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Olio di girasole: ne importiamo dall’Ucraina il 46% e il flusso è bloccato. Cosa fare? Si torna all’olio di palma?

Il problema di come sostituire l’olio di girasole importato dall’Ucraina comincia a preoccupare diverse industrie alimentari che da anni lo hanno inserito nelle ricette al posto dell’olio di palma. I problemi sono diversi. Il primo è di carattere immediato, dall’Ucraina non arriva la materia prima anche se il raccolto del 2021 in parte si trova ancora nei silos. In questo momento il problema è il trasporto via nave, che risulta pressoché impossibile per la guerra che ha praticamente bloccato porti importanti come quello di Odessa. Per ovviare alle difficoltà è iniziato il trasporto via terra che per il momento non riesce a soddisfare le richieste del mercato. Per rendersi conto della situazione basta ricordare che l’Ucraina rappresenta il principale fornitore al mondo di olio di girasole con il 60% della produzione mondiale e il 75% dell’export. L’altra questione riguarda gli ostacoli alla semina che dovrebbe iniziare nelle prossime settimane. Se la guerra continua, e la semina salta o viene limitata, il raccolto del prossimo autunno potrebbe essere a rischio. C’è di più, il ministero dello Sviluppo economico italiano ritiene che entro poche settimane le scorte di olio di girasole siano destinate ad esaurirsi.

Secondo i dati Istat elaborati dal Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria alle dipendenze del ministero delle Politiche agricole), l’anno scorso l’Italia ha acquistato dall’Ucraina, quasi la metà dell’olio di girasole importato (46%) per un valore pari a 287 milioni di euro. Seguono Paesi come l’Ungheria e la Bulgaria con quote rispettivamente del 21 e del 19%. Anche le importazioni da questi Paesi risentono della guerra, perché il trasporto avviene in parte attraverso i porti situati nel sud dell’Ucraina che adesso non sono operativi. Considerando questi elementi la situazione non appare favorevole, ma gli addetti ai lavori fanno notare che l’olio di girasole si può importare anche da Paesi come l’Argentina e il Brasile. Certo in questi casi ci sarà una lievitazione di costi per via del trasporto, ma non si corre il rischio di importare materia prime Ogm visto che il girasole geneticamente modificato ancora non è arrivato sui campi. Per quanto riguarda i prezzi, adesso la situazione è molto tesa anche per fenomeni speculativi.

olio di girasole
Secondo i dati dell’Istat, metà dell’olio di girasole importato in Italia nel 2021 proveniva dall’Ucraina

Di fronte alla crisi di approvvigionamento dell’olio di girasole qualche azienda pensa di cambiare materia prima e di tornare ad usare l’olio di palma proveniente dal Sud-Est asiatico come si faceva qualche anno fa. Questo argomento è molto delicato, visto che l’Italia è il Paese europeo in cui le grandi industrie alimentari (tranne eccezioni come Ferrero) nel biennio 2015-2016 hanno sostituito l’olio di palma con altri oli vegetali (in prevalenza girasole e mais). Le ragioni erano sia di tipo ambientale (disboscamento incontrollato di foreste tropicali per fare spazio a nuove aree da destinare alla coltivazione della palma), sia per una questione nutrizionale (l’olio tropicale è ricco di acidi grassi saturi simili a quelli del burro e veniva usato in abbondanza in quasi tutti i prodotti da forno nascosto sotto la voce ‘olio vegetale’). I consumatori erano però ignari di mangiare dolci e alimenti con una quantità di grassi saturi simili a quelli contenuti nel burro e, quando è stato scoperto, le aziende hanno deciso di sostituirlo con il girasole.

