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Olio di palma: i media ne parlano sempre di più e i consumatori fanno pressione. Le aziende modificano le loro politiche e le rendono più sostenibili

Olio di palma
Le piantagioni di palma sono, secondo gli ambientalisti, una delle principali cause di deforestazione

La scarsa trasparenza delle imprese rende difficile quantificare i danni causati dalle piantagioni di palma che sarebbero, secondo gli ambientalisti, una delle principali cause di deforestazione – insieme alla produzione del legno – in Indonesia e Malesia, i due principali produttori. La maggior parte delle palme da olio cresce sulle isole di Sumatra, in Indonesia, e nel Borneo che è diviso tra Indonesia Malesia e Brunei: due aree particolarmente importanti dal punto di vista ambientale. Secondo Tomasz Johnson della Environmental Investigation Agency (EIA) il governo indonesiano fin dagli anni ‘60 ha ceduto a imprese private grandi aree di territori dove si trovavano comunità indigene “che in questo modo hanno perso autonomia e sicurezza, finendo per dipendere dai bassi salari pagati nelle piantagioni”. Dove i diritti dei lavoratori sono scarsamente tutelati e dove, secondo fonti americane, si fa ancora ampiamente ricorso al lavoro minorile.

Oggi le cose stanno cominciando a cambiare: i consumatori sono più informati e fanno pressione sulle aziende spingendole ad adottare almeno formalmente politiche più sostenibili. Nel 2013, per esempio, la Wilmar International di Singapore, che controlla circa metà del mercato mondiale di olio di palma, ha annunciato che entro due anni i suoi fornitori non avrebbero più fatto ricorso alla deforestazione, e anche importanti multinazionali dell’alimentazione come Nestlé, General Mills, Kellogg’s e Hershey hanno preso impegni di questo tipo. Inoltre, cosa anche più importante, poche settimane fa 16 aziende tra cui PepsiCo, Colgate-Palmolive e Starbucks hanno invitato la RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil), l’organizzazione creata nel 2004 per promuovere la produzione e il consumo sostenibile di olio di palma, ad adottare criteri più rigidi. In passato la RSPO, che conta oltre un migliaio di membri (tra cui la Ferrero) è stata duramente criticata per non aver monitorato adeguatamente i propri membri, e per non essersi impegnata a sufficienza per limitare la deforestazione.

deforestazioneE in effetti la difficoltà di tracciare la produzione, che in gran parte proviene da piccole coltivazioni disperse sul territorio, dove è difficile garantire controlli, resta una delle sfide più grandi che l’industria deve affrontare. Secondo un rapporto realizzato nel 2014 dall’EIA, il tasso di illegalità in queste coltivazioni sarebbe intorno all’80%. “Il livello di adesione alle norme in questo settore è molto basso, e anche gli interventi repressivi sono scarsi a causa della diffusa corruzione”, sottolinea  Johnson. “Per i consumatori, questo significa che è molto probabile che l’olio di palma che consumano sia stato prodotto illegalmente, e quasi certo che non si tratti di una produzione sostenibile”.

Considerando che la richiesta di olio di palma continua ad aumentare, rischiando di coinvolgere anche altre aree vulnerabili dal punto di vista ambientale, in Asia ma anche in Africa e in America meridionale, le associazioni ambientaliste chiedono un maggior impegno da parte dei consumatori, e una collaborazione tra governi e aziende per l’adozione di politiche responsabili. Qualcosa, forse, si sta muovendo: anche l’Unione europea sta valutando la possibilità di ammettere, entro il 2020, solo l’importazione di olio di palma da produzioni sostenibili.

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  Paola Emilia Cicerone

Paola Emilia Cicerone
giornalista scientifica

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2 Commenti

  1. Enrico Pistelli

    Possibile che nessuno comprenda che l’espressione “olio di palma sostenibile” è un ossimoro?
    Se lo producessero sostenibile alle aziende non converrebbe comprarlo, non vi pare?