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Prezzi delle materie prime alimentari in ascesa? Meglio fare attenzione al rischio della shrinkflation

Nel mese di marzo 2022 l’aumento dei prezzi delle principali materie prime alimentari è ormai generalizzato, lo conferma l’indice mondiale pubblicato dalla Fao. Nell’analisi realizzata dell’istituto dell’Onu dedicato all’alimentazione si evidenzia infatti, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, un aumento complessivo del 33,6% e del 12,6% rispetto ai prezzi di febbraio. Un andamento influenzato certamente, secondo le osservazioni della stessa Fao, anche dalla guerra in Ucraina, ma non solo. Le categorie prese in considerazione sono i cereali, i latticini, la carne, gli oli vegetali e lo zucchero.

Rispetto ai cereali, al centro dei dibattiti per l’importanza della loro produzione nell’area coinvolta dal conflitto e, insieme, per la loro importanza nell’alimentazione di gran parte della popolazione mondiale, l’aumento complessivo tra febbraio e marzo risulta del 17,1% ed è guidato soprattutto dal grano, i cui prezzi sono saliti del 19,7% influenzati sia dalla guerra in un’area che rappresenta una quota tra il 20 e il 30% della produzione totale sia, in aggiunta, dalle preoccupazioni per le difficoltà dei raccolti negli Stati Uniti. L’altro cereale soggetto a importanti rialzi è il mais, che registra un aumento del 19,1% su base mensile e raggiunge un livello di prezzo record. Salgono infine anche le quotazioni di orzo e sorgo, mentre fa eccezione il riso che, a causa della varietà di qualità e provenienze, trova compensazione in trend contrastanti e non registra una crescita significativa nel mese considerato, mentre rispetto al marzo del 2021 ottiene addirittura una riduzione del 10%.

olio di girasole
Indice dei prezzi dell’olio vegetale mostra un incremento del 23,2%, trainato dall’olio di semi di girasole, di cui l’Ucraina è il principale esportatore

Altro tema particolarmente importante in relazione alla crisi ucraina, vista l’alta produzione nell’area, è quello dell’olio vegetale. In linea generale, l’Indice Fao dei prezzi dell’olio vegetale mostra un incremento anche maggiore rispetto a quello dei cereali (+23,2%), trainato dalle quotazioni dell’olio di semi di girasole, di cui l’Ucraina è il principale esportatore mondiale. Anche i prezzi dell’olio di palma, soia e colza sono aumentati in conseguenza dell’aumento di quelli dell’olio di girasole e dell’incremento della domanda. Torna inoltre a salire anche lo zucchero, che nell’ultimo mese segna un +6,7%, in controtendenza rispetto all’andamento dei mesi precedenti, raggiungendo quindi complessivamente un livello superiore di oltre il 20% rispetto al marzo 2021.

Passando ai prodotti di origine animale, la Fao evidenzia anche in questo caso prezzi in rialzo, sebbene la crescita percentuale sia minore. A marzo, con un aumento del 4,8% rispetto al mese precedente, la carne raggiunge il suo massimo storico. In questo caso l’istituto individua come principale causa dei rialzi il calo della disponibilità di suini da macello nell’Europa occidentale. Crescono però anche i prezzi del pollame, soprattutto, segnala l’analisi Fao, per la riduzione delle forniture dai principali esportatori, dovuta alle epidemie di influenza aviaria. Aumentano, infine, i prezzi dei prodotti lattiero-caseari, registrando una crescita mensile del 2,6%, corrispondente a un aumento del 23,6% rispetto a marzo 2021. Quest’ultimo incremento risulta dovuto soprattutto all’impennata della domanda dei mercati asiatici, in particolare per quanto riguarda burro e latte in polvere .

prezzi
Il termine shrinkflation indica la riduzione della quantità di cibo offerto allo stesso prezzo. È quindi importante confrontare sempre il costo al chilo

Un panorama preoccupante, quello evidenziato dall’organizzazione mondiale, le cui conseguenze si stanno riflettendo, insieme a quelle dei costi dell’energia, anche sugli scaffali dei nostri punti vendita, con un aumento dei prezzi al consumo che si manifesta in diverse forme. Tra i sistemi messi in pratica dalle aziende per aumentare i prezzi in maniera meno evidente spicca il ricorso alla pratica della cosiddetta shrinkflation, per la quale in italiano esiste anche la parola sgrammatura, utilizzata tra gli addetti ai lavori. Il termine inglese rende però il senso della questione in maniera più completa, perché è coniato dall’unione tra il verbo shrink che significa “restringere” e inflation, “inflazione”, descrive quindi in concetto di riduzione delle quantità di cibo mantenendo lo stesso prezzo. Si tratta in pratica di diminuire il peso del prodotto all’interno delle confezioni oppure di realizzare una piccola riduzione della confezione stessa. Una pratica che permette di aumentare il costo al chilo, senza modificare quello indicato sul cartellino.

Gli esempi potrebbero essere tanti: dal pacchetto di patatine che contiene una decina di chips in meno, fino ai pacchi di pasta con 450 grammi invece del classico mezzo chilo. A questi esempi si aggiungono quelli degli acquisti stagionali, come le colombe pasquali da 750 grammi vendute al prezzo di quelle da un chilo. Non si tratta certamente di un fenomeno nuovo, già nel periodo 2012-2017 l’Istat aveva rilevato 7.306 casi di confezioni ridimensionate ma vendute con un prezzo uguale o leggermente superiore, con particolare riguardo al settore zuccheri, dolciumi, confetture, cioccolato, miele e a quello del pane e dei cereali.

Resta comunque una pratica poco trasparente. Anche se le informazioni riportate in etichetta restano veritiere, questo sistema può infatti facilmente raggirare l’acquirente, puntando sulla forza dell’abitudine. La raccomandazione delle associzioni che si occupano di tutela dei consumatori è quindi quella di controllare sempre i prezzi al chilo e di utilizzare quei riferimento per i confronti tra prodotti. Nel frattempo, un’associazione di consumatori ha annunciato di aver presentato un esposto all’Antitrust e a 104 procure in tutta Italia, la richiesta è che vengano aperte indagini per verificare se questa prassi, che si sta diffondendo sempre più, possa costituire un reato. Il coordinamento di associazioni ipotizza, per esempio, i reati di truffa o di pratica commerciale scorretta.

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Roberto La Pira

  Chiara Cammarano

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4 Commenti

  1. Esiste la parola italiana, ovvero “sgrammatura”, perchè usare quindi a tutti i costi la parola inglese?

  2. Confezione da 1 kg di yogurt greco Fage è stata ridotta a 950 grammi.

  3. In questo modo, oltre a quanto detto, anche l’ambiente ne risente dato che aumenta la quantità di imballaggio per kg di prodotto finito.
    Proporrei di stabilire in qualche modo una norma che incentivi il contenimento del rapporto tra peso dell’imballo ed il peso nominale. In questo modo si eviterebbero anche confezioni apparentemente “grandi” che per buona parte sono vuoti. Mi riferisco ad esempio agli integratori alimentari.

    Segnalo un’altra pratica che ho notato ultimamente e che va nella stessa direzione della sgrammatura: la vendita di verdure “al pezzo”. Questo costringe a complicati calcoli sul reale prezzo al kg, e rende difficile il confronto con prodotti analoghi.
    Mi domando se è una pratica corretta o se elude l’obbligo di comunicare il prezzo per kg.

  4. Marilena Colussi

    Interessante articolo, mi piace come è stato trattato l’argomento della sgrammatura, da più punti di vista.

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