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I prezzi dell’ortofrutta e la guerra al ribasso tra supermercati che danneggia i produttori. L’articolo del Corriere Ortofrutticolo

Supermarket employee putting vegetables in shelvesI prezzi bassissimi dei prodotti otrofrutticoli, praticati dai supermercati e dai discount per farsi concorrenza  ha conseguenze reali sui produttori. Qualche ex manager della grande distribuzione inizia a parlarne pubblicamente. Lorenzo Frassoldati direttore Corriere Ortofrutticolo esamina la spinosa questione in un articolo pubblicato sul sito.

Il problema dei prezzi bassi della Gdo, che con le sue politiche costringe il mondo produttivo ad una guerra tra poveri, non esiste solo in Italia. Nei giorni scorsi sono scesi in piazza gli agricoltori spagnoli (in Andalusia). In Germania, Merkel è stata costretta a riunire attorno a un tavolo i magnifici quattro della Gdo tedesca (Lidl, Aldi, Edeka e Rewe) a parlare di dumping sui prezzi, di promozioni/sottocosto che affamano i produttori, ecc. Succederà qualcosa? Ne dubitiamo. Ovunque i colossi del retail hanno un potere contrattuale, anche ‘politico’, di gran lunga superiore a quello del mondo agricolo, per cui parlare di ‘prezzi minimi’ suona come un sacrilegio. Magari – ipotesi più verosimile – il mondo produttivo tedesco e spagnolo otterrà qualche sostegno finanziario straordinario dal Governo, per mettere a tacere la rabbia verde. In Italia neppure quello arriverà, alla faccia delle chiacchiere a vuoto di tanti politici sul prezzo minimo dei prodotti, sul salario minimo orario, sulla necessità di garantire redditi minimi per le varie colture… parole in libertà. Se il mondo produttivo è debole all’estero, lo è ancor di più in Italia, perché frammentato, diviso fra bianchi, rossi, verdi e gialli, sempre in competizione fra di loro.

Poi, la nostra Gdo. Fantastici questi super manager del retail, bravissimi finché sono in sella a raccontare davanti a giornalisti adoranti le loro imprese, i loro successi. Poi, quando mollano, i più bravi e intelligenti – forse colti da crisi di coscienza – fanno outing, vuotano il sacco, raccontano le cose come stanno, senza infingimenti. Così ha fatto Mario Gasbarrino, ex manager di U2/Unes Supermercati, adesso approdato ai vertici di Everton, società specializzata in tè e tisane, che non ho il piacere di conoscere personalmente, ma di cui leggo con attenzione le esternazioni. Nel novembre scorso (ne riferisce Mirko Aldinucci su Italiafruit) Gasbarrino su LinkedIn scrive che “i buyer della Gdo devono uscire dalle loro torri eburnee, non devono valutare solo il prezzo” anche perché “un giorno, un lavoro così banale, che qualcuno sta già sostituendo con le aste al ribasso, potrebbe essere gestito da una macchina o un algoritmo”. Il tempo del buyer chiuso in ufficio è passato: “oggi – incalza Gasbarrino – deve andare in giro nei supermercati, per capire cosa vuole il cliente, e nelle aziende per capire come lavorano e come la pensano… i primi a cambiare devono essere i capi, i Ceo del retail”.

Poi l’ortofrutta: “In un mondo che sta cambiando e vede sparire le intermediazioni, con l’etica che assume un ruolo sempre più rilevante, il ruolo di buyer sta perdendo senso. Bisogna mettere in contatto chi produce con chi vende e, soprattutto, i distributori devono decidere che immagine avere e rifletterla: non si può fare affari con tutti, una scelta di posizionamento è indispensabile per sopravvivere. Altrimenti conteremo solo i morti”. Poi sul sottocosto nei freschi: “Se non è funzionale a una strategia, a un obiettivo, non costruisce niente. Oltre al prezzo, c’è di più”.

