L’impatto delle ondate di calore sulla sicurezza e la qualità alimentare: il paradosso di un modello agricolo che è insieme causa e vittima del riscaldamento globale.
Le ondate di calore estremo che da qualche tempo segnano le nostre estati — e quella che stiamo vivendo è tra le più soffocanti degli ultimi decenni — non sono, come sostengono i negazionisti del cambiamento climatico, un capriccio meteorologico. Sono il segnale che il riscaldamento globale è strutturale e di crescente intensità.
La scienza ha identificato la causa di questo squilibrio nell’accumulo eccessivo di gas serra nell’atmosfera. Molecole semplici come anidride carbonica (CO₂), protossido di azoto (N₂O) e metano (CH₄), intrappolano il calore solare assorbito dalla superficie terrestre, ostacolandone la dispersione nello spazio. È un processo naturale, indispensabile per mantenere la Terra a una temperatura compatibile con la vita. Con l’industrializzazione, però, la sua intensità è stata spinta oltre la soglia di tolleranza del sistema climatico. Combustibili fossili impiegati senza risparmio, deforestazione estesa, agricoltura intensiva e allevamenti industriali hanno riempito l’atmosfera di gas serra in misura mai registrata prima (1)
Un dato basta a chiarire la portata di questa anomalia. Nella primavera di quest’anno la concentrazione atmosferica di CO₂ ha raggiunto circa 430 ppm, oltre 150 ppm in più rispetto ai livelli preindustriali. È un salto enorme, avvenuto in poco più di un secolo, senza precedenti nella storia recente del pianeta. Per 10mila anni, dall’introduzione dell’agricoltura fino alla rivoluzione industriale, la CO2 atmosferica è rimasta stabile intorno a 260-280 ppm. Oggi quella stabilità è compromessa e il clima ne mostra le conseguenze.
Le ondate di calore
Le ondate di calore di questa estate stanno generando sofferenza diffusa (2) e hanno già provocato in Europa migliaia di vittime. Ma gli effetti del riscaldamento globale non riguardano soltanto la salute umana. È l’intera biosfera a trovarsi in crescente vulnerabilità. I suoli tendono a desertificarsi; le piante subiscono stress idrici e termici che alterano fisiologia e metabolismo; gli ecosistemi si degradano; le foreste bruciano con frequenza e intensità devastanti. In questo quadro anche l’ecosistema agrario, da cui dipende la nostra sicurezza alimentare, viene a trovarsi in una situazione critica.

Agricoltura industriale, causa e vittima del riscaldamento globale
L’agricoltura industriale, che oggi gestisce circa il 70% dell’agrosistema globale, vive una contraddizione paradossale: contribuisce in modo significativo al riscaldamento globale e, allo stesso tempo, ne subisce gli effetti più gravi.
Da un lato incide sull’aumento dei gas serra, emettendo grandi quantità di CO2 con la meccanizzazione, che richiede combustibili fossili, e con la perdita di sostanza organica nei suoli sempre meno fertili; rilasciando N2O per effetto della concimazione con nitrati di sintesi; producendo notevoli quantità di CH4 negli allevamenti intensivi, soprattutto perché il bestiame è alimentato con foraggi insilati e mangimi concentrati anziché con erba fresca e fieno.
Dall’altro, questo modello agricolo è sempre più esposto agli impatti del riscaldamento. Quando il caldo supera le soglie fisiologiche ottimali, soprattutto in concomitanza con la siccità, le piante attivano meccanismi di sopravvivenza, chiusura degli stomi, calo della traspirazione, rallentamento della fotosintesi e dell’assorbimento dei nutrienti, che limitano i danni ma compromettono la produttività (3).
Rese in calo, piante più fragili e animali sotto stress
Negli ultimi anni si osserva una riduzione delle rese: pomodoro (meno frutti per pianta), lattuga (pezzatura ridotta), patata (tuberi più piccoli), agrumi (cascola precoce e pezzatura ridotta), mele (maturazione anticipata e resa per ceppo inferiore). Drammatica la produzione delle olive, con oliveti che in alcune zone non stanno producendo più nulla. Lo stress termico induce inoltre le piante a produrre sostanze ossidanti (ROS), che danneggiano membrane e tessuti e rendono le colture più vulnerabili ai patogeni e quindi più bisognose di pesticidi (4)

Il caldo e la scarsità d’acqua degradano anche il terreno: la struttura si indebolisce, la sostanza organica diminuisce, la capacità di trattenere acqua si riduce, il microbioma della rizosfera si altera. Un suolo così compromesso non assolve più efficacemente la funzione di sostenere, nutrire e proteggere le pianta, diventando esso stesso un organismo fragile.
