confronti dei suoi stessi produttori consorziati.
Nel corso degli anni INEQ ha incrementato e diversificato il numero dei prodotti certificati, fino ad arrivare a 23. È emersa quindi la necessità per INEQ di svincolarsi dalla compagine sociale ormai non più rappresentativa della sua mission. È stato così avviato un processo di ristrutturazione avente come obiettivo, raggiunto, la separazione della proprietà dalla governance. Lo strumento individuato è stato quello del Trust. Tale ultimo atto è stato preceduto dalla scorporazione del ramo l’azienda certificazione di INEQ e il suo conferimento in IFCQ a sua volta conferito nel Trust ODC, il cui Trustee è la s.r.l. Società Italiana Trust (S.I.T. s.r.l.).
L’istituto del Trust ha consentito di svincolare l’amministrazione di IFCQ, demandata alla SIT, dalle ingerenze dei Beneficiari la cui identità, a questo punto, non rileva più, avendo perso ogni peso decisionale.

È incorso nuovamente in errore La Pira che sostiene a gran voce il conflitto di interessi tra IFCQ e il Consorzio del Prosciutto di San Daniele e ASS.I.CA. Si riportano le risibili affermazioni lette qualche giorno fa, che tradiscono una assoluta mancanza di conoscenza dei fatti e dell’istituto giuridico del trust: “… il conflitto di interessi che li (IFCQ e IPQ) lega ai consorzi del prosciutto di Parma e San Daniele sono una bomba ad orologeria” (n.d.r.: niente meno!!!).
Peraltro a completamento di quanto innanzi e a chiarimento delle ragioni che hanno indotto IFCQ ad optare per il trust al fine di accentuare la propria autonomia, ricordiamo che proprio l’istituto del trust è stato recepito dall’ordinamento italiano con Legge n. 112/2016 ed è vieppiù utilizzato, in diritto societario, proprio per superare situazioni di conflitto di interesse.
A completamento, va inoltre detto che tutti gli Organismi di Certificazione, e quindi anche IFCQ, a seguito del Regolamento (UE) n. 1151/2012, hanno dovuto adottare dei modelli organizzativi conformi ai principi di imparzialità ed autonomia previsti, prima, dalla norma europea EN 45011, ora, dalla ISO 17065:2012, comprendenti meccanismi di salvaguardia dell’imparzialità che trovano diretta attuazione nell’esercizio dell’attività di certificazione.
Abbiamo ripercorso i fatti salienti degli ultimi anni. È emerso che il prosciutto di San Daniele DOP immesso sul mercato, anche nel periodo critico delle indagini, aveva i requisiti prescritti dal Disciplinare di produzione, che i lotti, in relazione ai quali vi è stato anche solo un sospetto di non conformità, sono stati distolti dal circuito tutelato, che la qualità del prodotto è monitorata e, in ogni caso, garantita dalla preliminare verifica da parte di IFCQ dei parametri chimici mediante analisi di laboratorio effettuate a campione sui lotti oggetto di richiesta di svincolo.
Il processo di ristrutturazione intrapreso da IFCQ Certificazioni s.r.l. dimostra come la struttura si sia messa in discussione e abbia saputo rinnovarsi, anche grazie ai correttivi imposti dal Mi.P.A.A.F.T. durante il periodo di sospensione, conclusosi positivamente.
Come avviene in ogni azienda, proprio perché tutto è migliorabile e perfettibile, è stato avviato un processo di crescita permanente che prevede investimenti nel breve termine per potenziare l’informatizzazione dei dati, rendere la loro gestione più rapida e condivisa con gli operatori del settore legittimati alla loro acquisizione, corsi di formazione del personale, il passaggio da controlli orizzontali a mirati e preordinati a intercettare le criticità del sistema basato sull’analisi dei rischi. Tante le novità quindi e i progetti futuri di IFCQ per potenziare i servizi offerti e renderli rispondenti alle sempre nuove esigenze della produzione e del mercato e per dare garanzia della qualità dei prodotti dalla stessa certificati, prevista dai Disciplinari e attesa dai consumatori.
Per tutto quanto precede è lapalissiano che tutta la vicenda è stata trattata con estrema superficialità da “Il Fatto Alimentare”. La generalizzazione delle problematiche indagate dalle Procure a tutto il comparto ha pregiudicato un intero settore, costituito per la quasi totalità da operatori che si spendono con serietà per mantenere alti gli standard di qualità individuati dai Disciplinari di produzione.
Al fine di fare chiarezza su tutta la vicenda, a rettifica di quanto scritto da Roberto La Pira, IFCQ chiede che venga pubblicato a stretto giro lo scritto che precede.
In difetto, nel prendere atto di questa ulteriore manifestazione di non volontà di fare chiarezza sui contenuti oggetto dell’inchiesta, anche IFCQ si riserva di agire nelle opportune sedi per la tutela dei propri diritti.
Distinti saluti.
IFCQ Certificazioni s.r.l. a socio unico
L’amministratore Unico – dott. Ludovico Picotti

San Daniele del Friuli 20 giugno 2019

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14 Commenti

  1. Avatar
    consumatoreicredulo

    Letto cio’ da consumatore resto ancora piu’ incredulo. Se la materia prima non e’ idonea chissenefrega giusto? Tanto il consumatore compra e paga la domanda che mi pongo e’ questa: Ci sono altri punti del disciplinare che nel caso non fossero rispettati produrrebbero quella che e’ definita non conformità lieve? Lieve? Il chiarimento e’ peggio del dubbio.

