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Pesce: false etichette e furberie. Negli Usa un terzo dei cartellini ittici indicano una specie che non corrisponde alla realtà

pesceGli scandali alimentari non riguardano solo la carne: negli Stati Uniti buona parte del pesce è commercializzato sotto falso nome. La denuncia arriva da Oceana, un’associazione ambientalista che in due anni di lavoro ha effettuato una delle più importanti indagini di questo genere mai realizzate, analizzando il DNA di 1.215 campioni di pesce raccolti in 674 punti vendita di 21 stati. Con risultati allarmanti: in un terzo dei casi la specie non corrispondeva a quella segnalata sul cartellino e spesso non faceva neanche parte delle specie commercializzate.

 

Ad essere presa di mira soprattutto la famiglia dei Lutjanidae (in inglese noti come snappers) che comprende moltissimi pesci pregiati per usi alimentari: nell’87% dei casi la specie indicata sul campione esaminato non era quella corretta, e in tre quarti dei casi si trattava addirittura di pesci appartenenti ad altre famiglie, soprattutto Tilapia e Sebastidae.

 

Alta percentuale di etichettature scorrette anche per quanto riguarda i campioni di tonno (59%) e di altri pesci molto apprezzati dai consumatori come l’halibut, la cernia e il merluzzo, per cui la percentuale di errore spazia dal 19 al 38% mentre uno dei pesci meno imitati è il salmone, per cui le scorrettezze non superano il 7%

 

pesceAlcune delle frodi puntano a sostituire pesci selvaggi con specie di allevamento di minor valore commerciale, altre a mettere in commercio specie protette o che non dovrebbero essere pescate, altre ancora potrebbero causare problemi di salute: per esempio per la presenza di pesce proveniente da aree inquinate, o che può creare allergie o problemi di salute, come l’escolar (Lepidocybium flavobrunneum), spesso venduto come “tonno bianco” in cui è presente una tossina che può causare disturbi gastrointestinali, ragion per cui il commercio in alcuni paesi tra cui l’Italia è proibito.

 

Complessivamente il 44% dei punti vendita esaminati offriva pesci con etichettature errate: il record negativo spetta ai locali dove si serve sushi (74%) seguiti da ristoranti (38%) e pescherie (18%) con una distribuzione abbastanza uniforme nei vari stati. Dato che i controlli sono stati fatti a livello di vendita, non è facile capire in quale fase sia avvenuta l’etichettatura scorretta, spiegano gli estensori del manifesto: resta il fatto che è necessario un sistema di controllo più efficiente, in grado di tutelare i consumatori ma anche i produttori onesti, oltre che la salute dei nostri mari.

 

pesce«Questi dati mettono in evidenza che le frodi nel settore ittico sono tuttora numerose anche in Paesi evoluti dal punto di vista dei controlli e delle tecniche per effettuarli», spiega Valentina Tepedino di Eurofishmarket che dal 2000 sta conducendo in Italia – insieme a università e Istituti Zooprofilattici Sperimentali – indagini su frodi di sostituzione nel campo ittico. Evidenziando risultati in trend con quelli americani «Anche in Italia il settore dove c’è più rischio di frodi è quello dei sushi restaurant o sushi bar, e nella medio-bassa ristorazione» ricorda Tepedino. I problemi più spesso riscontrati sono la vendita di una specie per un’altra, di prodotti decongelati per freschi e di prodotti esteri per nostrani. Un segnale positivo arriva invece dalla grande distribuzione: «Esselunga è stata la prima nel 2000 a collaborare con questa ricerca per verificare la possibilità che i filetti di pesce loro forniti non fossero corrispondenti a quanto richiesto, – conclude Tepedino – e ancora oggi verifica a campione i suoi fornitori, riducendo praticamente a 0 la possibilità di questo tipo di frodi».

 

Paola Emilia Cicerone

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  Paola Emilia Cicerone

Paola Emilia Cicerone
giornalista scientifica

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9 Commenti

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    Leggo “….come l’escolar (Lepidocybium flavobrunneum), spesso venduto come “tonno bianco” in cui è presente una tossina che può causare disturbi gastrointestinali, ragion per cui il commercio in alcuni paesi tra cui l’Italia è proibito.”
    e, quindi mi corre l’obbligo rettificare ciò che è stato asserito, in quanto il testo vigente del R. CE/853/2004, così dispone: “I prodotti della pesca freschi, preparati, congelati e trasformati appar­tenenti alla famiglia delle Gempylidae, in particolare il Ruvettus pre­tiosus e il Lepidocybium flavobrunneum, possono essere immessi sul mercato solo in forma di prodotti confezionati o imballati e devono essere opportunamente etichettati al fine di informare i consumatori
    sulle modalità di preparazione o cottura e sul rischio connesso alla presenza di sostanze con effetti gastrointestinali nocivi.
    Il nome scientifico dei prodotti della pesca deve accompagnare il nome comune sull’etichetta.”