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La guerra al ribasso dei prezzi della Gdo si riflette anche sui piccoli commercianti, che cercano di competere con i supermercati a modo loro

Più recentemente (12 febbraio), sempre a Mirko Aldinucci, Gasbarrino confida: “Cari retailer attenzione a non esagerare, altrimenti farete (faremo) la fine delle banche”. Il riferimento è all’esplosione della concorrenza fra catene e al proliferare incontrollato dei punti vendita. Gasbarrino cita il caso di Milano dove in zona Corbetta sono sorti cinque discount in un raggio di 500 metri in due anni.

È sotto gli occhi di tutti: la competizione a colpi di prezzi bassi, promozioni e altro distrugge il mercato e, nel caso dell’ortofrutta, massacra i produttori medio-piccoli. Le catene vedono erodersi la loro marginalità e scaricano le perdite sui prezzi pagati ai produttori. Chi parla di filiera lunga, piena di intermediari, non sa quello che dice: ormai la filiera è corta, cortissima. Solo che non è efficiente, non remunera il lavoro dei produttori. È solo guerra dei prezzi al ribasso, riflesso della competizione sfrenata fra i retailer, alimentata dai Comuni che pur di incassare danno via libera alla proliferazione selvaggia dei punti vendita in barba a qualunque programmazione.

Nelle grandi città del Nord il fenomeno è dilagante, a Milano come a Bologna o a Verona. I piccoli dettaglianti, spesso etnici, si adeguano a questa corsa al ribasso e fanno promozione a modo loro: “Tutto (o quasi) a 0,79 e 0,99 al chilo”, dove è il ‘quasi’ che fa la differenza. E aggiunge: “Anche a 0,50”. Ovvio che non bisogna guardare tanto per il sottile sulla qualità della merce in vendita, però quel che resta dell’immagine della nostra ortofrutta va a farsi benedire agli occhi del consumatore comune.

Ormai il mercato è un gioco al massacro, guerra di tutti contro tutti, dove l’unica leva è il prezzo. Gasbarrino, parlando fuori dai denti, ha certamente il merito di dire le cose come stanno, senza infingimenti o ipocrisie. Però questi grandi manager del retail che parlano solo quando sono fuori dalla mischia, che si accorgono di quanto sia inquinata l’aria della stanza dei bottoni solo quando la lasciano, un po’ di dubbi francamente ce li lasciano…

Lorenzo Frassoldati – Direttore del Corriere ortofrutticolo

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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6 Commenti

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    Ragazzi ok guerra dei prezzi, ma è anche vero, e probabilmente non ce ne rendiamo conto, siamo in recessione, non ci sono soldi, sopra una certa soglia la merce non si vende, e potete scrivere quello che volete sulla qualità, sulle gelate, assortimento ecc….
    Finché non verranno rivisti gli stipendi minimi e cmq in genere tutti i salari non ci sarà pane per nessuno.

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    Questo continuo dare addosso alla grande distribuzione è abbastanza miope, è l’unico settore economico che paga le tasse fino all’ultimo centesimo e non fa uso di lavoro nero, lo stesso non si può dire degli agricoltori, ad esempio…
    Poi continuate pure… il settore è già in crisi, vedi il caso Auchan, con migliaia di licenziamenti.