Lo stress termico porta sofferenza anche negli allevamenti intensivi. Gli animali mangiano di meno, l’accrescimento rallenta, la fertilità cala e la mortalità aumenta (5)
Con le ondate di calore prezzi in aumento, qualità in calo
Queste dinamiche compromettono la sicurezza alimentare non solo in termini di disponibilità per la caduta della produttività, ma anche di valore alimentare (qualità nutrizionale, organolettica e funzionale). La minore produttività comporta un aumento dei prezzi (6,7), aggravato dai costi necessari per fronteggiare le avversità climatiche (irrigazione aggiuntiva, ombreggiamenti, assicurazioni agricole, ripristino dei danni colturali). Conseguentemente l’accessibilità al cibo cala soprattutto per le fasce sociali meno abbienti, con il rischio di ampliamento delle disuguaglianze (8).
Il caldo eccessivo non riduce solo la resa, peggiora anche la qualità dei prodotti. Gli stress termici e idrici prolungati, causano una diminuzione di nutrienti, sapori, e sostanze benefiche per la nostra salute (9). Basta assaggiare in questi giorni un’albicocca o una pesca acquistata al supermercato per percepire il declino qualitativo del cibo, ormai senza incanto visivo e gustativo
In definitiva, il consumatore finisce per pagare sempre di più per un cibo che vale sempre di meno.

Un modello agricolo che mostra i suoi limiti
Il cambiamento climatico ci sta mostrando con chiarezza i limiti del modello agricolo industriale. È un sistema che funziona solo in condizioni climatiche favorevoli, costruito com’è sul presupposto che il clima garantisca acqua abbondante, temperature moderate e cicli stagionali prevedibili. Quando questi presupposti saltano, il modello rischia di collassare.
Serve perciò una trasformazione profonda attraverso pratiche rigenerative capaci di restituire fertilità ai suoli e di riportare equilibrio ecologico nelle campagne. Questo equilibrio si fonda sulla triade biodiversità-fertilità-sanità: microbiomi della rizosfera e delle piante in eubiosi, piante spontanee come parte integrante del sistema agrario e non da eliminare con diserbanti; insetti utili, impollinatori e fauna terricola; humus e sostanza organica nel suolo; colture sane in un ambiente sano.
Zootecnia più rispettosa nei riguardi degli animali
Anche la zootecnia deve adeguarsi: strutture areate e non affollate, accesso del all’aria aperta e spazi compatibili con le esigenze degli animali, alimentazione equilibrata riducono la vulnerabilità degli animali e aumentano la resilienza allo stress termico. Allo stesso tempo, queste pratiche ridimensionano la responsabilità degli allevamenti nel riscaldamento globale: meno metano enterico, meno reflui e minore dipendenza da mangimi ad alta impronta ecologica, come soia e mais coltivati in monocoltura, spesso associati a deforestazione, uso intensivo di fertilizzanti e consumi elevati di acqua ed energia

Il nostro ruolo
Come cittadini possiamo sostenere politiche che affrontino – e non neghino – il cambiamento climatico promuovano la rinaturalizzazione delle aree degradate, la creazione di giardini pubblici, l’alberatura urbana e il recupero dei terreni abbandonati. Più verde nei quartieri significa anche maggiore refrigerio per chi vi abita. Un’altra azione concreta riguarda la gestione dei residui organici. Il compostaggio di comunità e la raccolta differenziata dell’organico riducono le emissioni rispetto alla combustione dei residui vegetali10 e producono fertilizzante per orti urbani e giardini condivisi.
Come consumatori possiamo sostenere piccoli produttori locali, scegliere filiere agroecologiche, come quelle biologiche e biodinamiche, privilegiare stagionalità e prossimità, frequentare mercati contadini, ridurre lo spreco alimentare. Possiamo inoltre orientare le nostre scelte verso alimenti a minore impronta ecologica, legumi, cereali integrali, ortaggi, frutta, e ridurre carne bovina e ovina, prodotti ultra trasformati e alimenti fuori stagione o provenienti da terre lontane.
Il riscaldamento globale è un lamento della Natura per la sofferenza che le stiamo infliggendo. Ascoltiamolo e attiviamoci, perché la sua è anche la nostra sofferenza: se feriamo gli ecosistemi, finiamo per ferire noi stessi.
Note
1. Romanello M. et al. The 2024 report of the Lancet Countdown on health and climate change: facing record-breaking threats from delayed action. Lancet 404, 1847 (2024).
