
La pesca su piccola scala, storicamente sottovalutata, andrebbe riconsiderata, studiata e protetta, perché rappresenta quasi la metà delle catture globali, e perché milioni di persone fanno affidamento su di essa per ottenere le calorie o uno stipendio sufficienti a sopravvivere. Per quanto riguarda la pesca delle specie al centro del mercato globale, almeno negli Stati Uniti, il tasso di frodi è relativamente basso, e i consumatori possono quindi continuare ad acquistare o ordinare pesce in tranquillità. Tuttavia, tra i pesci meno diffusi la situazione cambia e diventa meno favorevole, a conferma della diversa considerazione che, almeno finora, questi ultimi hanno sempre avuto.
A descrivere le due facce del mercato globale del pesce sono due studi usciti a poca distanza l’uno dall’altro, che arrivano però a una conclusione simile: è giunto il momento di ripensare alle filiere globali e di valorizzare molto di più le specie che hanno meno mercato.
Piccolo è meglio
Il ruolo della pesca di sussistenza o artigianale, per la quale non esiste una definizione condivisa, ma che di solito è praticata da piccoli pescatori indipendenti o riuniti in cooperative, è stato fortemente sottolineato da uno studio pubblicato su Nature da un pool internazionale di esperti di varie discipline, aderenti al consorzio della FAO chiamato Illuminating Hidden Harvests Initiative. A esso hanno infatti contribuito più di 800 ricercatori di molti Paesi con competenze in nutrizione, pesca, economia, diritto e questioni di genere, che hanno messo in luce, attraverso l’analisi di studi, rapporti, database e altri dati, come questo tipo di pesca rappresenti circa metà di tutta la pesca globale: un numero che, di per sé, dice molto.
Andando più in profondità, gli autori hanno dimostrato che la pesca su piccola scala fornisce il 20% delle fonti di sei nutrienti essenziali – tra i quali vitamine, acidi grassi omega tre e minerali – per 2,3 miliardi di persone che vivono entro 20 chilometri dalle coste. In altre parole, una persona su quattro, nel mondo, dipende da questo tipo di pesca per una parte rilevante di nutrienti essenziali.

Il ruolo delle donne nella pesca su piccola scala
Ma c’è di più. Circa 500 milioni di persone, o un abitante della Terra su 12, può contare solo su questo tipo di pesca per avere uno stipendio appena sufficiente e – dato ancora più rilevante e sottovalutato – circa la metà di questi soggetti sono donne. Anche se non lo si è sottolineato quasi mai in passato, in realtà le donne sono presenti e fondamentali in tutte le fasi, dalla stessa pesca alla lavorazione, dalla conservazione alla vendita, e anche di questo si dovrebbe tenere conto, proteggendole e sostenendole. Anche perché i prodotti della pesca su piccola scala costituiscono più del 40% del pescato totale, e il 44% degli introiti derivanti da questa attività.
Ancora, il continente che contribuisce maggiormente è l’Africa, ma anche l’Oceania, che include i paesi dell’Oceano Pacifico Centrale e Meridionale, ha un ruolo di primaria importanza: in quelle regioni, più che altrove, le alternative di lavoro sono davvero poche.
Nonostante la rilevanza economica e sociale di questo tipo di pesca, però, le persone che la praticano sono totalmente trascurate dai decisori politici. Nei 51 Paesi esaminati, oltre due terzi dei pescatori non partecipano in alcun modo alle iniziative e alle decisioni gestionali che li riguardano e questo, ovviamente, li rende del tutto vulnerabili tanto al potere delle grandi compagnie globali e a quello dei decisori politici quanto a quelli, per esempio, dei fattori atmosferici e ambientali in generale.
Nel lavoro sono indicate numerose possibili risposte, che i Paesi potrebbero adottare per rendere la posizione di questi pescatori meno fragile, e per sostenere al meglio una fonte di cibo e di lavoro così cruciale, avvicinandosi di più agli obiettivi di sostenibilità dell’ONU.

L’altra faccia della medaglia
Anche analizzando l’andamento del mercato nel Paese più ricco del mondo, gli Stati Uniti, si arriva indirettamente alla stessa conclusione. In questo caso, lo studio, finanziato dall’associazione dei produttori Seafood Industry Research Fund, ma condotto dai ricercatori della Chapman University di Orange, in California, aveva lo scopo di controllare la quantità di pesce e molluschi etichettati in modo fraudolento nel mercato statunitense, attraverso un’analisi di quanto osservato negli ultimi anni. I ricercatori hanno quindi scandagliato 35 studi e indagini di vario tipo, che hanno interessato oltre 4.100 campioni di 32 stati.
I risultati dello studio
Come illustrato su Food Control, gli scienziati hanno preso in esame i dati relativi al periodo compreso tra il 2010 e il 2023. Il risultato è stato che in generale il tasso di errori sulle etichette è del 39,1%, ma tra le dieci specie più diffuse, tra le quali il tonno, il salmone e le spigole, che rappresentano più dell’80% del mercato nazionale, è considerevolmente più basso, pari al 31%. Il riscontro più comune (26% dei casi) è quello di una specie venduta come se fosse un’altra, per esempio una trota iridea venuta come salmone, ma la percentuale, di nuovo, scende nelle dieci specie (13,9%). Se poi si va a vedere tutte le altre specie (per esempio i dentici, le ricciole e gli ippoglossi), il tasso di sostituzione aumenta, talvolta in modo preoccupante. Per esempio, il dentice rosso è risultato essere oggetto di frodi nell’83% dei casi.
I dati cambiano anche in relazione al canale di vendita: i ristoranti sono i luoghi dove più spesso si viene ingannati (nel 55,6% dei casi scoperti), mentre i rivenditori al dettaglio quelli più sicuri (le frodi ci sono state nel 26,2% dei casi). Allo stesso modo, ci sono alcuni tipi di piatti nei quali è più facile riscontrare una sostituzione, come il sushi e il sashimi (67,5% dei casi), seguiti da ceviche e poke (54,7%), mentre piatti meno eterogenei, costituiti da un solo tipo di pesce, sono in generale più sicuri.

Ripensare la pesca
Anche se gli autori insistono sulla necessità di maggiori controlli e di una maggiore consapevolezza del consumatore, così come sulla sostanziale sicurezza del grosso del mercato, emerge comunque la discrasia tra le specie globali come il tonno, più controllate, e quelle considerate di importanza economica inferiore. La sottovalutazione del pesce che non rientra nelle pochissime specie più vendute sul mercato globale è evidente.
Più che sollecitare i consumatori a non farsi imbrogliare (e non si capisce bene come potrebbero fare, entrando in un negozio oppure scegliendo da un menu), probabilmente sarebbe meglio sostenere la pesca di specie alternative alle poche onnipresenti. Questo significherebbe tutelare meglio i piccoli pescatori, avere impatti ambientali migliori ed essere più sicuri quando si sceglie un pesce sia in pescheria che al ristorante.
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Giornalista scientifica