Secondo quanto scritto nelle Linee guida per una sana alimentazione degli italiani “l’olio di palma contiene una quantità di acidi grassi saturi simile al burro che hanno la capacità di aumentare il colesterolo nel sangue. Per questo è opportuno contenere il consumo entro il 10% dell’energia giornaliera, mentre attualmente se ne consuma di più. Il consumo di acidi grassi da qualsiasi fonte provengono deve essere limitato”. Un altro problema per il palma è la presenza di alcune molecole che si formano nel processo di raffinazione ad alte temperature classificate come contaminanti di processo (glicidiolo). Secondo il Crea “è molto importante che  il contenuto di queste sostanze sia controllato e tenuto al di sotto di determinati parametri”. In questa situazione l’ipotesi ventilata da alcune aziende di tornare all’olio di palma risulta un pò azzardata e poche la considerano come una vera alternativa.

olio di palma Oil palm fruit and cooking oil
Per sopperire alla mancanza di olio di girasole, qualche azienda potrebbe pensare di ritornare all’olio di palma

In virtù delle difficoltà di approvvigionamento dell’olio di girasole, il ministero dello Sviluppo economico l’11 marzo 2022 ha pubblicato una circolare che consente all’industria alimentare italiana di utilizzare le etichette e gli imballaggi già in possesso. Bisogna però sostituire nella lista degli ingredienti l’olio di girasole con i nomi di altri oli vegetali indicando il cambiamento con correzioni a base di  getto d’inchiostro o altri sistemi equivalenti (es. sticker adesivi).

In pratica le etichette che adesso riportano nell’elenco degli ingredienti ‘olio di girasole’ dovranno cambiare e inserire i nomi dei nuovi oli vegetali che saranno utilizzati. Tenuto conto delle difficoltà di provvedere in tempi rapidi alle modifiche e considerando i costi, il ministero delle Sviluppo economico ha fatto alcune concessioni e nella circolare dell’11 marzo 2022 scrive  che in ogni caso bisogna segnalare “ l’eventuale presenza di allergeni” e che ” si consente di riportare nella lista degli ingredienti la dizione generica della categoria oli e grassi vegetali seguita dalle origini vegetali potenzialmente presenti, in considerazione delle forniture disponibili – es. ‘oli e grassi vegetali (girasole, palma, mais, soia, ecc.)’. Su tale ultimo aspetto saranno interessati i servizi della Commissione. Si sottolinea che, in assenza di disposizioni armonizzate da parte della Commissione, tale nota ha valenza solo per mercato nazionale”.

Senior man reading food label at a grocery store
Il Mise ha concesso alle aziende di sostituire l’olio di girasole indicandolo in etichetta con getto d’inchiostro o sticker, senza cambiare le etichette esistenti

Altroconsumo critica la nota del ministero che ritiene in contrasto con il principio di informazione trasparente stabilito dal regolamento europeo 1169/2011. Utilizzando questa scritta che raggruppa tutti insieme i vari oli senza specificarne la percentuale, forse il calcolo delle calorie resta invariato ma la composizione degli acidi grassi saturi che deve essere indicata sulla tabella nutrizionale in etichetta cambia. Si tratta di una questione importante perché riguarda la salute.

Anche l’avvocato Dario Dongo esperto di diritto alimentare sul sito Great Italian Food Trade scrive “La nota del Mise 11.3.22 riferisce all’ipotesi di una etichettatura dei prodotti alimentari in deroga al reg. UE 1169/11,  laddove la sostituzione (temporanea?) dell’olio di girasole con altri oli e grassi potrebbe venire comunicata al consumatore con strumenti di emergenza, come adesivi o scritte sovraimpresse sulla confezione. Tali correttivi potrebbero riferire che l’ingrediente mancante è sostituito da una varietà di alternative, senza precisarne la natura né correggere la dichiarazione nutrizionale in etichetta. Sebbene la sostituzione di olio di girasole con altri oli (palma, palmisto, colza, arachide…) possa aumentare di non poco il tenore di grassi saturi negli alimenti. C’è di più – continua Dongo –  un regolamento europeo, che nella gerarchia delle fonti di diritto ha rango superiore alle norme costituzionali, non può certo venire derogato da una nota ministeriale. Se il governo italiano vuole adottare misure di emergenza dovrà emanare un decreto legge, dopo averne notificato lo schema alla Commissione europea”.

© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos, iStock, AdobeStock

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Roberto La Pira

  Roberto La Pira

Giornalista professionista, laurea in Scienze delle preparazioni alimentari

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10 Commenti

  1. “le grandi industrie alimentari (…) hanno sostituito l’olio di palma con altri oli vegetali (…). Le ragioni erano”

    … essenzialmente pubblicitarie, mettere il claim “senza olio di palma” in etichetta vellicava la parte più impreparata della clientela, ahimè la maggioranza, intossicata dalla campagna francese contro i prodotti Ferrero (l’unica azienda che non ha ceduto a questa moda).

    La guerra in Ucraina sta paradossalmente riportando equilibrio nel mercato, ridando al palma il giusto posto che gli spetta tra i grassi alimentari, tra l’altro un grasso che richiede 1/8 della superficie richiesta per produrre l’olio di soia, un fatto tenuto religiosamente nascosto dai detrattori del palma.

    • Gia’ , peccato che ‘quella’ superficie ( disboscata per le palme da olio) sia la piu’ preziosa per il pianeta : la foresta umbrofila !!! La ‘campagna francese’ non c’entra nulla : il consumo consapevole cerca di orientare la produzione in modo non distruttivo per l’ ambiente : se ne faccia una ragione .

    • Questo è ciò che la propaganda francese ha profondamente impiantato nella memoria acritica collettiva, vedo con eccellenti risultati, mancando però totalmente il bersaglio, Ferrero utilizza solo palma da coltivazioni rispettose dell’ambiente, come confermato persino dal WWF (che certamente non si può considerare di parte). Fatevene una ragione, il palma non è il diavolo, e la foresta (ombrofila, pluviale, chiamatela come volete) viene distrutta 8 volte di più per l’olio e la salsa di soia del vostro sushi.

  2. Ma allora non abbiamo capito. Si riducono i consumi

  3. Il WWF ha praticamente promosso la Ferrero (21,5/22 punti) (fonte Il Salvagente 22/01/20).
    Però Greenpeace pensa, al contrario del WWF, che l’olio di palma sostenibile non sia realizzabile.
    Quindi, chi ha ragione?
    Forse vale la vecchia massima: nel dubbio, astenersi. Ed evitare prodotti con l’olio di palma.

  4. Dagli coi francesi !!! E’ comodo dare dei ‘manovrati’ a chi non la pensa come noi !!! Mi ricorda le stupidaggini diffuse nella pandemia . Che si concludono chiudono tutte con argomenti benaltristi ( e sottolineo tristii ) . A me pare che il manovrato sia lei !!! Certo che una coltivazione puo’ essere ‘rispettosa dell’ ambiente’ , magari perche’ non avvelena piu’ di tanto il suolo e la biodiversita’ intorno ma … quella piantagione semplicemente prende il posto di un pezzo di natura insostituibile !!! Cosi’ difficile ?

  5. L’ olio di palma sostenibile è una colossale ipocrisia, perché è una coltura che deve la sua alta produttività proprio alla fatto che pretende il clima della foresta pluviale, e non coltivabile in terreni marginali o steppici a bassa biodiversità come nel caso del girasole o della colza. Che la campagna contro l’ olio di palma sia frutto di una propaganda francese contro un nostro prodotto italiano è una paranoia e un delirio da vittimismo nazionalista, è semplicemente ridicolo. Poi basta zoomare con Google Earth per rendersi conto di come sono ridotte le coste della Malesia a causa di questa devastante monocoltura. La migliore alternativa all’ olio di girasole è l’ olio di colza, oggi selezionato per non aver più l’ acido erucico che lo rendeva dannoso nella sua forma naturale. Le selezioni canadesi lo hanno reso con le stesse proporzioni di acidi grassi dell’ olio di oliva, senza essere OGM, con prevalente acido oleico e persino maggiore. Infatti in Canada è l’ olio più consumato ormai da decenni e non si segnala alcun caso di danno alla salute, anzi il Canada è sul livello dell’Italia come speranza di vita. Ho visto al Lidl olio di colza invenduto mentre erano scomparsi mais e girasole, perché la gente ha un informazione qualunquista e non aggiornata. Bisognerebbe rivalutare quest’ olio che oggi è al contempo salutare perché basso sia in acidi saturi sia in quei polinsaturi omega 6 infiammatori prevalenti nel mais e nel girasole non alto oleico, e sostenibile perché coltivabile anche ai limiti freddi in aree a bassa biodiversità!