2. Commissione Europea. Le cause dei cambiamenti climatici. https://climate.ec.europa.eu/climate-change/causes-climate-change_it
3. Kompas T. et al. Global impacts of heat and water stress on food production and severe food insecurity.Scientific Reports 14, 14398 (2024)
4. Hasanuzzaman M. et al. Reactive Oxygen Species and Antioxidant Defense in Plants under Abiotic Stress: Revisiting the Crucial Role of a Universal Defense Regulator. Antioxidants 9, 681 (2020).
5. Gonzalez-Rivas P.A. et al. Effects of heat stress on animal physiology, metabolism, and meat quality: A review. Meat Sci.162, 108025 (2020):
6. Tongxi Hu T. et al. Climate change impacts on crop yields: A review of empirical findings. Environmental Modelling & Software, 179, 106119 (2024)
7. Kotz M. et al. Global warming and heat extremes to enhance inflationary pressures. NatureCommunications Earth & Environment 5, 116 (2024)
8. Myers S.S. et al. Climate Change and Global Food Systems: Potential Impacts on Food Security and Undernutrition. Annu. Rev. Public Health 38, 259 (2017)
9. Sharma S, Manjeet M. Heat Stress Effects in Fruits Crops. Agricultural Reviews 41, 73 (2020)
10. Boldrin, A. et al. Greenhouse gas emissions from anaerobic and aerobic treatment of biowaste and green waste. Waste Management 30, 2475 (2010)
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medico e agronomo, già docente del corso Qualità degli alimenti e salute del consumatore all’Università di Padova



Si e così. Vado spesso al Conad, per ragioni di età e salute personale e familiare, devo prima di tutto acquistare frutta e verdura. Ma li comincia il problema. Io non comprova caso, controllo la consistenza della frutta, il colore della buccia, il profumo, e si è persa la qualità e la bontà della frutta e verdura di un tempo. Come niente spendo 30 euro, ma la resa e tutta da dimostrare. Vorrei anche parlare del Pane, mannaggia. Scegli pure qualunque tipologia, ma tanto sarà sempre la stessa cosa. Il pane e mangiabile entro le 24 ore, Dopo puoi far felice i passerotti e i piccioni. Ho trovato ma non sempre un pane all’ins rotondo di consistenza morbida, molto gustoso, ma soprattutto può durare anche 2-3 giorni, poiché credo aggiungano farina di patate all’impasto. Vabbè. Questo dovevo dire, questo ho detto. Grazie dell’attenzione.
Chiedo scusa ma l’aumento delle particelle non è la causa ma un effetto…..io sottoscrivo in pieno le sue proposte ma la causa prima non viene nemmeno citata e ha a che fare con le lobby che consigliano e costringono le decisioni politiche……bisogna salire di tono nelle proteste.
Prima di arrivare a protestare si piani alti, bisogna cominciare dai piani bassi, noi in primis, poi ogni paese da cittadini volenterosi e poi dal sindaco. Penso che se cominciamo a multare chi infrange determinate regole riguardanti tutto questo, si arriva piano piano a un miglioramento.
Proprio ieri sono passata ad acquistare delle delle pesche in COOP, pesche della Romagna!. Assolutamente immangiabili ,dure senza sapore e talmente lucide da abbagliare.
Ma come si puo andare avanti così.
Premetto che il mio fruttivendolo è in ferie altrimenti col cavolo sarei andata in COOP…
Questo succede in molti supermercati purtroppo, non solo alla Coop
Ma vogliamo sempre supermercati pieni di ogni ben di dio, sovra produzione che chissà dove andrà a finire. Facciamo gli ambientalisti ma vogliamo cibarci di frutti esotici, mango, papaya, di tofu prodotto con soia che viene dall’altra parte del mondo. E i pomodori dall’Olanda. Cerco di andare poco al supermercato, ma quello che vedo ogni volta è che abbiamo voluto e costruito un modello alimentare insostenibile e infatti, ora ci sta arrivando il conto inevitabile.
Cerco per quanto possibile di privilegiare la filiera corta. Sia per l’allevamento che per l’agricoltura. Certo non sempre ci riesco… Ma si rendono conto i signori degli allevamenti e dell’agricoltura intensiva che stanno firmando la loro condanna a morte oltre che la nostra?? Eppure basta qualche trattore per bloccare tutto… Quando manca la politica manca tutto
Buongiorno, condivido pienamente tutto ciò che ha detto, spero che ogni sindaco di paese legga tutto questo e cominci a mettere regole da seguire e multare severamente chi non esegue, un po’ come in Svizzera. Se ognuno di noi nel suo piccolo fa tutto ciò che ha scritto, sono sicuro che la situazione migliorerà, nel caso contrario, NON LAMENTATEVI DEL SURRISCALDAMENTO DELLA TERRA! Forza gente, cominciate dalle piccole cose!!!
