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Il pesce pescato con reti da traino è sostenibile? Risponde Valentina Tepedino di Eurofishmarket

Mi permetto di contattarvi per una verifica: è corretto che del pesce pescato con reti da traino sia dichiarato e certificato da pesca sostenibile (vedi figura in alto)? Non credo che le reti da traino siano fra le modalità di pesca sostenibili. Stefania

Risponde Valentina Tepedino veterinaria e direttrice di Eurofishmarket

La definizione di pesca sostenibile non è regolamentata dal norme precise

Non entrando nel merito del marchio di certificazione indicato in etichetta e rispondendo alla sua domanda sulla possibilità che possa essere la categoria dell’attrezzo di pesca “reti da traino” considerata tra le modalità di pesca sostenibili, posso risponderle che questo tipo di certificazioni volontarie e indipendenti non si basano esclusivamente su questo aspetto, ma prendono in considerazione tutta una serie di fattori tra i quali la qualità della risorsa della specie oggetto di pesca in quella determinata area o addirittura zona o sottozona e molto altro. La categoria “ reti da traino” inoltre comprende tutta una serie di attrezzi che spesso vengono “sintetizzati” esclusivamente nel cosiddetto “strascico” che viene percepito in automatico negativamente dal consumatore a prescindere dalla tipologia specifica di attrezzo, dalle caratteristiche del fondale sul quale viene usato e dalla specie per il quale viene usato. Se non viene effettuato un ragionamento d’insieme tenendo in considerazione tutti gli aspetti che ho sopra sintetizzato non si può formulare una risposta valida in merito. In questo momento chi acquista un prodotto con una certificazione di sostenibilità si fida e affida a quella certificazione. Fatta questa doverosa premessa va anche specificato che ad oggi non esiste una definizione di legge di “pesca sostenibile” e neppure una “certificazione istituzionale”, ossia rilasciata dal governo italiano o europeo in merito a questo aspetto, e dunque non esiste attualmente un controllo da parte di autorità ufficiali come avviene per il marchio del biologico o per le certificazioni di qualità IGP e DOP. Dunque comunque nessuno, ufficialmente, potrà risponderle se il pesce pescato da reti da traino si possa considerare sostenibile a prescindere da tutte le considerazioni già suddette. Inoltre il mercato delle certificazioni volontarie e indipendenti è molto vasto e difficilmente il consumatore anche collegandosi al loro sito specifico può comprendere le differenze tra l’una e l’altra e, soprattutto, valutarne la migliore o minore bontà. Io per prima, pur essendo medico veterinario specializzato nel settore ittico , non ho le competenze per valutare la serietà ed efficacia dell’una rispetto ad un’altra. Per questo mi piacerebbe che intervenissero in questo mercato ( quello dei prodotti ittici “sostenibili”) le istituzioni competenti al fine di fornire, attraverso un comitato tecnico scientifico ad hoc, innanzitutto delle linee guida autorevoli contenenti i parametri base riconosciuti come necessari per considerare un prodotto ittico sostenibile.

Servono linee guida per la pesca “sostenibile “

Riterrei inoltre utile anche che poi venissero realizzati controlli ufficiali su questi parametri base per i prodotti che riportano un qualsiasi marchio di sostenibilità. Questo garantirebbe di più la risorsa ittica, il consumatore ma anche le associazioni/aziende detentrici dei marchi di sostenibilità che oggi stanno diventando sempre più numerose per evitare possibili fenomeni di concorrenza sleale. Ho scritto in merito anche un breve articolo sul mio blog InforMare

Valentina Tepedino direttrice di Eurofishmarket

  Redazione Il Fatto Alimentare

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2 Commenti

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    Ritengo sia doveroso precisare che esiste già uno strumento istituzionale per distinguere certificazione realmente di terza parte ed affidabile, da una di prima o seconda parte: si tratta del riconoscimento prodotto dagli Enti di Accreditamento Nazionali (ad esempio Accredia in Italia). L’ente di Accreditamento è preposto al monitoraggio ed accreditamento degli enti di certificazione (coloro che effettuano gli audit, le verifiche) e del proprietario dello standard, per evitare, tra gli altri, conflitti di interesse o interpretazioni soggettive dei requisiti di certificazione. Friend of the Sea è l’unico standard in Italia (e non solo) riconosciuto da Accredia. Gli altri schemi possono solo effettuare verifiche ispettive e non possono emettere certificati di audit, proprio perchè mancano tale riconoscimento.
    Friend of the Sea è anche l’unico schema di certificazione indipendente dall’industria ittica, ed opera senza conflitti di interesse. MSC ad esempio è stato fondato da Unilever nel 1996 e dunque ha focalizzato i primi 10 anni nella certificazione dei prodotti dell’Unilever ed in particolare i bastoncini di pesce pescati con grandi reti a strascico oceaniche. Nel 2006 venne svolto audit Friend of the Sea dei medesimi produttori (nasello del Sud Africa e Namibia, pescato a strascico): le numerose non conformità (impatto sul fondale e distruzione coralli, prese accidentali di squali e razze in pericolo di estinzione, stock ittico sovrasfruttato) non permisero la certificazione.

  2. Avatar

    Sull’argomento segnalo l’ottimo libro “Allarme pesce – Una risorsa in pericolo” di Charles Clover.
    La certificazione MSC, come scritto da Paolo Bray, essendo creata da Unilever, è come il proverbiale oste che certifica che il proprio vino è buono…
    Tutti adesso si stanno riempiendo la bocca con la parola “sostenibile”, peccato che non esista modo di verificare quanto pesce si sta pescando. Ovvero, ci si rende conto che si è pescato troppo quando ormai è troppo tardi. Vedi i merluzzi dei banchi di Terranova, è stata fatta la moratoria nel 1992 ma ormai gli stock erano esauriti e da allora non si sono mai più ripresi.