    • Un altro che è certo di saperne di più del WWF, e che ovviamente non si lascia scappare l’occasione per citare gli OGM, che non c’entrano una beata tombola del parroco con il palma, e per suggerrire coltivazioni così innovative e geniali che l’intera industria mondiale dei grassi alimentari certamente neppure sa che esistano.

  6. Mario, mi sa che lei non riesce a capire bene l’italiano, visto che ha interpretato la mia difesa della colza in commercio in Italia come non OGM, su cui c’è un vero pregiudizio in tal senso, come un voler collegare l’olio di palma agli OGM, costruzione che si è creata nella tua testa dall’alto della sua presunzione priva di fondamento scientifico, e nella convinzione che ogni suo interlocutore opposto alla sua opinione sia un ignorante. Io so bene ciò di cui parlo visto che ho una laurea magistrale in Scienze dello Sviluppo dei sistemi agrari tropicali all’ università di Palermo. Infatti la mia reale opinione è che neanche l’olio di palma sia un problema per la salute, o almeno non lo è meno di burro e strutto, tutti grassi consumabili senza paranoie in una dieta dove però prevalgano oli più salutari. La criticità della palma da olio è ambientale, ed ho già spiegato perché non convince la tesi che la palma Elaeis Guineensis sia più produttiva di altre piante oleifere adatte invece a terreni marginali dei climi temperati, ovvero perché è una pianta che cresce solo in terreni e climi a più alta intensità di vita e biodiversità, quelli della foresta equatoriale pluviale, molto meno estesi di quelli dove possono crescere girasole, mais e colza. Una personale opinione stralciata da un singolo articolo WWF e strumentalizzata come fa lei non è sufficiente a far cambiare idea a chi preferisce che un prodotto estraneo alla nostra tradizione e non eccellente nella proporzione di acidi grassi qual è l’olio di palma divenga l’olio industriale prevalente nei prodotti italiani!

    • @Ivan

      Dare dell’ignorante all’interlocutore vantando titoli accademici è perfettamente inutile in rete, perché non c’è alcuna possibilità di verifica tra ciò che viene affermato e la realtà fattuale, potrei affermare senza tema di smentite di avere una carriolata di lauree e master e non sarebbero altro che parole, e in ogni caso nella Scienza il “principo di autorità” non vale, a sostegno delle proprie tesi bisogna portare fatti e dati.

      Quanto agli OGM, li hai introdotti tu totalmente a sproposito in difesa, mai richiesta da nessuno, del colza verso il girasole, come se rivelassi dati riservati a pochi, mentre ovviamente sono stranoti agli addetti ai lavori e se l’industria alimentare non si è sin’ora buttata sul colza non è certo perché aspettava il tuo parere.

      “chi preferisce che un prodotto estraneo alla nostra tradizione e non eccellente nella proporzione di acidi grassi qual è l’olio di palma”

      Ah ecco, ci mancavano la ciliegina del palma estraneo alla tradizione italiana (il colza cosa sarebbe, un prodotto DOCG tipico nostrano?), e la chiosa con i soliti cattivi grassi del cattivo palma, peccato che la composizione del palma sia addirittura tra gli oli quella più simile… al latte umano! (x 100 g olio di palma saturi 49 g polinsaturi 9 g monoinsaturi 37 g, latte umano saturi 45 g polinsaturi 11 monoinsaturi 38 g).