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    Anche se rischio di essere preso in giro per l’uso di parole obsolete mi viene voglia di dirvi che questo è il capitalismo sregolato.
    Inquadrare il problema nel suo complesso è impresa impossibile ma alcuni punti possono essere indicati chiaramente.
    A mio modo di vedere il signore che si è confessato è in errore quando dice che la filiera è cortissima perchè la catena cortissima è quella tra produttore-trasportatore-consumatore finale , il supermercato è un intermediario ingombrante a maggior ragione quando le gloriose GDO costruiscono cattedrali del consumo in cui entrano finanza, enti immobiliari e una burocrazia mostruosa.
    Le GDO occupano militarmente i territori più appetibili con la pelosa cecità delle amministrazioni locali , creando un eccesso di offerta e contemporaneamente scarsità di offerta in zone disagiate, sfruttando la nostra fretta e la noncuranza e a tratti ignoranza (dei processi di coltivazione) dei consumatori.
    Da parte dei produttori manca una volontà di associarsi per creare strutture organizzate a livello di vendite a una più vasta platea di consumatori e che potrebbero servire anche da supporto utile per razionalizzare i costi operativi.
    La posizione dei consumatori è un rebus perchè l’ideale sarebbe di acquistare prodotti ottimi a prezzi bassi ma…..una volta ben organizzato il lavoro contadino a tutti i livelli esiste un limite sotto il quale la produzione è insostenibile volendo mantenere standard di qualità buoni.
    Non è raro riscontrare prodotti in cui il prezzo della materia prima incide molto poco sul risultato finale , per le primizie è logico un prezzo elevato ma nel periodo del picco di produzione il prezzo nei supermercati non scende coerentemente per via di costi fissi di filiera.
    Le etichette non possono essere l’unica informazione sui prodotti e quindi i media scritti e orali avrebbero lavoro da svolgere anche se probabilmente meno retribuito delle attuali pubblicità.
    Riguardo al fatto che alcuni personaggi si facciano prendere dal rimorso solo a carriera finita vorrei farvi notare che su tanti argomenti siamo molto meno liberi di quanto pensiamo e che una critica mal posta mette a rischio una brillante carriera , in certi ambienti (molti) una parola critica anche motivata può costare una censura, una retrocessione o anche un licenziamento, provare per credere.
    Come dice poi il signor Lindo la crisi economica ha fatto da catalizzatore alle tensioni attuali tra produttori , trasformatori e distributori, parliamone seriamente per la salute di tutti.

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    Condivido comunque anche i rilievi del signor Massimo , fa tutto parte del disegno globale di funzionamento della distribuzione.
    Però vorrei che non ci fermassimo comodamente nel meno peggio , ritengo che si debba puntare sempre più a migliorare le cose perchè se qualche categoria della filiera deve svenarsi allora bisogna discuterne e non fare spallucce.

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    Non devono fare specie le dichiarazioni di Gasbarrino, ci sono analoghe dichiarazioni “illuminate” di importanti suoi omologhi tuttora in attività, si tratta quasi sempre di dichiarazioni politiche di facciata, i comportamenti delle aziende sono differenti, difatti non consiglio a nessun produttore alimentare di diventare fornitore della GDO.
    Come ho detto si tratta di un settore in crisi, la cause sono diverse, quella principale è la “magnanimità” con le quali le autorità locale hanno autorizzato le nuove aperture degli ultimi dieci anni almeno.

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    Agricultores en peligro de extinción: “Si desaparecemos, ¿quién producirá los alimentos en el futuro?”
    Dal momento che certe notizie non bucano, a maggior ragione in questo momento , dopo qualche parola in francese questo è quello che circola da qualche anno nei campi spagnoli dove pure i coltivatori hanno un modo di produrre più efficiente, organizzato e concorrenziale in Europa , ma che sono soggetti agli stessi problemi esistenziali.
    Qui da noi l’industria vuol pagare ai coltivatori 13 centesimi al kg per i pomodori rossi franco magazzino, le pesche 20 centesimi , l’orzo 12 centesimi oppure il grano duro 24 centesimi per rifornire i banchi di vendita, capisco che i soldi sono pochi per tutti ma così cadiamo.
    I signori manager che sono solo ingranaggi di un meccanismo superiore pensano di approvvigionarsi da coltivatori di paesi svantaggiati per supplire alle resistenze dei coltivatori nostrani, ricattandoli, ma il sistema agricolo nostrano ( che giustamente può fare di più per razionalizzare) occupa parecchia gente , se cessano i loro diritti vitali vedo solo brutto tempo all’orizzonte in un paese che fa del made in Italy agricolo una pietra angolare insostituibile.
    E’ ora di rivedere i meccanismi di formazione dei prezzi GDO nel campo del sistema offerte e sottocosto ed è stato un errore forse irrimediabile il modello monumentale dei super e ipermercati da ridimensionare.