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Olio di colza: valutazione dell’Efsa sui rischi dell’acido erucico. Perplessità sulla significatività dei campioni analizzati e sui metodi di analisi

 

olio di colza
Olio di colza, l’Efsa ha effettuato la valutazione sulla sicurezza dell’acido erucico, contenuto in minima parte nell’olio di colza

L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha pubblicato una nuova valutazione sui rischi dell’acido erucico, dopo che la Commissione Ue ha chiesto un parere scientifico, in vista di una revisione degli attuali tenori massimi per alimenti e mangimi. I valori attuali  dell’acido erucico in oli e grassi vegetali, e in alimenti contenenti oli vegetali e grassi aggiunti tra gli ingredienti, è di 50 g/kg, mentre per il latte per neonati è cinque volte inferiore (10 g/kg).

Secondo i datti dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO), l’acido erucico è presente in alcuni pesci grassi e negli oli vegetali, con valori decisamente più alti nell’olio di fegato di merluzzo. L’attenzione, però, è particolarmente rivolta all’olio di colza, perché , ricorda l’Efsa, “l’acido erucico è un acido grasso omega-9 monoinsaturo presente nei semi oleosi della famiglia botanica delle Brassicaceae, colza e senape in particolare. Entra nella catena alimentare per lo più quando l’olio di colza viene utilizzato per la trasformazione industriale degli alimenti e nella cucina casalinga di alcuni Paesi. E’ presente in dolci, torte e nel latte artificiale/di proseguimento e anche in alcuni mangimi (ad esempio la farina di colza)”.

Rapeseed field in a sunny day.
La colza coltivata a scopo alimentare ha in media lo 0,5% di acido erucico

Va tenuto ben presente che “se colza e senape selvatiche contengono elevati livelli di acido erucico (oltre il 40% degli acidi grassi totali), i tenori nella colza coltivata per uso alimentare sono in genere al di sotto dello 0,5%”.

L’olio è molto utilizzato in diversi Paesi del Nord e del Centro Europa, come Germania, Polonia e Austria, dove la colza viene anche coltivata, grazie al clima continentale e alle temperature primaverili più rigide rispetto alle aree mediterranee, che offrono alla pianta l’habitat migliore. In Italia, invece, il consumo di olio di colza è trascurabile e comincia ad essere utilizzato come parziale sostituto dell’olio di palma.

A questo proposito, è interessante notare da dove provengono i 12.444 campioni di alimenti contenuti nel database utilizzato dall’Efsa per stimare l’esposizione alimentare cronica all’acido erucico. Ben 5.426 campioni avevano la generica indicazione “Unione europea” e provenivano per la maggior parte dalla Federazione dell’industria oliera europea (FEDIOL) ma anche dalla Specialised Nutrition Europe (SNE). Gli altri campioni provenivano da 13 Paesi e di questi ben 4.822, pari a circa il 75%, dalla Germania, 751 dall’Austria, 617 dall’Ungheria, 361 dalla Francia e 218 dalla Polonia. Nessun campione aveva come provenienza l’Italia (*). I campioni sono stati raccolti tra il 2000 e il 2015 e la metà di essi nel 2014. Il 99% dei campioni era di olio di colza.

Rapeseed oil in heart shaped bowl and flowers on wooden background, top view.
Il 99% dei campioni analizzati era olio di colza, ma c’è perplessità su tecniche e provenienza

La natura e l’origine dei campioni analizzati porta l’Efsa ad affermare che “pertanto, c’è incertezza sul fatto che eventuali differenze su base nazionale nei livelli di acido erucico nei diversi prodotti alimentari siano ben rappresentate; questo può avere un’influenza su alcuni prodotti alimentari, come la pasticceria fine, particolarmente importante nell’esposizione alimentare all’acido erucico”.

Nel suo studio, l’Efsa solleva perplessità anche sui metodi di analisi utilizzati. Infatti, si legge che “sono state riportate solo informazioni limitate sui metodi analitici utilizzati per analizzare l’acido erucico. Per circa il 30% dei casi non è stata fornita alcuna informazione. Nel 10% dei casi viene riferito solo l’utilizzo della tecnica della gascromatografia (GC), senza ulteriori informazioni sul metodo di rilevazione. Per i rimanenti campioni (60%) è stata utilizzata la cromatografia a gas con rivelatore a ionizzazione di fiamma (GC-FID)”.

Per colmare le lacune nei dati, il gruppo di esperti dell’Efsa raccomanda di raccogliere ulteriori dati sulle concentrazioni di acido erucico negli alimenti trasformati, come pasticceria fine e alimenti per neonati e bambini piccoli.

Canola flower
Secondo l’Efsa l’acido erucico non costituisce un pericolo per la popolazione, ma può essere un rischio a lungo termine per i bambini sotto i 10 anni

Alla luce di queste osservazioni, l’Efsa afferma che l’acido erucico “non costituisce un problema di sicurezza per la maggior parte dei consumatori, in quanto l’esposizione media è meno della metà del livello di sicurezza. Può tuttavia costituire un rischio a lungo termine per la salute di bambini di età fino a 10 anni che consumino elevate quantità di alimenti contenenti questa sostanza. L’Efsa ha inoltre rilevato che i tenori di acido erucico presente nei mangimi possono rappresentare un rischio per la salute dei polli”, osservando però che “il metodo di calcolo utilizzato sovrastimava l’esposizione”.