  2. Avatar

    Tralascio i contenuti della lunghissima lettera che non riesco a leggere (per ora) però partendo dal presupposto che ” la redazione ha contattato più volte l’Istituto, senza ricevere riscontri,” vien da dire che se avessero risposto da subito alla richiesta forse sarebbero stati più credibili, ora, a scandalo scoppiato. Se infatti il Fatto Alimentare ha trattato con superficialità la vicenda, quale occasione migliore che rispondere alle loro richieste e smontare quindi le loro apocalittiche opinioni?
    Dopo di che, leggo che su 810.000 prosciutti, 80.000 sono stati disequestrati. Bene, ma ne restano 730.000, mica pochi. Che il resto è stato dissequestrato previa smarchiatura, ovvero declassandoli, per cui di che stiamo a parlare? Dopo poche righe mi è venuta l’idea che si cerchi di sminuire tutto quello che non va. Leggerò con più attenzione alla prima occasione…
    P.S. Da semplice consumatore, anche il solo leggere della sospensione dell’ente certificatore per irregolarità sostanziali, è sufficiente per innescare un dubbio sulla Dop.

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    I produttori, una volta vistisi sequestrare i prosciutti, a tuo avviso possono attendere i tempi della giustizia, oppure per non buttare la merce decidono di chiederne il dissequestro declassandoli? Prova a chiedertelo e poi magari capisci di cosa stiamo parlando riguardo ai restanti prosciutti declassati.
    Riguardo la sospensione degli enti: quali sono queste irregolarità sostanziali? Dove sono riportate? In quale documento ufficiale? Sai cosa comporta la sospensione per un ente? Perché è stata adottata invece della revoca prevista nel caso di gravi irregolarità? Sono tante le domande e poche quelle a cui tu, consumatoreincredulo, La Pira e io sappiamo rispondere

    • Avatar
      Un consumatore attento

      Per una volta che avete una lettera ufficiale di risposta di un ente non la condividete sui social? Avete paura che i consumatori si ricredano a quanto è stato scritto in tutti questi mesi?!
      Tutto quello che è stato dichiarato da IFCQ è assolutamente veritiero e reale e la gente dovrebbe leggere attentamente ogni singola parola anziché rispondere “lettera troppo lunga” e continuare a infangare dei prodotti che non sono solo eccellenze italiane, ma che soprattutto danno da lavorare a migliaia di lavoratori onesti con famiglie.
      La frode c’e Stata, ma è stata trattata da chi di dovere e soprattutto è stata contenuta
      Inviterei La Pira a farsi un giro in alcuni salumifici dove ci sono ancora i sigilli sulle cosce e le evidenze del declassamento dei lotti, a farsi un giro in un macello dove può verificare che dopo il passaggio al FOM (se non sapete cos’è informatevi) non tutte le cosce di un allevamento di suini finiscono nel circuito delle DOP, a farsi un giro negli allevamenti e vedere come realmente funziona (sono migliaia gli allevamenti suini in Italia in filiera, non 140)
      Per colpa di qualche mela marcia (che esiste in ogni cosa) non si può scatenare un terrorismo mediatico di tali proporzioni che, ripeto, NON SOLO METTE A RISCHIO UN’ECCELLENZA ITALIANA, MA DECINE DI MIGLIAIA DI PERSONE ONESTE (E FAMIGLIE A CARICO) CHE LAVORANO IN QUESTO SETTORE.
      Lasciate lavorare chi di dovere (Icqrf, Nas, Mipaaft, accredia, enti di controllo) a salvaguardare le eccellenze italiane che è già due anni che si stanno occupando della questione e, come prendete “con le pinze” il loro operato, prendete “con le pinze” anche tutto quello che è stato scritto a riguardo.
      Pretendete sempre la fonte reale di dove arrivano le notizie e non accontentatevi del semplice “fonte accreditata” (accreditata da chi?!?).

