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Polli e farmaci: aumenta l’antibiotico-resistenza. Uno scenario allarmante anche per gli esseri umani.

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Ogni anno muoiono a causa dell’antibiotico- resistenza fra 5 e 7mila persone

La crescente presenza di batteri antibiotico-resistenti, dovuta all’uso eccessivo e improprio di farmaci, è forse il principale problema degli allevamenti intensivi di animali da reddito soprattutto nel settore dei polli da carne. La questione è legata ai metodi di allevamento e alla qualità della vita degli animali, come evidenzia il recente report del Ministero della salute sulla presenza di batteri antibiotico-resistenti negli avicoli. Il documento rivela la presenza di livelli preoccupanti di antibiotico-resistenza nei polli. Si tratta di un dossier diffuso dall’associazione Compassion in Word Farming CIWF, che chiede al Ministro – anche attraverso una petizione popolare – di proporre un piano obbligatorio per ridurre il consumo di antibiotici, con obiettivi e scadenze precisi, analogamente a quanto è stato fatto in altri paesi, in modo da abolire ”l’uso sistematico e profilattico” di questi farmaci.

Quello dell’antibiotico resistenza (fenomeno chiamato così perché alcuni batteri patogeni sviluppano una resistenza agli antibiotici impiegati per curare le malattie  dell’uomo), è un problema che non riguarda solo i farmaci veterinari visti gli evidenti risvolti  sulla nostra salute. In Italia, secondo dati della SIMIT (Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali), ogni anno muoiono a causa dell’antibiotico resistenza fra 5 e 7 mila persone, con un costo annuo superiore a 100 milioni di euro. Il rischio è che la diffusione dell’antibiotico resistenza in campo veterinario, oltre a rendere più difficile il controllo delle malattie infettive negli animali di allevamento, aumenti il rischio che batteri antibiotico-resistenti siano trasferiti direttamente o indirettamente all’uomo.

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L’’Italia è il paese europeo con il più alto consumo di antibiotici negli allevamenti

L’origine di molti problemi attuali risale dagli anni ‘50, quando negli allevamenti intensivi venivano somministrati agli animali in modo sistematico  piccole dosi di antibiotici nei mangimi come promotori della crescita (per prevenire patologie intestinali e altri problemi sanitari in grado di rallentare l’incremento di peso dei polli). Questa pratica è stata vietata in Europa solo nel 2006. Oggi il trattamento a base di antibiotici può essere fatto solo in   tre casi. Il caso più diffuso è quello collegato a ragioni terapeutiche (curare un singolo animale o un gruppo colpiti da una malattia infettiva). Ci sono pure i trattamenti per metafilassi, ovvero la somministrazione ad animali sani che potrebbero essersi infettati a contatto con soggetti malati: in questo caso l’antibiotico serve per prevenire un’ulteriore diffusione della malattia, la cui presenza deve comunque essere accertata. Il terzo caso riguarda la profilassi a scopo preventivo, cioè la somministrazione ad animali sani per prevenire infezioni: una pratica considerata accettabile quando il rischio di contagio è elevato e l’infezione grave. La profilassi, nonostante i numerosi controlli veterinari e il costo dei trattamenti, è comunque un modo per aprire la porta all’uso improprio e illecito dei farmaci.

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In Italia il consumo veterinario  di antibiotici è +136,8% rispetto alla media europea

Il problema ci riguarda da vicino, visto che dai pochi dati disponibili – come il primo rapporto congiunto ECDC/EFSA/EMA diffuso nel 2015  – l’Italia si distingue come  il paese europeo con il più alto consumo di antibiotici negli allevamenti degli animali da reddito.  Secondo i dati ministeriali molti dei ceppi di batteri individuati sui campioni  esaminati come ad esempio Escherichia coli, Campylobacter spp. e Salmonella spp. responsabili di infezioni anche gravi – hanno sviluppato resistenza nei confronti degli antibiotici più comuni. Più precisamente il 90% dei ceppi di Campylobacter jejuni ha mostrato resistenza ai fluorochinoloni mentre il 5% ha mostrato resistenza a più antibiotici. Nel caso di Salmonella spp., l’83% dei ceppi isolati ha mostrato resistenza ai fluorochinoloni, l’82% alle tetracicline (la classe di antimicrobici più venduta in Italia), più del 3% alle cefalosporine di 3° e 4° generazione, mentre il 78% mostra una resistenza multipla. Per Escherichia coli la resistenza ai fluorochinoloni è presente nel 67% dei campioni, quella  alle cefalosporine di 3° e 4° generazione nel 6,47%. Inoltre l’80% circa ha mostrato una resistenza multipla.