Per la maggior parte dei consumatori, soprattutto quelli più piccoli (1-2 anni) e gli altri bambini (3-10 anni), i principali contributori all’esposizione all’acido erucico nella dieta sono dolci, torte e biscotti. Per i neonati (0-12 .mesi), la fonte principale è il latte artificiale.

Il potenziale rischio dell’acido erucico riguarda principalmente il cuore. Infatti, si legge nel comunicato “test condotti su animali evidenziano che l’ingestione di oli contenenti acido erucico può portare nel corso del tempo a una malattia del cuore chiamata lipidosi del miocardio. La patologia è temporanea e reversibile. Altri effetti potenziali osservati negli animali – incluse variazioni di peso del fegato, dei reni e del muscolo scheletrico – si verificano a dosi lievemente superiori”.

Canola field
Gli esperti dell’Efsa hanno stabilito una dose giornaliera tollerabile di 7 mg/kg di peso corporeo

Sulla base di queste informazioni, gli esperti del gruppo scientifico sui contaminanti nella catena alimentare hanno stabilito una dose giornaliera tollerabile di 7 milligrammi per chilogrammo di peso corporeo (mg/kg p.c.) al giorno.

L’Efsa afferma che “nelle diverse fasce d’età l’esposizione media del consumatore varia da 0,3 a 4,4 mg/kg di peso corporeo al giorno. Ma tra i consumatori con esposizione più elevata, i neonati e altri bambini potrebbero essere esposti sino a un massimo di 7,4 mg/kg di p.c. al giorno. Gli esperti hanno rilevato, tuttavia, di aver probabilmente sovrastimato tale rischio per tenere conto dei limiti nelle informazioni scientifiche disponibili”.

(*)Nota: Secondo le statistiche di Fediol per l’anno 2015, l’Italia ha prodotto 27.000 tonnellate di olio di colza e ne ha importate 168.000, di cui 67.000 espressamente a fini alimentare. Lo scorso anno il nostro paese ha consumato, per scopi alimentari e non, 188.000 tonnellate di olio di colza. Per rendersi conto di quanto poco incide l’olio di colza  nel regime alimentare degli italiani basta dire che  sempre secondo Fediol nello stesso anno, l’Italia ha importato 1.641.000 tonnellate di olio di palma, di cui 467.000 per fini alimentari, e ne ha consumate 1.598.000 tonnellate.

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  Beniamino Bonardi

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8 Commenti

  1. ” il consumo di olio di colza è trascurabile e comincia ad essere utilizzato come parziale sostituto dell’olio di palma”

    Non proprio… Il consumo di olio di colza ERA trascurabile, sino a che molte aziende lo hanno e lo stanno adottando come principale sostituto del famigerato olio di palma.

    E’ proprio il caso di dire che siamo finiti dalla padella alla brace.

  2. OLIO DI COLZA ….. NON è PER GLI ESSERI UMANI … e cmq i prodotti migliori sono quelli con OLIO DI GIRASOLE …. sempre usato anche nei prodotti conservati sott’olio .. non ha mia dato problemi di salute …. QUINDI ACQUISTARE PRODOTTI CON OLIO DI GIRASOLE !!!!!!!

    • L’olio di girasole non va bene perché è troppo sbilanciato verso gli omega 6, quindi è un pro infiammatorio. Va usato esclusivamente a crudo e limitato il più possibile. Io i prodotti a base di olio di girasole li evito sempre. Abbiamo l’olio di oliva. Teniamoci quello che è ottimo.

  3. In questo caso Efsa sta facendo il suo dovere di prevenzione e noi dobbiamo vigilare ed informarci adeguatamente, per non ripetere gli errori fatti da produttori ciechi, sordi ed ora assordanti sull’olio di palma, nel silenzio assoluto delle istituzioni per troppi anni.

  4. se vi capita di andare e mangiare in nord-america, sarete sommersi dall’olio di colza… un consiglio? portatevi dietro il vostro olio e.v.o.!

  5. L’olio di colza è contenuto anche dentro l’ovomaltina se non erro. Quindi? cosa dobbiamo pensare di questo prodotto?

  6. Per evitare esperienze negative come quella del palma, Il Fatto Alimentare e le associazioni dei consumatori come Altroconsumo, dovrebbero chiedere direttamente alle aziende produttrici di alimenti che utilizzano l’olio di colza e/o canola, di comunicare l’esito delle analisi che obbligatoriamente avranno fatto prima di impiegare questi grassi, sul contenuto di acido erucico nei loro prodotti e pubblicarli.
    I produttori di alimenti se sono responsabili, onesti e trasparenti verso i loro clienti consumatori, devono prevenire e prevedere le problematiche sanitarie degli ingredienti che impiegano e non ravvedersi “a babbo morto”, quando i danni sono già compiuti ed estesi.
    Nel loro primario interesse commerciale ed in comunione d’interessi con i consumatori.