    • Roberto La Pira

      Il nostro mestiere è di scrivere notizie e questo abbiamo fatto, anche se nessuno soggetto della filiera ha voluto a rispondere alle nostre domande per spiegare la situazione. Le nostre fonti sono comunque accreditate mentre quelle “vere” non ci sono salvo il comunicato del Mipaaft da cui abbuiamo iniziatola nostra incheista un anno fa che parlava di 1,2 milioni di prosciutti smarchiati , ritirati e quant’altro .

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    Quante parole…e non la risposta a due semplici domande:
    – veniva/viene usato duroc danese? (Ma sappiamo la risposta: si)
    – Quali sono i nomi, cognomi, marchi che hanno utilizzato e/o utilizzano duroc danese?

    Io da consumatore voglio risposta a queste semplici domande: se non mi dite quali sono i prosciuttifici che hanno frodato la dop, vuol dire che TUTTI sono colpevoli.

    Ripeto il consiglio dato in un precedente commento ad altro articolo: i prosciuttifici ONESTI si dissocino immediatamente da allevatori, consorzi e quant’altro e dichiarino di aver utilizzato e di utilizzare SOLO cosce di maiali italiani, grassi e che rispettano il disciplinare.
    Tutto il resto sono chiacchiere.

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    Il consorzio e l’ ente che certifica la qualità sono diretta emanazione di allevatori produttori e macellai. È sufficiente questo per dire che siamo in presenza di una.colossale truffa.

    • Avatar
      Fabrizio De Stefani

      Dunque non sarebbe successo nulla e il malfattore è La Pira.
      Ho inteso bene?

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    Ho letto con calma la lettera e le mie sono osservazioni da semplice consumatore qual sono.

    Leggo che “i toni apocalittici hanno gettato discredito sugli organismi di certificazione”.

    A me pare che ci siano riusciti bene anche da soli, visto che la sospensione non è stata causata dagli articoli de Il Fatto Alimentare, ma da una condotta che vista da qui appare poco professionale, dato che se un Ente certificatore non certifica al meglio…

    Leggo che “chi doveva informare si è preoccupato solo di montare e propagandare uno scandalo”.

    Come già detto perchè l’Ente non ha ritenuto di rispondere alla richiesta di informazioni e/o commenti in merito? Comodo (e pure sospetto) trincerarsi in silenzio dietro ad un muro, salvo lamentarsi dopo.

    Leggo che “i numerosi sequestri hanno consentito di distrarre dal circuito tutelato tutti i prosciutti in relazione ai quali vi era anche solo un sospetto di non conformità.”

    Bene, ottimo, ma si tratta di una situazione che non doveva neanche verificarsi, quella che ci fossero in giro prodotti “certificati, ma non conformi”. In pratica le Procure hanno fatto “dopo” quello che dovevano fare Ente e Consorzio “prima”.

    “Il diritto dei consumatori ad aver acquistato un prodotto di qualità coerente con quanto certificato e pagato è stato salvaguardato.”

    Questo passaggio è umorismo allo stato puro, visto che il diritto dei consumatori è stato salvaguardato solo dell’intervento delle Procure.

    Leggo della “paventata negligenza del personale dell’Istituto” e mi chiedo: se tutti hanno operato con professionalità, come mai c’erano prodotti non conformi nel circuito?

  7. Avatar

    Una risposta in pieno stile “amici miei”. Tarapia tapioca, prematurata la super..azzola, come se fosse antani, posperdati per due.
    Alla fine nessun minimo accenno al maialino danese, al benessere animale e al fatto che in molti, troppi, pare sapessero.
    In conclusione, la colpa é di ….La Pira!

  8. Avatar
    matteo galasso

    tutta colpa di La Pira! Concordo su tutta la linea di Paolo blog. Un giornalista prende spunto da una notizia vera, elabora una inchiesta, fa domande e non ottiene risposta. Sono mesi che scrive, bastava una telefonata e dire “Robbé ma che C- – – O scrivi su internet???”
    Invece, giustamente, uno continua le sue inchieste e scrive cose corrette con le fonti che ha a disposizione. Non mettiamoci a contestare i toni perché capisco che c’è da mandare avanti una baracca costosa ma parliamo di sostanza non di fuffa lunga 3 pagine di avvocatese.
    E poi oh, se coldiretti non dice nulla allora qualcosa sotto ci deve essere. 🙂

  9. Avatar

    Pienamente d’accordo con l’ente sul fatto che “il fatto alimentare” non faccia una buona e disinteressata informazione, ma sia una redazione alla ricerca di scoop sensazionalistici e scandalistici, al punto di esacerbare qualsiasi verità pur di raggiungere il suo obiettivo. Fare informazione non significa fare allarmismo. Occhio che ad essere in gioco c’è la vostra stessa credibilità.

    • Roberto La Pira

      In un’Italia che per settimane parla di una mozzarella blu, qualche articolo su milioni di false cosce di prosciutto può anche starci, anche perché alla fine il nostro “allarmismo” ha prodotto risultati molto tangibili