Infine, per i campioni di Escherichia coli produttori di ESBL o AmpC o carbapenemasi – enzimi che conferiscono resistenza a farmaci importanti per l’uomo – il 95% ha mostrato resistenza multipla. A rafforzare questi dati, arriva una ricerca dell’Istituto zooprofilattico del Veneto, che riguarda ceppi batterici produttori di beta-lattamasi a spettro esteso (ESBL): anche in questo caso, tutti i ceppi di Escherichia coli analizzati presentano elevati livelli di resistenza per la maggior parte degli antibiotici testati.

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I risultati sulla diffusione  dei medicinali  rappresentano una situazione alquanto allarmante

Altrettanto allarmanti i dati presenti nel Piano nazionale per l’uso responsabile del farmaco veterinario e per la lotta all’antibiotico resistenza in avicoltura, elaborato dal Ministero della salute insieme alla Società Italiana di patologia Aviare e all’associazione UNA Italia. Il documento evidenzia che il consumo di  antibiotici destinati agli allevamenti in Italia di antibiotici di particolare importanza terapeutica risulta decisamente superiore rispetto alla media europea (+136,8%). Secondo la Federazione Nazionale Ordine Veterinari Italiani (FNOVI) “i risultati rappresentano una situazione alquanto allarmante soprattutto per alcuni antimicrobici quali tetracicline, sulfamidici, amminopenicilline e chinolonici”.

Il piano ministeriale per gli avicoli, reperibile presso il sito del Sistema Informativo per l’Epidemiologia Veterinaria, oltre a prevedere un sistema di monitoraggio sull’uso degli antibiotici, mette l’accento sulla necessità di ridurre il ricorso alle metafilassi e rinunciare alla profilassi, ed evitare per quanto possibile il ricorso agli antibiotici più utilizzati per gli umani e in particolare fluorochinoloni, macrolidi e polimixine. Si tratta di un’iniziativa importante, visto che per un’efficace lotta all’antibiotico-resistenza è indispensabile disporre di dati precisi sull’impiego di questi medicinali negli allevamenti. L’efficacia dell’iniziativa ha il grosso limite di prevedere l’adesione al sistema di controlli su base volontaria, così come sono volontarie le iniziative per promuovere la ricetta elettronica adottata da alcune regioni. A oggi, nonostante la richiesta di associazioni come il CIWF, non è possibile sapere quante e quali aziende abbiano aderito all’iniziativa.

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  Paola Emilia Cicerone

Paola Emilia Cicerone
giornalista scientifica

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6 Commenti

  1. PRIMA PASSIAMO AL VEGANESIMO MEGLIO E’
    OPPURE RIDUCIAMO IL CONSUMO AL TENORE DEGLI ANNI 50

    • Non è una soluzione giusta il veganesimo , perché la carne non fa male , se la mangiamo una volta a settimana , siamo stati creati per mangiare anche carne , ma il problema lo risolviamo se ne compriamo solo una porzione a settimana , così la richiesta diminuisce e gli allevamenti intensivi si devono adeguare !
      Mangiamone poca perché fa bene e cerchiamo quella prodotta in modo genuino!
      Il Signore ci ha dato da mangiare la carne e noi dobbiamo mangiarla , la colpa non è della carne , la colpa è della schifezza che mangia l’animale per colpa nostra !

      Quindi si alla carne ma poca e genuina

  2. La situazione documentata dalle istituzioni, fotografa l’Italia come un incubatore di batteri antibiotico-resistenti e come rimedio a questa situazione, istituisce un sistema di monitoraggio, mettendo l’accento sulla necessità di ridurre l’uso degli antibiotici con un sistema di controlli su base volontaria e nemmeno conosciuta?
    E questo sarebbe il rimedio al problema causato da pochi allevatori intensivi di polli?
    Davvero incredibile ed illeggibile notizia, senza reagire a questa situazione inaccettabile, per le conseguenze sanitarie che provoca!
    Spero che il Fatto con altre associazioni consumatori, si attivino per divulgare questa situazione e chiedere al Ministero della Sanità, un vero piano d’intervento sanitario diretto, prima che lo facciano le istituzioni europee, a nostra salvaguardia e di tutta l’Europa.

  3. educare durante l’età scolare alla buona nutrizione ed un sano stile di vita, potrà comportare una riduzione del consumo di carni, diminuire la necessità di allevare animali col sistema intensivo e, magari, convertire molti del settore al biologico. mi sembra un buon suggerimento per affrontare il problema.

    • concordo pienamente. È un fatto di educazione alimentare. Di questo passo finiremo come gli americani che non sanno riconoscere una verdura o che se assaggiano una fragola e un qualcosa con aroma fragola credono che l’ultimo sia il sapore vero di fragola… speriamo di no

  4. Paola Cicerone

    Mi sembra difficile sostenere che siamo stati creati ( in realtà, ci siamo evoluti) per mangiare carne. È vero che i primati sono onnivori, ma ci sono diverse conferme che una dieta prevalentemente vegetariana sia molto sana. Anche se una piccola quantità di carne non è certamente nociva, specie se di buona qualità .