Penso che nell’articolo sia stato fatto un Specchio di Ciò che Noi dobbiamo difendere e Fare per migliorare il Nostro Rapporto con l’Ambiente,e con Noi Stessi, che dicano ciò che vogliono i Negazionisti, ma se si se si vuole Salvare il Nostro Pianeta e il Nostro Futuro, bisogna pensare a Rispettare dove Abitiamo non usare il Pianeta,altrimenti la Natura non farà sconti a nessuno!
Nessuno attribuisce questo aumento del riscaldamento globale a tutto quello che stanno bruciando le guerre.altro che agricoltura intensiva, zootecnia, deforestazione e raccolta differenziata.
A proposito di quest’ultima che ne dite di tutti.o centri di raccolta che bruciano periodicamente per la disonestà di chi li gestisce? O degli incendi dolosi che in un colpo bruciano boschi e pinete e non esiste ancora un sistema serio per prevenire e agire tempestivamente appena vengono innescati.
Possibile che nessuno ne parli?
Forse lo sviluppo delle tecniche di coltivazione tipo bonsai ottimizzerebbe l uso del suolo e la drastica riduzione del paradigma proteico basato su proteine animali (vedi ad es. Il rovesciamento trumpiano della piramide alimentare) modificherebbe radicalmente l eterogenesi causata dall’ abbandono del valore primario delle proteine vegetali riportando quelle animali ad un ruolo complementare.
La Bibbia racconta che, vedendo la corruzione e la violenza degli uomini, Dio mandò il Diluvio, ma dopo di esso stabilì un’alleanza con Noè e con «ogni essere vivente», nella speranza che l’uomo si rinsavisse. Ma l’uomo non si è affatto rinsavito. Oggi, con la crisi climatica, stiamo subendo un castigo che non è divino, ma che, da masochisti, ci stiamo infliggendo da soli. La crisi climatica è in gran parte provocata dalle nostre stesse azioni: alluvioni, eventi estremi, scioglimento dei ghiacciai e distruzione degli
ecosistemi ci ricordano quanto fragile sia l’equilibrio della Terra, un pianeta che una minuscola pallina all’interno dell’Universo. La minaccia di un nuovo Diluvio non è una profezia, ma un monito: stiamo tradendo l’alleanza con la creazione che ci è stata affidata. L’arcobaleno resta allora il simbolo di una promessa, ma anche di una responsabilità: cambiare rotta prima che sia troppo tardi. Dobbiamo cambiare rotta come abitanti di questa terra, cittadini, genitori ed elettori.
E ancora una riflessione. Il capitalismo e l’industrializzazione hanno prodotto un benessere materiale impensabile per gran parte dell’umanità delle epoche precedenti, ma hanno anche favorito una forte concentrazione della ricchezza e del potere, lasciando molti in condizioni di precarietà e disuguaglianza. Il problema, quindi, non è negare il progresso, ma interrogarsi su un modello di sviluppo che troppo spesso mette il profitto davanti al bene comune e ai limiti del pianeta.
Come ricorda Nuccio Ordine nel prezioso “L’utilità dell’inutile”, cultura e istruzione sono il “liquido amniotico” nel quale possono trovare un vigoroso sviluppo “le idee di democrazia, libertà, giustizia, laicità, uguaglianza, pensiero critico, tolleranza, solidarietà e bene comune”. E allora, non può esserci una vera tutela dell’ambiente senza cultura e istruzione garantite come diritto di tutti. Quando si indeboliscono conoscenza e pensiero critico, diventano più facili la disinformazione, il negazionismo climatico e la delegittimazione della scienza, della ricerca e delle università. E una democrazia che perde questi strumenti rischia di perdere la propria essenza.
Davanti alla crisi climatica, non basta chiedere ai singoli di cambiare le proprie abitudini. Ciascuno di noi può e deve fare la propria parte, ma servono anche scelte politiche, economiche e collettive capaci di affrontare le cause profonde della crisi. In fondo, per difendere l’ambiente, bisogna innanzitutto difendere la cultura, la scuola e il diritto di tutti a comprendere il mondo, per poter contribuire a cambiare rotta quando ci accorgiamo che la direzione presa è sbagliata. Purtroppo, però, una parte
dell’élite tecnologica ed economica che oggi concentra enormi ricchezze e influenza la politica sembra avere più interesse a orientare le decisioni pubbliche secondo i propri interessi che a favorire una reale trasformazione del modello di sviluppo.