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    Paola emilia Cicerone

    Signor Alessandro, grazie per le precisazioni anche se sarei curiosa di capire le ragioni del suo interesse per un alimento che il,buon senso suggerirebbe semplicemente di evitare

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      Per senso delle proporzioni. Nello Stretto di Messina, e più in generale in tutta la Sicilia, così come nel Mar Ionio, i Gempilidi, i ruvetti in particolare, vengono spesso pescati, comunemente con il palamito, essendo pesci di profondità, e regolarmente consumati dalla popolazione locale, li si può trovare in pescheria (magari non rispettando proprio tutte le regole di cui sopra), che li considera saporiti anche se alquanto grassi, il tutto senza particolari conseguenze. Forse che i siciliani ed i calabresi sono gente priva di buon senso ?

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      Paola Emilia Cicerone

      signor Alessandro, basta pensare al frequente e diffuso abuso di alcolici, di grassi e zuccheri, di junk food (con conseguenti alte percentuali di obesità) per concludere che le scelte alimentari della gente, in Calabria come in tutte le altre regioni, non sono necessariamente sensate o corrette. Quanto al “non rispettare proprio tutte le regole”, purtroppo è un malcostume diffuso in questo come in altri settori:io lo considero un atteggiamento grave, e da combattere, non da commentare con leggerezza ( ma sì,poi c’è qualcuno che non rispetta tutte le regole..) come sembra fare lei…

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    Paola emilia Cicerone

    Per chi volesse approfondire, qui c’è un interessante e recente editoriale del Boston Globe
    http://www.bostonglobe.com/editorial/2013/01/24/escolar-label-accurately-but-don-ban/wywghHPDrgMxR3Zq1LTcvL/story.html

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    Gentile Sig.ra Paola,
    mi piacerebbe sapere da cosa Lei desuma che il sottoscritto sembri non rispettare le regole.
    Credo che il fatto che il Legislatore comunitario consenta il consumo dei pesci di cui trattasi, tenuto anche conto del noto principio di precauzione, la dice lunga sul loro presunto livello di tossicità. Nè si può eccepire chissà quali interessi lobbistici, stante il fatto che tali pesci vengono pescati in maniera marginale.
    Ritengo che il fatto che, forse, in qualche pescheria di paese non si rispetti appieno quanto prescritto circa l’obbligo d’informazione, sia solo sintomo d’ignoranza, del resto, pare che anche taluni esperti non siano perfettamente a conoscenza di quanto effettivamente prescritto dalle vigenti norme.
    Peraltro, non credo affatto che il consumo saltuario di questi pesci, sia neppure lontanamente equiparabile al consumo reiterato del cosiddetto “cibo spazzatura”, con relativi incrementi degli indici d’obesità nella popolazione; fà semplicemente parte di secolari consuetudini, giustificate dal fatto che i pesci in questione non hanno sortito, in quei luoghi, nei tempi, quegli effetti indesiderati, che in questa sede gli si vogliono costantemente attribuire.
    Il meccanismo eziopatogenetico alla base di quella che potrebbe essere, più che altro, un’intolleranza, non è ben conosciuto, così come del resto non si sà neppure se alla base di questi, del tutto sporadici, fenomeni ci sia in realtà un pool di sostanze, con vari effetti, quindi in potenza anche allergici propriamente detti. Ciò che alla stato pare noto, è che questi pesci hanno un corredo enzimatico ridotto rispetto ai lipidi che assumono, e che di conseguenza accumulano i grassi nel tessuto muscolare, si suppone peraltro che questi lipidi sia in realtà contenuti in alcuni copepodi che costituiscono infine l’alimento dei pesci stessi; al limite si potrebbe supporre che non in tutte le località di pesca il problema sia analogo, ma ciò sarebbe da verificarsi.
    Probabilmente è ben più scabroso che in etichettatura, di taluni diffusissimi prodotti, come le conserve di tonno, non compaiano informazioni di sorta circa il rischio connesso con il mercurio, quasi sicuramente contenuto, e questo sì di tossicità costante, grave, e ben nota, rivolto alle potenziali categorie a rischio, ciò visto il livello di consumo e soprattutto la frequenza dello stesso; almeno nei gempilidi tale obbligo c’è (la classica foglia di fico ?).
    Ciò detto, a me pare che Lei si stia accanendo nei confronti della tipica pagliuzza nell’ occhio, ed inoltre non mi sembra che nessuno abbia urlato allo scandalo quando è stata varata questa norma, volta a proteggere soprattutto particolari individui in qualche maniera, molto probabilmente, predisposti.

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    Paola Emila Cicerone

    Non desumo affatto che lei non rispetti le regole( anche perché non so chi lei sia) mi era solo parso di intuire dal suo post precedente , forse sbagliando, un suo atteggiamento di indulgenza verso una mancanza che a me pare grave. Certo che l’escolar non è il più grave dei problemi, nel settore ittico ne’ in generale in campo alimentare..mi pare però che denominazioni errate e mancanza di informazioni corrette ai consumatori siano comportamenti errati e da stigmatizzare..non vorrei però tediare eccessivamente i lettori con il nostro dialogo…